Il CESE chiede l’inclusione delle persone con disabilità nello sviluppo dell’IA e delle nuove tecnologie. Coinvolgere utenti fin dall’ideazione previene discriminazioni, migliora l’accessibilità e trasforma l’innovazione in giustizia sociale per tutti, garantendo un futuro inclusivo

Quando si parla di intelligenza artificiale e nuove tecnologie, spesso si pensa a cose lontane: robot, algoritmi, scenari futuristici. Ma per chi, come me, vive ogni giorno l’esperienza della disabilità, queste innovazioni non sono fantascienza: sono strumenti che possono semplificare la vita oppure complicarla ancora di più. Negli ultimi anni ho visto tante tecnologie promettere accessibilità, ma troppo spesso senza tener conto di chi ha davvero bisogno di accesso. Interfacce vocali che non riconoscono voci con inflessioni diverse, siti “inclusivi” che non funzionano con i lettori vocali, chatbot intelligenti che non comprendono la complessità della disabilità.

È per questo che ho letto con grande interesse – e anche con una certa speranza – il nuovo parere del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE), che mette finalmente nero su bianco una richiesta fondamentale: le persone con disabilità devono essere coinvolte nello sviluppo delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale, fin dall’inizio

TECNOLOGIA SENZA INCLUSIONE: UN RISCHIO TROPPO REALE

Il documento del CESE – intitolato “Inclusione delle persone con disabilità nello sviluppo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale – possibilità, sfide, rischi e opportunità” – non si limita a enunciare buoni propositi. Fa un’analisi lucida dei rischi reali che si stanno già presentando. Il primo allarme riguarda proprio il lavoro. Molti processi di selezione del personale oggi avvengono con sistemi automatizzati: test, analisi del linguaggio, algoritmi predittivi. Ma cosa succede se questi sistemi non sono stati programmati per riconoscere e valorizzare percorsi non lineari, pause obbligate dovute a problemi di salute o abilità comunicative diverse dalla norma?

Secondo il CESE, le persone con disabilità rischiano di essere discriminate da tecnologie “neutre” solo in apparenza. Non è un rischio teorico: è già successo. E succederà sempre di più se non si interviene subito.Allo stesso modo, l’accesso ai servizi pubblici, all’istruzione, alla sanità sta diventando sempre più digitale. Ma le interfacce non accessibili, i sistemi vocali che non comprendono chi ha difficoltà di pronuncia o motoria, le barriere tecnologiche per chi non ha dimestichezza con certi strumenti stanno di fatto escludendo milioni di persone.

IA e disabilità

LE PROPOSTE DEL CESE: COINVOLGERE, TUTELARE, INVESTIRE

Per affrontare tutto questo, il CESE propone un cambio di paradigma. L’obiettivo non è “adattare” le tecnologie esistenti, ma progettarle da subito in modo inclusivo. E questo si può fare solo coinvolgendo attivamente le persone con disabilità nei processi di progettazione, sviluppo, test e valutazione. Non come casi studio, ma come soggetti competenti, esperti della propria esperienza, co-creatori del futuro digitale.

Tra i punti principali del documento:

TECNOLOGIA, SE NON È PER TUTTI, NON È PROGRESSO

Nel suo insieme, il documento del CESE propone una visione di tecnologia molto diversa da quella che troppo spesso domina il dibattito pubblico. Una tecnologia non come oggetto di consumo, ma come spazio condiviso. Non come corsa all’innovazione fine a sé stessa, ma come strumento di giustizia sociale.E la verità è che una tecnologia progettata per le persone con disabilità funziona meglio per tutti.Basti pensare a quante innovazioni, nate inizialmente per rispondere a bisogni specifici, sono poi diventate utili (e spesso indispensabili) per la popolazione generale: dai sottotitoli automatici alla sintesi vocale, dagli ascensori alle tastiere virtuali.L’accessibilità non è un favore. È un’opportunità.

UN’OPPORTUNITÀ DA NON PERDERE

L’intelligenza artificiale sarà una delle forze trainanti del nostro futuro. Ma se non sarà inclusiva, sarà ingiusta. Per questo è urgente fare in modo che le persone con disabilità non siano soltanto utenti passivi, ma protagonisti consapevoli e attivi della trasformazione tecnologica.Il documento del CESE è un passo importante, ma da solo non basta. Servono politiche concrete, finanziamenti mirati, partnership tra pubblico, privato e società civile. Servono sviluppatori, designer, aziende e istituzioni che capiscano che l’accessibilità non è un limite, ma un valore aggiunto.E serve anche una consapevolezza culturale nuova: che la disabilità non è un problema da risolvere con la tecnologia, ma una prospettiva da includere nella costruzione del mondo digitale.

CONCLUSIONI: UN’IA PIÙ UMANA È POSSIBILE

La tecnologia può cambiare la vita. Io ne sono la prova. Grazie a certi strumenti digitali, posso lavorare, comunicare, studiare, creare. Ma so anche quanto può essere frustrante, ogni giorno, trovarsi di fronte a una barriera che poteva – e doveva – essere evitata.Per questo condivido pienamente il messaggio del CESE: la tecnologia deve essere costruita con noi, non su di noi.Abbiamo davanti una grande occasione: creare un futuro digitale che sia davvero per tutti. Sta a noi decidere se coglierla o lasciarci sfuggire l’ennesima rivoluzione a metà.

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