Antonella Carta racconta la genesi di Devi andare, Nì: un romanzo sull’abbandono, l’identità e l’amore che salva o consuma. Tra ferite che non guariscono, speranza ostinata e scrittura intima, Nino diventa una voce fragile, difficile, umanissima, in cerca di uno sguardo che non condanni mai

Parole d’Autore è una rubrica dedicata agli scrittori e alle loro storie. Ogni puntata offre un’intervista esclusiva, svelando l’ispirazione, il percorso creativo e i retroscena dietro la nascita di un libro

Devi andare Nì

Devi andare, Nì si apre con un abbandono che segna tutta la storia. Quando hai iniziato a scrivere, sapevi già che quello sarebbe stato il cuore emotivo del romanzo o si è imposto strada facendo?
Questo romanzo è ispirato a una storia vera e si apre con un evento realmente accaduto: l’abbandono di un bambino per strada perché muoia. L’identità strappata di Nino condizionerà il suo percorso, sempre un passo avanti rispetto alle scelte del protagonista e al racconto dei fatti. Per cui è da subito un elemento trainante determinante, ma non l’unica componente.

Nino infatti non si rassegna a essere esclusivamente “il figlio della vergogna” e nella ricerca di sé e del proprio posto nel mondo avrà la fortuna di incontrare a un certo punto qualcuno che farà la differenza.

Il nome “Nì” è piccolo, tenero, ma anche carico di ambiguità. Che ruolo ha per te il linguaggio – e in particolare i nomi – nella costruzione dell’identità dei personaggi?
La scelta del nome del neonato sconosciuto è legata a un episodio in qualche modo surreale, quasi fosse stato Nino stesso a battezzarsi così davanti alla statua del santo di cui quel giorno si celebrava la festa. Nì invece è il diminutivo con cui nei momenti importanti lo apostrofa Dela, la persona che probabilmente lo ha amato di più.

Non a caso il titolo è Devi andare, Ni: fin dal primo istante Nino si è sentito dire “devi andare, non è questo il tuo posto”, ma quel “Devi andare, Nì” invece segna una svolta, è l’ultimo e forse più importante regalo che la sua Dela gli fa.

Nì è un personaggio che cambia profondamente, fino a diventare difficile da amare. È stato più complesso per te raccontare la sua fragilità o la sua deriva?
La sua deriva è in parte connessa alla sua fragilità, oltre che alle bordate del mondo. Ho avuto difficoltà a capire come narrare in modo meno crudo la piega che a un certo punto prende la sua vita. Così ho immaginato come raccontare a mia figlia questa parte della storia e ho provato a proporre le ferite più profonde attraverso l’uso del corsivo e della metafora, quasi si trattasse di un sogno.

Dela ama Nino fino quasi a scomparire. Quanto ti interessava esplorare il confine tra amore che salva e amore che consuma?
Un po’ in tutti i miei romanzi sono stati i personaggi stessi a raccontarsi a un certo punto, trascinandomi là dove era giusto e forse necessario che arrivassi. La stessa cosa è successa per l’amore tra Dela e Nino: ho preso atto di quello che è stato e delle parole che trovavano la propria strada in modo naturale.

Probabilmente il confine tra amore che salva e amore che consuma è sottile e mobile e ho scelto di accostarmi alla loro storia con prudenza, cercando di non definire chi salva e chi consuma, nel rispetto dell’unicità di ogni amore e di questo in particolare.

Nel romanzo il passato non resta mai davvero alle spalle. Pensi che l’abbandono sia una ferita che può guarire o piuttosto qualcosa con cui si impara a convivere?
Come accennavo prima, la consapevolezza di essere stato abbandonato e il desiderio di curare questa ferita faranno parte di Nino anche da adulto. Ci sono rapporti che si riesce a ricucire: rimane la cicatrice ma non sanguinano più.

Altre volte quello che sembra un ritorno, una nuova occasione per rimettere tutto a posto, si rivela poi lo smacco più feroce, frutto di una scelta consapevole che non si può perdonare. Non di nuovo. E allora anche l’uomo più forte deve fare i conti con un dolore antico ma diverso, con cui è impossibile fare pace. Probabilmente è da questo che inizia la deriva di Nino.

