Carlotta Gilli: «Tanti nuotatori olimpici ci snobbano, ci vorrebbe più integrazione»

La campionessa paralimpica di nuoto Carlotta Gilli (due ori e due argenti a Tokyo 2020) sarà impegnata dal 31 luglio nei Campionati del Mondo di Manchester

Nella mia vita c’è un prima e un dopo» scrive Carlotta Gilli nelle prime righe del suo libro Una luce nell’acqua. In realtà ce ne sono tanti. Prima e dopo la scoperta della malattia di Stargardt, una retinopatia degenerativa che causa una progressiva perdita della vista (Carlotta ha 1/10 su entrambi gli occhi). Prima e dopo aver vinto una gara di nuoto. Prima e dopo l’esordio nel mondo paralimpico. Prima e dopo le medaglie alle Paralimpiadi di Tokyo.

A 22 anni, Carlotta Gilli è uno dei pochissimi atleti che compete sia nel circuito olimpico sia in quello paralimpico. Gareggia per le Fiamme Oro, studia Psicologia all’Università di Torino, è il volto della campagna Campioni ogni Giorno di Procter & Gamble che si propone di mettere in pratica 2.026 milioni di azioni concrete per le persone e l’ambiente entro i Giochi di Milano Cortina 2026 («Lo spreco di acqua mi fa impazzire, dopo gli allenamenti praticamente caccio le compagne dalla doccia»).

Il mondo paralimpico l’ha scoperto tardi, a 16 anni, seguendo le gare dell’amico Marco Dolfin alle Paralimpiadi di Rio: «C’è voluta un’opera di convincimento per spingermi a fare il passo. Poi, nel 2017, ho partecipato a una gara a Berlino e ho capito che era nuoto: non c’era nulla di diverso». Oggi è più che mai convinta che le barriere che separano i due circuiti andrebbero abbattute. «Molti atleti olimpici si sentono superiori e ci snobbano. Credo che ci dovrebbe essere più integrazione e che la Federazione dovrebbe essere una sola, non due».

Carlotta Gilli

A Tokyo hai vinto due ori, due argenti è un bronzo. Quei successi ti hanno cambiato la vita?«Mi hanno stravolto soprattutto le vacanze… L’estate del 2021 l’ho trascorsa tra inviti e premiazioni: non ho fatto nemmeno una settimana al mare. È stato molto bello, ma mi sono resa conto che le vacanze sono un’altra cosa. L’anno successivo ho avuto proprio bisogno di staccare».

Il 2022 non è stato semplice per te.«Da tre anni ormai avevo un dolore al collo. Facevo le risonanze e i medici mi dicevano che non c’era niente, che dipendeva dallo stress. Il dolore però era davvero forte, e non dipendeva dal nuoto. Dall’ennesima risonanza è venuto fuori un osteoblastoma, una pallina incastrata fra il midollo e l’arteria cerebrale. È una cosa rarissima: di solito gli osteoblastomi colpiscono le ossa lunghe e la colonna vertebrale, il mio invece era molto in alto».

Come l’hai presa?«Da piccola, quando ho cominciato ad avere problemi alla vista, la prima oculista che mi ha visitato non mi credeva: pensava stessi fingendo. A distanza di 15 anni è successa la stessa cosa… Ma ormai ho imparato a prenderla con filosofia. Il medico mi ha chiesto: “Ma le cose rare capitano tutte a te?”. Ho sorriso».

E però non c’era tanto da ridere.«Il neuroradiologo che avrebbe dovuto operarmi mi ha spiegato che non risultavano altri casi simili al mondo: “Sarai un esperimento” mi ha detto. Ero terrorizzata, mai avuto così tanta paura. L’intervento è durato quattro ore e per fortuna è andato tutto bene. Sono stata operata ad aprile, a maggio ero già in vasca e a giugno ho partecipato ai Mondiali. Dovrò ancora fare qualche piccola operazione ma il più è fatto».

Come si fa a tenere insieme tutto? Gli allenamenti, le gare olimpiche e paralimpiche, gli inviti nelle scuole, i corsi all’università…«A me tutto quello che è “extra nuoto” piace, mi piace andare oltre lo sport e far sì che il mio esempio sia utile anche ad altri. Però, certo: tutto non si può fare e bisogna scegliere. Partecipo ancora alle gare regionali della Fin (Federazione Italiana Nuoto) ma ho deciso di dare priorità al circuito paralimpico».

