Ci sono artisti che raccontano il mondo, e altri che, con la stessa naturalezza, lo attraversano per raccontare se stessi. Dario Brunori — in arte Brunori SAS — appartiene a entrambe le categorie. Con L’albero delle noci, il suo ultimo album, l’artista calabrese sembra chiudere un cerchio e aprirne un altro: quello della maturità piena, della consapevolezza che nasce dal confronto con la vita, con la paternità, con il tempo che cambia. Nella musica di Brunori convivono ironia e malinconia, quotidiano e universale. Lo incontriamo in un momento in cui la sua voce — dolce, riflessiva, ma mai autocelebrativa — sembra farsi ancora più intima. In questa conversazione, ci accompagna tra le radici e i rami del suo nuovo percorso, parlando di urgenza creativa, identità, appartenenza, amore e meraviglia.
Dario il tuo ultimo album sembra essere un punto di approdo ma anche un nuovo inizio. Che tipo di urgenza o verità ti ha spinto a scrivere queste canzoni oggi, in questo momento della tua vita?
Credo che ogni disco nasca da un’urgenza, ma con L’albero delle noci c’è stato qualcosa di ancora più viscerale. Negli ultimi anni la vita mi ha messo davanti cose enormi, su tutte la nascita di mia figlia Fiammetta. Ho avuto bisogno di mettere ordine, di dare un senso a tutto quel movimento interiore: scrivere l’album è stato come mettere i sassolini sulla strada per non perdermi.
C’è un filo rosso che lega questo nuovo lavoro a Cip!? O lo consideri un atto di rottura, magari anche stilistica, rispetto al tuo percorso precedente?
Cip! era già un lavoro più asciutto rispetto ai precedenti. Quest’ultimo disco segue quella scia, ma va ancora più in profondità. Non direi che è una rottura, piuttosto un passo in avanti, o di lato. Ho sentito il bisogno di togliere, di sfrondare e lasciare solo l’essenziale.
Durante il tour si percepisce un pubblico sempre più variegato: dai ragazzi giovanissimi fino a chi ti segue dagli esordi. Come vivi questa eterogeneità? Ti senti un “cantautore generazionale”?
Mi emoziona vedere questa mescolanza di generazioni sotto al palco. È un privilegio, davvero. Ma non so se mi sento un cantautore generazionale. Mi piace pensare di essere riuscito a raccontare qualcosa che tocca corde diverse, in momenti diversi della vita delle persone.
Diventare padre ti ribalta le prospettive. Dopo l’arrivo di Fiammetta, scrivere significa fare i conti con le fragilità e con la responsabilità, ma anche con la meraviglia. Tanta meraviglia
Dopo Sanremo, molti ti hanno visto come una sorta di simbolo – anche involontario – di una rivincita collettiva calabrese. Ti ci rivedi in questo ruolo? Lo senti come un onore, un peso… o, come diresti tu, “TI SICCA“?
A volte un po’ mi sicca! Umorismo a parte, se anche solo qualcuno si è sentito rappresentato, o semplicemente orgoglioso, per me è una gioia.

Crescere artisticamente portandosi dietro un’identità forte come quella calabrese può essere un’arma a doppio taglio. In che modo ti ha aiutato e in che modo ti ha complicato le cose, se ti va di dirlo?Mi ha aiutato a restare aderente a me stesso. La Calabria ti ricorda sempre chi sei -un’ identità che per me è risorsa, una forza che porto con me ovunque vada.
La tua musica ha sempre avuto una componente fortemente empatica, quasi terapeutica per chi ascolta. Per te che la scrivi, che valore ha oggi la musica rispetto a dieci anni fa? Ha un valore ancora più profondo. Non solo strumento per raccontare e raccontarmi, attraverso la musica mi metto in ascolto con il mondo. Dieci anni fa scrivevo più per esorcizzare le mie inquietudini, oggi cerco un dialogo più ampio e aperto senza perdere la componente intima.
E parlando di testi: “La Verità” resta una delle tue canzoni più potenti, crude e dirette. A distanza di anni, che rapporto hai con quella canzone? Ti fa ancora tremare un po’ quando la canti dal vivo?
È una compagna fedele, anche scomoda a volte, ma necessaria. È nata in un momento di vulnerabilità, e quando la porto sul palco sento ancora il brivido di quel momento.
In questo nuovo capitolo della tua vita, sei diventato anche padre. Come ha cambiato – se l’ha fatto – il tuo modo di scrivere, guardare il mondo, cantare l’amore e il tempo?
Diventare padre ti ribalta le prospettive. Dopo l’arrivo di Fiammetta, scrivere significa fare i conti con le fragilità e con la responsabilità, ma anche con la meraviglia. Tanta meraviglia.
Hai sempre avuto la capacità di alternare ironia e profondità in modo molto naturale. In questo momento storico, credi sia più urgente far ridere o far pensare?
Cerco sempre di tenere insieme le due cose, credo servano entrambe. L’ironia è un modo per alleggerire il carico, ma può portare anche alla riflessione.
La Calabria ti ricorda sempre chi sei -un’ identità che per me è risorsa, una forza che porto con me ovunque vada.
Hai spesso collaborato con artisti diversi, tra canzoni, produzioni, colonne sonore. Cosa cerchi in una collaborazione? E cosa ti fa dire “sì” o “no” quando qualcuno ti propone di lavorare insieme?
Sintonia, prima di tutto umana. Capisco che si sta andando nella giusta direzione quando sento che c’è una storia da raccontare insieme, quando il confronto può essere arricchente per tutti.
Se potessi scrivere oggi una canzone solo per il te stesso ventenne, appena sbarcato fuori dalla Calabria, cosa gli diresti? E che suono avrebbe?
Gli direi di affidarsi alle proprie intuizioni e di non avere fretta, che non serve correre. La immagino con una melodia che ti accompagna, e che non ti sovrasta. Una carezza più che un consiglio.
Ascoltare Brunori SAS oggi significa ritrovare un’umanità gentile in un tempo che spesso la smarrisce. Le sue parole — come le sue canzoni — non cercano la perfezione, ma la verità: quella che vibra nelle fragilità, nei silenzi, nei sorrisi che arrivano dopo una lacrima.Con L’albero delle noci, Brunori non si limita a firmare un nuovo disco, ma a lasciare un segno di presenza, un invito a rallentare e riconoscersi nel rumore e nella quiete del mondo. Perché, come dice lui stesso, “non serve correre”: a volte basta seguire i propri sassolini, uno alla volta, per non smarrirsi lungo la strada.

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