Nel giorno della Festa del Lavoro, racconto la mia esperienza di persona con disabilità: tra studio, sacrifici e precarietà, ho trovato nella comunicazione una nuova strada. Ma il diritto al lavoro resta ancora lontano per troppi di noi

Il mondo del lavoro, già complesso e competitivo per chiunque, diventa una sfida pressoché impossibile per una persona con disabilità grave. Il mio percorso personale ne e è un esempio lampante: ho fatto molti sacrifici per ottenere una laurea in statistica, coronata poi da un dottorato. Tuttavia, ciò che dovrebbe essere un traguardo professionale importante e gratificante si è rivelato essere solo una tappa incompleta, perché non ho mai potuto realmente esercitare la professione per cui mi sono preparato, se non in modo parziale e sporadico.

La sensazione di dispiacere che ne deriva è inevitabile. Aver investito anni di studio, fatica e passione in una professione che mi ha dato poche occasioni concrete è fonte di frustrazione. Tuttavia, nonostante le difficoltà, non rimpiango mai il mio percorso universitario. La formazione e l’acquisizione di nuove conoscenze sono parti fondamentali della vita evolutiva di qualsiasi ragazzo. Lo studio non ti offre solo competenze professionali, ma anche strumenti per comprendere meglio il mondo che ci circonda. In questo senso, la mia laurea e il mio dottorato rappresentano per me un arricchimento
personale, indipendentemente dalle limitate possibilità che mi sono state offerte nel mercato del lavoro.

Una delle sfide più grandi che ho dovuto affrontare è stata la necessità costante di reinventarmi. Ho attraversato periodi di totale isolamento dal punto di vista lavorativo, in cui mi sembrava di non avere una direzione da seguire, di non sapere come rendermi visibile o utile. In quel momento, l’idea di poter contribuire al mondo professionale sembrava remota e inaccessibile.

Fu durante una di queste notti di incertezza che decisi di aprire il mio primo blog. Sentivo il bisogno di fare qualcosa, di esprimermi e, soprattutto, di comunicare. Avevo già avuto un’esperienza, seppur breve, nel mondo del blogging, quando internet iniziò a essere un luogo più accessibile economicamente per tutti (ero molto giovane) con un sito dedicato al calcio. Si trattava di una piattaforma ludica che mi permetteva di parlare del mio sport
preferito, commentare le partite di campionato e di coppa e condividere la mia passione per la mia squadra del cuore.

Quando ho deciso di creare un blog sulla disabilità, avevo già acquisito un po’ di esperienza su come gestire tecnicamente una piattaforma online. Ma ciò che ha davvero fatto la differenza è stata la mia decisione di arricchirlo con contenuti mirati e una linea editoriale precisa. Questo blog è stato il mio punto di svolta: una finestra aperta verso un mondo che, fino a quel momento, sembrava ignorarmi.

Attraverso questo spazio virtuale, ho cominciato a instaurare collaborazioni con associazioni e organizzazioni che si occupavano di disabilità. Sono riuscito, in un certo senso, a farmi notare, sebbene principalmente sulla rete. Ho conosciuto persone che mi hanno sostenuto e mi hanno aiutato a migliorare le mie competenze, dandomi anche una nuova prospettiva. Ricordo la campagna di sensibilizzazione che ho condotto su change.org, in cui rivendicavo il mio diritto a una assistenza H24.

Quell’esperienza mi ha aperto gli occhi su quanto fosse importante il lavoro di comunicazione e su come potesse effettivamente fare la differenza nella vita delle persone. Il sostegno di tante persone che si sono interessate a quella petizione hanno
fatto sì che diventasse non solo un fenomeno mediatico ma anche un vettore per
portare la mia esperienza declinata in diverse realtà. Persone e personaggi, diventati anche amici, che poi successivamente sono riuscito a coinvolgere in altri progetti.

Con il tempo, questa esperienza mi ha permesso di sviluppare una vera e propria passione per la comunicazione. Ho cominciato a organizzare progetti e iniziative, sempre legati al mondo della disabilità e del sociale. Un momento fondamentale è stato l’incontro con Lorenzo, che mi ha coinvolto nel progetto relativo al suo docufilm “Gli Immortali”.