Che differenze ci sono tra i due circuiti?«A livello sportivo per me non cambia nulla: la routine è la stessa, l’allenatore mi dice le stesse cose, i miei tempi sono gli stessi. Purtroppo la visibilità delle gare paralimpiche non è la stessa. Sono stati fatti dei passi avanti ma non è ancora abbastanza».

Per chi non lo segue, il nuoto paralimpico non è facilissimo da capire.«È vero, c’è tanta confusione. Uno guarda una gara, pensa che abbia vinto l’atleta che ha toccato per primo e invece magari ha vinto quello che ha toccato per ultimo. In Coppa del Mondo i tempi vengono convertiti in punteggi, in base a tabelle di conversione che non sono sempre uguali. Agli Europei, ai Mondiali e alle Paralimpiadi invece è tutto più immediato perché si gareggia per categorie. Secondo me l’unico modo per far familiarizzare il pubblico è trasmettere più gare in televisione».

Dal 31 luglio al 6 agosto, a Manchester, ci saranno i Mondiali.«Farò sei gare: 50, 100 e 400 metri stile libero; 100 farfalla; 100 dorso; 200 misti. Non mi pongo obiettivi, perché sono molto scaramantica. Ma siccome il Mondiale dell’anno scorso è stato molto particolare, perché venivo dall’operazione, diciamo che vorrei fare meglio (nel 2022 ha vinto un oro, un argento e due bronzi, ndr)».

Il grande obiettivo, poi, saranno le Paralimpiadi di Parigi 2024. Che aspettative hai?«Vincere è difficile ma confermarsi di più, perché dovrò affrontare tante avversarie nuove. Rispetto a Tokyo saranno dei Giochi diversi perché avremo il pubblico sugli spalti e saremo molto più liberi. Per me sarà la seconda Paralimpiade ma è come se fosse la prima: voglio godermela e divertirmi».

A 22 anni hai già raccontato la tua vita in un libro: come mai?«Chi segue le mie gare non conosce il dietro le quinte: gli sforzi, le rinunce quotidiane, i momenti difficili, l’importanza delle persone che hai attorno. E poi mi interessava far conoscere la persona oltre la nuotatrice, tutto quello che faccio al di fuori dello sport».

Hai presentato il tuo libro al Salone di Torino nello stesso giorno in cui Federica Pellegrini presentava il suo: vi siete incontrate?«In realtà non ci conosciamo. Cioè: io conosco lei, ma non credo che lei sappia chi sono io… Anni fa ho gareggiato contro di lei, credo sia l’unica volta che mi ha rivolto la parola. Ho provato diverse volte a scriverle su Instagram ma non mi ha mai risposto».

Che rapporto c’è fra nuotatori olimpici e paralimpici?«I nostri allenatori ci dicono di non chiedere loro l’autografo, perché siamo atleti esattamente come loro. Il problema è che i nuotatori olimpici si sentono superiori e tanti di loro ci snobbano. Il che è a maggior ragione brutto perché pratichiamo lo stesso sport… Credo che ci dovrebbe essere più integrazione: la Federazione dovrebbe essere una sola, anche la divisa dovrebbe essere uguale (oggi esistono Fin e Finp, Federazione Italiana Nuoto Paralimpico, ndr)».

Questi processi passano anche dalle parole. Il linguaggio della disabilità si è evoluto molto negli ultimi anni, ma ancora troppo spesso si utilizzano termini scorretti.«È fondamentale che le istituzioni e i media usino il linguaggio giusto. Nei rapporti con le persone, invece, io bado soprattutto al sodo. Quando mi trovo davanti la mamma di un bimbo che ha la mia stessa malattia, ed è disperata perché non sa che pesci pigliare, non m’importa che usi la parola ‘cieco’, ‘non vedente’ o ‘ipovedente’. Mi preme farle capire che si può fare, che la disabilità non è un ostacolo insormontabile». (corriere.it)

Giovanni Cupidi

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