La tua scrittura alterna momenti intimi a una narrazione più corale. Come lavori sull’equilibrio tra la voce interiore dei personaggi e il mondo che li circonda?
La narrazione è un po’come la vita, con momenti in cui ci si trova a relazionarsi e a prendere decisioni insieme ad altri e momenti in cui l’unica dimensione di cui si ha bisogno è quella della propria interiorità. Non sono a mio parere sfere autonome e distaccate, l’esterno condiziona l’interno e viceversa.

Anche per i personaggi di questo romanzo ci sono momenti in cui è necessario lasciare tutto il resto fuori, provare a ritrovare nel silenzio il senso di ciò che si è e cercare di individuare la direzione da prendere una volta tornati in mezzo a mondo.

C’è un punto del libro in cui la storia sembra finita, ma poi si riapre. Quel “ritoccare il tramonto d’alba” è una scelta narrativa o una visione della vita?
Grazie per la domanda. Mi auguro sia una visione della vita. Sicuramente è qualcosa che tento di fare nel mio quotidiano. Non sempre ci riesco ma personalmente non potrei vivere se non cercando ostinatamente raggi d’alba anche in quello che pare un tramonto. La speranza è un concetto presente in tutti i miei romanzi.

In Devi andare, Ni c’è un passaggio in cui si parla di imparare a trovare dei fiori dentro la spazzatura: non è detto che ci si riesca, ma provare a farlo, non fermarsi credo sia una delle strade per non mollare quando l’ombra e la stanchezza sembrano troppo.

Quanto c’è di autobiografico, anche solo emotivamente, in questa storia? E quanto invece nasce dall’osservazione degli altri?
C’è molto di autobiografico ma rimane comunque un romanzo, la riproposizione di una storia che si è svolta realmente. C’è anche tanto che nasce dall’osservazione degli altri, da quello che da loro ho imparato, da episodi a cui ho assistito o che ho vissuto, che mi hanno ispirato agganci specie a completamento di momenti della storia privati di cui non potevo conoscere i dettagli ma che ho riempito con un’immaginazione sempre nutrita di realtàSicuramente è molto forte il mio coinvolgimento emotivo, tanto che posso dire con certezza di aver deciso anni fa di scrivere per potere un giorno realizzare proprio questo romanzo.

Se Nì potesse parlare direttamente ai lettori, cosa pensi chiederebbe loro: comprensione, perdono, distanza?
Forse chiederebbe solo di guardarlo per ciò che è, per ciò che realmente è stato, per le intenzioni con cui si è sempre mosso, senza mai davvero voler ferire nessuno. Chiederebbe di non essere frainteso, di essere compreso nei suoi sbotti in difesa di qualcuno e non contro qualcuno. Chiederebbe di non essere condannato. Chiederebbe a se stesso di perdonare. Uno sguardo che si faccia carezza. E magari sorriderebbe ammiccando.

Dopo Devi andare, Nì, che tipo di storie senti di voler raccontare ancora: storie di ferite, di rinascite o di zone grigie dove le due cose convivono?
Con Mursia abbiamo in programma l’uscita di un nuovo romanzo, ovviamente non nell’immediato dato che Devi andare, Ni è stato pubblicato relativamente da poco. Sarà una vicenda ambientata al giorno d’oggi, ma si svolgerà su due piani temporali relativamente vicini. Uno degli scopi per cui l’ho scritta è non dimenticare un passato recente che ci ha un po’ cambiati in più sensi.

Come un po’ in tutti i miei romanzi si alternano anche qui toni diversi, con qualche personaggio pittoresco che colora la vicenda a modo proprio. Anche in questo prossimo romanzo, fondamentale rimane il ricorso alla speranza come strumento per non impantanarsi tra gli ostacoli.

Acquistabile qui

Articolo precedente: Palermo al Primo Posto per Certificati di Disabilità: Un Grido d’Aiuto dal Sud Italia

Una-tantum
Mensile
Annuale

Fai una donazione una tantum

Fai una donazione mensilmente

Fai una donazione annualmente

Scegli un importo

€5,00
€15,00
€100,00
€5,00
€15,00
€100,00
€5,00
€15,00
€100,00

In alternativa inserisci un importo personalizzato


Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Fai una donazioneDona mensilmenteDona annualmente

Rispondi