Questo film ha aperto una finestra nella mia mente, facendomi capire che avrei potuto continuare a occuparmi di comunicazione in maniera più strutturata e professionale. Mi ha ridato quello slancio nel tornare a muovermi da casa e viaggiare per realizzare tante nuove esperienze.  Da quel momento, sono nati nuovi progetti: ho scritto un libro, “Noi Siamo Immortali” per il quale ho ricevuto il “Premiolino 2019” il premio giornalistico più antico d’Italia, partecipato a numerose presentazioni e conferenze (sia in presenza che da remoto), sono stato invitato a tanti incontri con i ragazzi nelle scuole  e ho esplorato modi diversi per raccontare la mia storia e quella di altre persone che vivono situazioni simili alla mia.

Un esempio è senz’altro il docufilm di cui sono stato autore e protagonista, “Il Figlio di Tarzan” prodotto da Ficarra e Picone, che ha avuto molto successo tanto da essere trasmesso su RaiPlay e di avermi portato a essere ricevuto da Presidente della Repubblica Mattarella. Tutto questo mi ha dato un enorme senso di gratificazione, ma non ha risolto il problema della precarietà lavorativa.

Nonostante le numerose attività e i successi che ho ottenuto, da podcast ed eventi in tutta Italia (anche da remoto), continuo a essere un precario. La mancanza di una continuità lavorativa è un problema che pesa profondamente sulla mia vita. Questa instabilità non mi permette di raggiungere quella indipendenza economica e professionale che desidero e che credo di meritare. Vorrei poter dire con orgoglio: “Questo è il mio lavoro.
Questo è ciò che faccio ogni giorno. Questo è il mio contributo al mondo”. Ma la realtà è che, senza una stabilità lavorativa, è difficile sentirsi davvero parte del sistema economico e sociale in cui viviamo.

La frustrazione deriva dal fatto che, nonostante i miei sforzi e le mie competenze, non riesco a ottenere quel riconoscimento che permetterebbe di trasformare ciò che faccio in un’attività stabile e remunerata. La precarietà mina la mia autonomia, non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista personale. L’indipendenza che desidero
va oltre il guadagno: si tratta di sentirmi parte attiva di una comunità e di poter contribuire, a pieno titolo, al benessere collettivo.

A questo punto, mi chiedo cosa potrebbe e dovrebbe fare lanostra società per rendere davvero accessibile il mondo del lavoro alle persone con disabilità. Il lavoro non è solo un mezzo di sostentamento, ma un diritto fondamentale, sancito dal primo articolo della nostra Costituzione. La mancanza di opportunità per le persone con disabilità è una violazione di questo diritto, una situazione che limita non solo le nostre vite, ma anche il
potenziale contributo che possiamo dare alla collettività.

Credo che la società e soprattutto le Istituzioni  debbano impegnarsi di più per offrire alle persone con disabilità delle reali opportunità di lavoro, in modo che possano diventare contribuenti attivi, capaci di contribuire, per l’appunto,  al benessere collettivo e, al contempo, migliorare la propria condizione di vita. Non solo migliorando e applicando le
leggi vigenti ma attraverso una rivoluzione culturale che coinvolga tutte le parti della società: scuola, formazione, imprenditoria, università, gente comune. Il lavoro dovrebbe essere accessibile a tutti, indipendentemente dalle limitazioni fisiche o mentali, perché è solo attraverso il lavoro che possiamo davvero sentirci parte della comunità in cui viviamo.

La mia esperienza nel mondo del lavoro è un viaggio tra sfide e rinascite, che mi ha insegnato che la vera vittoria non è solo raggiungere un obiettivo professionale, ma anche sapersi reinventare, comunicare e contribuire a una causa più grande. In un mondo dove le porte sembrano spesso chiuse, è fondamentale abbattere le barriere culturali e sociali, affinché ogni individuo, indipendentemente dalla propria condizione, possa realizzare il proprio potenziale.

È tempo di agire: non possiamo più accettare che la disabilità diventi un ostacolo insormontabile. È giunto il momento di trasformare le parole in azioni concrete, affinché il diritto al lavoro non sia solo un’aspirazione, ma una realtà tangibile per tutti.

Primo Maggio Lavoro e Disabilità

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