La XII Relazione sulla Legge 68/1999 evidenzia una crescita dell’occupazione delle persone con disabilità, ma anche gravi criticità: dati incompleti, quote non rispettate, precarietà e disuguaglianze. Un’analisi approfondita tra numeri, limiti del sistema e nuove prospettive come il Piano d’Azione 2026-2028.

È stata pubblicata la XII Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 68/1999, relativa al biennio 2022-2023. Un documento importante, perché prova a raccontare come funziona davvero, oggi, il diritto al lavoro per le persone con disabilità in Italia. Ma c’è un primo elemento che non può passare inosservato: sono gli stessi estensori della Relazione ad ammettere che i dati presentano anomalie e limiti di attendibilità.
Le criticità sono chiare:
- sistemi informatici inadeguati
- trasmissione dei dati dagli uffici provinciali senza controlli strutturati
- difficoltà nella raccolta e nell’armonizzazione delle informazioni
Questo significa che la fotografia che abbiamo davanti è utile, ma non completamente nitida. E già questo, di per sé, è un problema serio.
Nonostante tutto, alcuni segnali positivi emergono. Dopo la pandemia, il mercato del lavoro per le persone con disabilità mostra una lieve ripresa. Gli avviamenti e le assunzioni crescono, così come la presenza femminile. Ma è una crescita che non basta a compensare le criticità strutturali del sistema. È una ripartenza lenta, che fatica a tradursi in un reale cambiamento.
Uno degli aspetti più delicati riguarda il numero delle persone iscritte al collocamento mirato. Nel 2023 risultano 880.997 iscritti/e, ma questo dato non convince fino in fondo. Se si guarda al numero medio di nuove iscrizioni negli ultimi dieci anni (circa 73.500 all’anno), emerge un’anomalia: mancherebbero all’appello almeno 200.000 persone. Una stima più realistica porta a ipotizzare che gli iscritti reali dovrebbero superare il milione.
A rendere il quadro ancora più incerto è la difficoltà nel rilevare correttamente alcune tipologie di disabilità, in particolare quelle intellettive e mentali. Il rischio è evidente: se i numeri non sono precisi, anche le politiche rischiano di essere inefficaci.
Un altro punto critico riguarda il funzionamento del collocamento mirato. Dal 2015, con il Decreto legislativo 151/2015, le aziende possono assumere direttamente lavoratori con disabilità (assunzione nominativa) e chiedere successivamente il nulla osta.
Questo ha avuto un effetto importante:
il ruolo del sistema pubblico si è progressivamente ridotto. Le assunzioni “numeriche”, cioè quelle gestite direttamente dal collocamento, sono ormai marginali e praticamente non rilevate nella Relazione. Questo significa che l’inserimento lavorativo è sempre meno sostenuto dal sistema pubblico e sempre più affidato all’iniziativa delle aziende.
Guardando ai numeri nel lungo periodo, emerge un dato particolarmente preoccupante. Negli ultimi dieci anni:
- 401.847 persone hanno trovato lavoro tramite il collocamento mirato
- media annua: circa 40.000 avviamenti
- pari a solo il 4% degli iscritti stimati
Ma il dato più duro è un altro:
l’83,72% delle persone perde il lavoro entro 12 mesi.
Solo il 16,28% mantiene un’occupazione stabile nel tempo.
Questo racconta una realtà molto diversa da quella che spesso immaginiamo: non solo è difficile trovare lavoro, ma è ancora più difficile mantenerlo.
A fronte di queste difficoltà, esiste un dato che pesa come un macigno: 178.328 posti di lavoro risultano scoperti rispetto alle quote di riserva previste dalla Legge 68/1999.
Questo significa che il problema non è solo creare nuove opportunità, ma anche rendere effettive quelle già previste dalla legge.
È un cortocircuito evidente:
- persone in cerca di lavoro
- posti disponibili
- sistema che non riesce a farli incontrare
La Relazione conferma anche la presenza di disuguaglianze strutturali:
- territoriali
- di genere
- legate alla tipologia di disabilità
Non tutte le persone partono dallo stesso punto. E il sistema, invece di compensare queste differenze, spesso le amplifica.
Oltre ai numeri, emerge una criticità più profonda. La disabilità continua a essere vista:
- come un obbligo da gestire
- come un costo
- come un problema
Manca una visione che riconosca il valore delle competenze e delle persone. A questo si aggiungono limiti organizzativi evidenti:
- servizi per l’impiego sotto pressione
- sistemi informativi frammentati
- scarsa integrazione tra politiche

In questo contesto si inserisce il nuovo Piano d’Azione Triennale 2026-2028, approvato dal Consiglio dei Ministri il 10 marzo 2026 e firmato dal Presidente della Repubblica il 25 marzo. Il Piano punta a:
- sostenere le persone con disabilità nella ricerca di lavoro
- supportare le imprese
- promuovere un inserimento lavorativo più equo e inclusivo
È un segnale importante. Ma la vera sfida sarà trasformare queste intenzioni in risultati concreti.
Conclusione: un diritto ancora fragile
La XII Relazione ci consegna una verità chiara, anche se scomoda. Il diritto al lavoro delle persone con disabilità esiste, ma è ancora fragile. Ci sono segnali di crescita, ma anche problemi profondi:
- dati incompleti
- sistema poco efficace
- lavoro spesso precario
- opportunità non utilizzate
E allora la domanda diventa inevitabile:
quanto siamo disposti, davvero, a rendere questo diritto pienamente reale?
Perché il lavoro non è solo occupazione. È dignità, autonomia, possibilità di costruire il proprio futuro. E su questo, oggi, non possiamo più permetterci di restare a metà.


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