Il nuovo rapporto dell’OMS fotografa la devastazione umana a Gaza: decine di migliaia di feriti, amputazioni e disabilità permanenti, ospedali al collasso e popolazione allo stremo. Una crisi sanitaria e sociale che chiede al mondo ascolto, dignità e un cessate il fuoco immediato

L’ultimo rapporto diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) non lascia spazio a dubbi né a interpretazioni: ciò che sta accadendo a Gaza è una catastrofe umanitaria senza precedenti, che travolge non solo i corpi, ma anche le vite e le speranze di un intero popolo. Leggere i numeri contenuti in quel documento significa toccare con mano la devastazione, ma anche rendersi conto che dietro ogni cifra c’è un volto, una storia, una famiglia che porterà per sempre le cicatrici della guerra.

La contabilità della sofferenza

Dall’inizio del conflitto, circa 42.000 persone hanno riportato ferite gravi, e almeno 5.000 sono state sottoposte ad amputazioni. Decine di migliaia vivranno con disabilità permanenti che cambieranno radicalmente le loro esistenze e quelle dei loro cari. Sono dati che fanno rabbrividire e che da soli basterebbero a descrivere un’emergenza assoluta.

Un ferito su quattro è un bambino. Significa che la guerra non risparmia nemmeno i più piccoli, quelli che avrebbero diritto a crescere protetti, a frequentare la scuola, a giocare. Invece, per migliaia di loro, il futuro sarà segnato da lesioni agli arti (22.000 casi), traumi spinali (2.000), danni cerebrali (1.300) e ustioni gravi (3.300).

Le testimonianze raccolte dall’OMS descrivono corpi dilaniati dalle esplosioni, volti sfigurati, occhi perduti per sempre. Chi ha bisogno di cure specialistiche viene spesso inserito in liste di attesa infinite per un’evacuazione verso l’estero, ma la maggioranza resta intrappolata a Gaza, senza alcuna alternativa.

Un sistema sanitario al collasso

Il sistema sanitario locale, già fragile dopo anni di blocco, è oggi sull’orlo del collasso definitivo. Dei 36 ospedali presenti prima del 7 ottobre 2023, solo 14 riescono ancora a funzionare, e lo fanno parzialmente, con risorse ridotte e personale stremato.

La riabilitazione è praticamente sparita: meno di un terzo dei servizi precedenti è ancora operativo. Questo significa che migliaia di amputati non hanno accesso a protesi adeguate. Pensate: in tutta Gaza, ci sono appena otto specialisti in grado di produrre e adattare protesi. Otto, di fronte a migliaia di pazienti. È un numero che racconta meglio di qualsiasi analisi la sproporzione tra bisogni e risorse.

A rendere ancora più drammatica la situazione, la perdita di vite tra il personale sanitario: 42 fisioterapisti e tecnici della riabilitazione sono stati uccisi solo fino a settembre 2024. Non si tratta di semplici cifre: sono persone che avrebbero potuto restituire autonomia, dignità e speranza ai feriti.

Come ha ricordato Richard Peeperkorn, rappresentante dell’OMS nei Territori Palestinesi Occupati, “la riabilitazione è fondamentale non solo per i traumi di guerra, ma anche per chi convive con malattie croniche e disabilità”. A questa crisi sanitaria si aggiungono sfollamenti continui, malnutrizione, mancanza di supporto psicologico. È una catena di dolore che sembra non spezzarsi mai.

Gaza

Il viaggio lungo le strade della morte

Accanto alla crisi sanitaria c’è la tragedia sociale. Migliaia di famiglie hanno dovuto abbandonare le proprie case, intraprendendo quello che molti chiamano “il viaggio lungo le strade della morte”. Lasciando il nord della Striscia e Gaza City, speravano di trovare rifugio più a sud. Ma ciò che hanno trovato è stato il nulla: campi sovraffollati, assenza di servizi, fame crescente.

Gli spazi per piantare una tenda sono finiti. I pochi terreni disponibili vengono affittati a prezzi insostenibili. Chi non può permetterselo è costretto a rifugiarsi in aree pericolose, esposte ai bombardamenti. È un ricatto crudele: scegliere tra vivere per strada senza protezione o rischiare la vita nelle zone di confine.

Le testimonianze degli sfollati raccontano condizioni disumane. Suleiman Bakr, disoccupato, padre di dodici persone, descrive una quotidianità fatta di spese impossibili: “Un posto per piantare una tenda si paga, l’acqua potabile costa cara, i medicinali non sono gratuiti e persino i servizi igienici sono a pagamento. Io non ho un reddito da due anni, ma devo trovare soldi ogni giorno per sopravvivere”.

Acqua e cibo: beni diventati miraggi

L’acqua è forse l’immagine più cruda della disperazione. Gli impianti di desalinizzazione sono in gran parte distrutti, le cisterne insufficienti. Le famiglie camminano chilometri per riempire taniche dal prezzo proibitivo. Bambini costretti a passare intere giornate in fila, senza la certezza di tornare a casa con qualche litro. E intanto, la fame diventa una morsa sempre più stretta. I risparmi delle famiglie sono evaporati per pagare spostamenti forzati, le fonti di reddito sono azzerate. Le cucine comunitarie non riescono a rispondere a una domanda così alta.

Ibrahim Suwailem, padre di numerosi figli, racconta la disperazione quotidiana: “Andiamo all’alba ai punti di distribuzione pasti, restiamo ore in fila e spesso non otteniamo nulla. Quando arriva un piatto, non basta per tutti. I miei figli piangono per la fame e io non so cosa dire”. Sono scene che si ripetono ovunque. Alcune famiglie sopravvivono con una manciata di farina, un pugno di riso, un pezzo di pane diviso in troppi bocconi. Molti campi profughi, creati più tardi durante la guerra, non ricevono alcun aiuto: gli aiuti si concentrano solo sui campi storici, lasciando intere comunità senza nulla.

Una responsabilità che riguarda tutti

Quello che emerge dal rapporto OMS non è solo un quadro medico o statistico. È il racconto di una disumanizzazione collettiva che il mondo non può più fingere di non vedere. Le ferite non sono soltanto fisiche: sono ferite morali, che lacerano la coscienza dell’umanità. Ogni amputazione, ogni vita spezzata, ogni bambino costretto alla fame ci dice che non si tratta di “effetti collaterali” della guerra, ma di una strategia che priva un popolo del diritto più elementare: vivere con dignità.

La richiesta dell’OMS è chiara: protezione immediata per le strutture sanitarie, accesso senza limiti alle forniture mediche, un cessate il fuoco urgente. Ma queste parole rischiano di restare lettera morta se non diventano azione, se non trovano eco nella volontà politica di chi governa il mondo.

Conclusione

Scrivere e leggere di Gaza significa fare i conti con l’impotenza, ma anche con la necessità di non restare in silenzio. Ogni numero che leggiamo è una vita che continua, ferita e resistente. Ogni testimonianza è un grido che ci chiede di non voltare lo sguardo.Non possiamo accettare che la disabilità diventi l’eredità imposta a un’intera generazione. Non possiamo rassegnarci a un futuro fatto solo di campi profughi e ospedali distrutti. Parlare di Gaza oggi significa difendere l’idea stessa di umanità.

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