Nel Castello di Santa Lucia del Mela, oggi centro di accoglienza, si intrecciano storie di migrazione, solidarietà e trasformazione sociale. Un’esperienza diretta racconta come l’inclusione possa diventare realtà concreta e quotidiana
di Elio Brunetto*
Non sempre sono le mura, le strade e i bei paesaggi a raccontare un luogo. A volte, sono le persone che lo hanno vissuto a dargli voce, a riempirlo di senso e a farlo restare impresso nella memoria.
Il Castello di Santa Lucia del Mela, nella provincia di Messina, è uno di quei luoghi. Le testimonianze storiche su ciò che è stato davvero nel corso dei secoli sono, come spesso accade, frammentarie e a tratti confuse. I documenti si perdono, le memorie si intrecciano, e nemmeno chi ci vive da sempre può conoscerne con certezza ogni fase e trasformazione. C’è chi ricorda racconti tramandati, chi cita fonti diverse, chi si affida alle pietre stesse per immaginarle. E forse, in fondo, è giusto così.
Perché il castello può essere stato tante cose: una roccaforte strategica in tempi bellici, un seminario vescovile, una dimora di antichi signori o un simbolo di potere e di fede. Ma ciò che conta davvero e che lo rende vivo oggi è ciò che è diventato: uno spazio di accoglienza, un luogo di incontro, un ponte tra storie diverse, tra passato e presente e tra rapporti umani.
Un monumento che ha attraversato secoli e civiltà, con i suoi muri spessi e le sue finestre aperte sul mondo, oggi si è trasformato in qualcosa di sorprendente: una casa per chi arriva da lontano ed un rifugio per chi cerca speranza, ospitando i sogni, i dolori e le rinascite di uomini venuti da ogni parte del mondo.
Negli ultimi anni, il castello ha ospitato un centro di prima accoglienza per cittadini stranieri, nel quale ho avuto l’onore ed il piacere di lavorare. Non saprei nemmeno come definire quello che è stato il mio ruolo; sulla carta sono risultato un operatore socio-assistenziale per la protezione internazionale, ogni tanto mi piaceva considerarmi un educatore, a volte ho dovuto svolgere la funzione di mediatore e traduttore, persino in Prefettura. In molte occasioni, senza volerlo, sono diventato confidente, ascoltatore, quasi uno psicologo.
Ma in fondo, più di tutto sono stato contento di essere stato un amico, un supporto ed un punto di riferimento per dei ragazzi che non volevano altro che una seconda possibilità.
E la verità è che, mentre cercavo di aiutarli, sono stato io a imparare di più. Ogni giorno, in quelle stanze cariche di storia, ne prendono vita di nuove. Storie di giovani uomini provenienti da continenti diversi: chi fuggiva dalla guerra, chi da persecuzioni o carestie, e chi semplicemente cercava un lavoro per aiutare la propria famiglia. Già da molto giovani, sono stati segnati da esperienze che nessun essere umano dovrebbe affrontare, ma sempre con un desiderio forte di riscatto, appartenenza e dignità.
Insieme abbiamo fatto di tutto: condiviso i pasti, tenuta in ordine e pulita quella gigantesca “casa”, affrontato il labirinto della burocrazia tra documenti, richieste da supportare e paure da calmare. Abbiamo riso, pianto, guardato sport in televisione, imparato insieme l’italiano, ma sempre con attenzione e rispetto per le loro culture, tradizioni e modi di vivere.
Ma soprattutto si imparava ad abitare lo stesso spazio e capirsi anche senza parlare: gesti, sguardi, abitudini quotidiane diventavano lentamente una lingua comune. E in quel processo io sono cambiato; ho imparato che la forza di un essere umano non sta solo in ciò che ha superato, ma nella capacità di continuare ad amare e sperare anche dopo.

Ho visto dignità, coraggio, umorismo, gentilezza, persino gratitudine nelle situazioni più dure, e ho imparato che la vera accoglienza è uno scambio, un incontro, e mai un favore.
Non ho mai sentito di “aiutare i meno fortunati”. Mi sono sentito parte di una piccola comunità costruita ogni giorno, con pazienza, rispetto e reciprocità, che nel bene e nel male, era diventata una famiglia.
Spero con tutto il cuore, di aver lasciato anch’io qualcosa a loro. Una parola gentile nel momento giusto, un consiglio utile, una risata, un abbraccio, anche quando la burocrazia, il razzismo o la solitudine sembravano schiacciarli.
E in tutto questo, Santa Lucia del Mela ha fatto la sua parte. Il paese ha saputo accogliere questi ragazzi con naturalezza, cuore e rispetto, non chiedendo loro documenti prima di salutare, offrire aiuto o semplicemente un saluto. Questo è ciò che rende grande un piccolo paese: la capacità di restare umano.
C’è qualcosa di profondamente simbolico in tutto questo. Perché arte, cultura e storia non vivono solo chiuse in una teca, ma esistono davvero solo quando diventano relazioni. In quei corridoi antichi, camminando tra la memoria, ho capito che accogliere qualcuno oggi è una forma di bellezza viva, forse la più autentica. Significa dare forma a qualcosa di nuovo, intrecciare linguaggi, mescolare origini, creare una bellezza umana, viva, imperfetta, eppure profondissima.
Oggi che non ci lavoro più, mi manca. Mi mancano le voci, le storie, i pranzi condivisi, i piccoli litigi per futilità che si risolvevano in una stretta di mano in cinque minuti, i piccoli gesti quotidiani che parlavano di fiducia; porto dentro ogni sguardo, ogni dialogo ed ogni silenzio condiviso. E so che quella esperienza è stata una delle più vere e preziose della mia vita.
L’inclusione non è uno slogan da campagna elettorale, né una parola da scrivere su un manifesto. È qualcosa che accade davvero, ogni volta che si apre uno spazio, ogni volta che si accoglie l’altro con sincerità, pronti ad ascoltare e imparare. E se oggi sento di saper guardare il mondo con occhi nuovi, lo devo anche a quei ragazzi arrivati da lontano, con i loro sogni, le loro ferite e le loro storie. Perché includere non significa solo dare un posto a qualcuno, significa lasciarsi cambiare. E questo, forse, è il dono più grande che mi hanno lasciato.
*Elio Brunetto, originario di Santa Lucia del Mela (ME), è un aspirante scrittore appassionato di diritti umani e tematiche sociali. Con esperienze nel campo della protezione internazionale, crede nel potere delle parole per generare cambiamento.
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