I social hanno dato voce alle persone con disabilità, ma oggi si rischia una deriva spettacolarizzante. Tra attivismo autentico e personal branding, urge distinguere chi lotta per i diritti da chi insegue visibilità, like e sponsorizzazioni

Negli ultimi anni, i social media hanno rivoluzionato radicalmente il modo in cui le persone con disabilità possono raccontarsi. Per la prima volta, senza il filtro di famiglie, operatori, media o istituzioni, molti hanno preso la parola in prima persona. E questa è stata, senza dubbio, una rivoluzione importante: l’auto-rappresentazione è potere. Raccontare sé stessi, la propria quotidianità, le proprie difficoltà, emozioni e sfide, è un atto di libertà e autodeterminazione. Ed è giusto che accada.

Ma in questo nuovo spazio di visibilità, apparentemente orizzontale e accessibile a tutti, si sta insinuando una dinamica più complessa, ambigua, a tratti pericolosa. Quella che potremmo chiamare la bolla dell’influencer disabile. Un fenomeno che pone domande scomode, ma necessarie: stiamo ancora parlando di attivismo o siamo scivolati nell’era dell’auto-narrazione spettacolare? E a che prezzo?

Disabilità in diretta: fra autenticità e mercato dell’emozione

I social network, lo sappiamo, premiano l’engagement. E l’engagement, oggi, è costruito attorno alle emozioni forti, ai contenuti che sorprendono, commuovono, “bucano” lo schermo. In questa logica, la disabilità può facilmente diventare contenuto da consumare, qualcosa da rendere digeribile, persino intrattenente. Si entra così in un cortocircuito: la vita reale si trasforma in uno storytelling, dove la malattia, il dolore, le difficoltà sono editati per diventare virali.

Certo, mostrare la propria disabilità con onestà può generare empatia e rompere stereotipi, e molti lo fanno con sincerità e coraggio. Ma quando si inizia a calibrare ogni post in funzione del pubblico, quando si scelgono le parole per piacere più che per dire davvero qualcosa, il rischio è quello di tradire la realtà. Di costruire un personaggio, non una voce. La persona diventa un brand, la storia diventa “inspirational”, il disagio un’occasione di notorietà. Ed è qui che l’attivismo autentico rischia di perdersi.

Influencer

Attivisti o influencer?

In passato, chi lottava per i diritti delle persone con disabilità lo faceva nei contesti delle associazioni, nei tavoli istituzionali, nelle piazze, nei documenti politici. Oggi, invece, molti sono noti per la loro presenza online: TikTok, Instagram, YouTube. E va bene che il mondo sia cambiato. Ma resta da chiedersi: perché stai parlando di disabilità? Perché vuoi informare e trasformare la società, o perché hai capito che questo “funziona”?

La linea tra attivismo e personal branding è sempre più sottile. E non è detto che chi è più visibile sia anche più competente o rappresentativo. C’è chi parte da esperienze personali sincere e arriva a fare battaglie collettive. E c’è chi, senza malizia, ma con ingenuità, diventa testimonial inconsapevole del disability washing, ovvero l’uso strumentale della disabilità da parte di brand o istituzioni in cerca di una patente di inclusività a basso costo.

Il rischio della rappresentanza individuale

Oggi assistiamo a una corsa da parte di aziende, partiti, media, nel cercare il volto noto con disabilità da invitare a parlare di inclusione. Ma spesso si tratta di operazioni di immagine, più che di cambiamento strutturale. Il tema “disabilità” viene personalizzato, delegato a chi ha più follower, più visibilità, più storytelling efficace. Si perde così il senso collettivo della lotta. Come se bastasse “una storia emozionante” per parlare a nome di tutti.

Negli anni Novanta lo slogan del movimento internazionale delle persone con disabilità era chiaro: “Niente su di noi senza di noi”. Oggi andrebbe forse aggiornato in: “Niente su di noi senza di noi… e se professionisti”. Perché il vissuto, da solo, non basta. Servono competenze, analisi, studio. Raccontare la propria esperienza può essere potente, ma se quel racconto viene trasformato in una vetrina, il rischio è quello di sostituire le battaglie collettive con il monologo di un singolo.

I nuovi filtri dell’algoritmo

Anche se i social sembravano liberatori, sono pur sempre ambienti regolati da algoritmi, dinamiche di mercato e logiche di audience. Chi pubblica contenuti su disabilità si trova spesso a dover scegliere se parlare dei problemi reali (barriere architettoniche, discriminazione sistemica, mancanza di servizi) oppure offrire pillole leggere, motivazionali, commoventi. E in questa scelta, spesso, ciò che è più politico resta indietro.

Il risultato è una narrazione edulcorata, in cui la persona con disabilità appare sempre sorridente, resiliente, capace di tutto. Un’immagine che non solo è parziale, ma è anche profondamente disonesta. Perché non tutti ce la fanno. Perché il mondo, a volte, non è affatto accessibile. Perché dietro ogni conquista ci sono mille ostacoli, e non sempre l’ottimismo basta.

Una riflessione personale: da che parte vogliamo stare?

Lo ammetto: anche io mi sono posto queste domande. Anch’io ho una storia da raccontare e che ho raccontato. E a volte mi sono chiesto se quel che condivido sui social serva davvero a cambiare qualcosa, o se non rischi di diventare solo una vetrina. Posso aggiungere che allo stesso tempo ho continuato il mio impegno con le associazioni che rappresento e altre realtà associative e istituzionali. Non è facile trovare un equilibrio tra autenticità e strategia, tra militanza e visibilità. Ma sento che la risposta, oggi più che mai, sta in una parola: responsabilità.

Chi prende parola pubblicamente, soprattutto su temi così delicati, ha una responsabilità verso chi non può parlare, verso chi non ha gli strumenti, verso chi la rete non ce l’ha. Non possiamo pensare che basti un reel ben fatto per raccontare la complessità di vivere con una disabilità. Serve coraggio, ma anche rigore. Serve empatia, ma anche competenza.

Conclusione: uscire dalla bolla

Forse è il momento di uscire dalla bolla. Di ascoltare di più e guardare meno numeri. Di distinguere chi lotta per tutti da chi racconta solo sé stesso. Di tornare a fare rete, comunità, politica. Non nei palazzi del potere, ma nei commenti, nei post, nei contenuti condivisi. Perché la disabilità non è uno show. È una questione di diritti. E se non la trattiamo con serietà, rischiamo di renderla solo un’altra moda passeggera del web.

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