Il ddl Caregiver presentato dal governo si rivela un provvedimento debole, sottofinanziato e ingannevole. Le risorse sono ricavate da tagli al welfare, la platea coperta è meno del 2% e i criteri penalizzanti. Rischia di diventare una lotteria digitale, mentre diritti fondamentali restano ignorati
In questi giorni ho ascoltato con attenzione la ministra Locatelli parlare del ddl Caregiver, anche durante il question time. E più la sento, più mi convinco di una cosa: questa legge, così come presentata dal governo, è un mezzo aborto. Non perché manchi l’intenzione politica di “dire qualcosa” sul caregiving familiare, ma perché ogni dettaglio emerso finora racconta una storia di superficialità, di risorse inadeguate, di scelte cariche di propaganda e povere di visione.
Una legge che nasce già monca, lontanissima dalle richieste che da anni portiamo avanti: riconoscimento del lavoro di cura, contributi figurativi, diritto al lavoro agile, medicina di prossimità, integrazione con le politiche sulla disabilità grave e gravissima, sistemi di sostegno veri e non cosmetici. Tutto questo, semplicemente, non c’è.
E prima di discutere dei contenuti, bisogna guardare con attenzione i numeri, quelli veri. Perché nel momento in cui la ministra annuncia “250 milioni” per il nuovo fondo caregiver, nei documenti contabili della Legge di Bilancio 2026 (A.S. 1689) scopriamo tutt’altro. L’articolo 53 della manovra stanzia infatti 207 milioni solo a partire dal 2027, mentre per il 2026 la cifra è simbolica: meno di 1,2 milioni di euro, destinati peraltro a una piattaforma INPS prevista dalla legge delega del 2021 (legge 227) legata al PNRR.
Non un euro aggiuntivo, dunque: solo spostamenti da un capitolo all’altro del welfare. E spostamenti pesanti, perché quei 207 milioni sono coperti da tagli simultanei: 347 milioni in meno al Fondo Povertà e 129 milioni in meno all’Assegno di Inclusione nel 2027. Se poi volessimo anche raggiungere i 250 milioni sbandierati nell’intervista ad Avvenire, è facile immaginare che la differenza verrà presa dal Fondo per la Non Autosufficienza, erodendo ulteriormente risorse destinate ai servizi per la disabilità.
Insomma, un gioco delle tre carte: si dà ai caregiver portando via alla disabilità. Una contraddizione che definire grave è un eufemismo.
A questo punto appare ancora più assurdo il quadro dei beneficiari: se si parla dei 250 milioni annunciati, sarebbero 52.000 persone; se si guardano invece i 207 milioni della manovra, si scende a 43.125. Numeri irrisori di fronte alla platea reale dei caregiver familiari italiani, stimata dalle rilevazioni ISTAT, INPS e INAIL in almeno 2,2 milioni di persone. Significa escluderne oltre il 98%. In qualunque Paese civile questo sarebbe impensabile. In Italia diventa un comunicato stampa.
E i criteri anticipati dalla ministra non migliorano il quadro. Il sussidio trimestrale di 1.200 euro — 400 euro al mese, che non fanno reddito e non generano contribuzione — è calcolato sulla base di 91 ore settimanali di cura per un familiare convivente con disabilità gravissima. Basta una calcolatrice: parliamo di circa 1,01 euro l’ora. Una cifra offensiva, soprattutto considerando che quelle 91 ore sono una soglia ridicola e irreale, perché la cura reale supera ampiamente quel monte ore ed è altamente usurante.
A questo si aggiunge la soglia ISEE familiare inferiore a 15.000 euro e un reddito personale del caregiver che non può superare i 3.000 euro annui. Un’impostazione “fondi contro diritti”, totalmente disallineata con quanto stabilito dalla Corte Costituzionale nella sentenza 275/2016, che ha ribadito un principio semplice: i diritti vengono prima del bilancio, non il contrario.

Se allarghiamo lo sguardo, i dati sono impietosi. In Italia ci sono 7.524.000 persone con disabilità. Se consideriamo i nuclei familiari, parliamo di almeno 23 milioni di cittadini direttamente coinvolti nella gestione della non autosufficienza. Il caregiving non è una nicchia, non è un problema “di pochi”. È una questione nazionale, sociale, politica. Ma il governo la sta trattando come una parentesi marginale.
E per non farci mancare nulla, il ddl prevede che nel 2026 venga creata una piattaforma INPS per la raccolta delle domande. Nessun dettaglio su come funzionerà. Ma se davvero il meccanismo dovesse trasformarsi in un click day — con oltre un milione e mezzo di potenziali aventi diritto per soli 52.000 posti disponibili — non sarebbe altro che una lotteria digitale. Un modo per trasformare un diritto in una corsa alla connessione più veloce, all’impiegato del CAF più disponibile, o — come sempre — alla disperazione del caregiver familiare che tenta la sorte.
Ed è qui che entra in gioco il nodo politico. Alcune associazioni che hanno partecipato ai tavoli oggi si dicono “preoccupate” dalla legge. Ma permettetemi di dirlo con chiarezza: forse quelle associazioni avrebbero dovuto abbandonare quei tavoli quando era evidente che il testo stava prendendo una direzione sbagliata. Rimanere seduti significa offrire alla ministra un alibi perfetto. Alla fine, quando il ddl fallirà, potrà dire: “Le associazioni erano presenti”.
Saranno loro a essere usate come scudo, mentre la responsabilità doveva restare tutta sulle spalle del governo e del Parlamento. E davvero si pensa che adesso, in questa fase politica, un Parlamento che approva provvedimenti a scatola chiusa possa intervenire e correggere un impianto così distorto? È un’illusione. E le illusioni, in questo campo, sono colpevoli.
Io non ci sto. Non per ideologia, ma per rispetto della realtà, delle famiglie, delle persone con disabilità, di chi ogni giorno assiste senza riconoscimento, senza contributi figurativi, senza sostegni adeguati, senza servizi territoriali, senza diritto al lavoro agile, senza una medicina di prossimità che eviti l’ospedalizzazione continua, senza una visione integrata tra caregiving e disabilità grave e gravissima.
Aspettiamo il testo definitivo, certo. Ma ciò che abbiamo visto finora è sufficiente a dire che questa legge non è una conquista. È un’occasione mancata. Un’altra. E noi non possiamo più permetterci di viverne.
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