Un nuovo anno da attraversare insieme, tra voce, diritti, fragilità e speranza condivisa

Buon anno 2026

Cari lettori,

il 2026 arriva senza fare troppo rumore. Non bussa, non promette miracoli, non cancella ciò che è stato. Arriva e basta. E forse è proprio da qui che vale la pena partire: smettendo di aspettare che un nuovo anno sistemi magicamente le cose, ma provando invece ad attraversarlo insieme, con maggiore consapevolezza.

A voi che siete seguite a questo spazio voglio dire, prima di tutto, grazie. Grazie perché da quando ho scelto il blog come luogo in cui far sentire la mia voce, raccontare le mie attività, condividere pensieri, battaglie, interviste, dubbi e pezzi di vita, voi avete deciso di esserci. Non come spettatori distratti, ma come presenza viva. Il vostro sostegno non è solo economico: è fiducia, è attenzione, è tempo. Ed è una cosa rara, oggi.

Questo blog non è mai stato pensato come una vetrina patinata. È nato – e continua a vivere – come uno spazio di parola libera, a volte scomoda, spesso fragile, sempre profondamente umana. Un luogo in cui parlare di disabilità senza filtri pietistici, di diritti senza retorica, di cultura, musica, società, politica, vita quotidiana. Un luogo in cui le interviste non sono trofei, ma occasioni di dialogo. Se tutto questo ha senso, è anche perché voi lo rendete possibile.

Il 2026 si apre in un contesto globale difficile. Guerre che sembrano non finire mai, crisi economiche che allargano le disuguaglianze, un clima politico sempre più duro verso chi è fragile, povero, diverso. In questo scenario, le persone con disabilità continuano a pagare un prezzo altissimo: diritti riconosciuti sulla carta ma negati nella pratica, inclusione promessa e raramente realizzata, autonomia ostacolata da barriere materiali, culturali e mentali.

Per questo il mio augurio – e il nostro augurio – non può essere generico. Mi auguro un 2026 in cui la parola diritti torni ad avere un significato concreto. Diritti delle persone con disabilità, certo, ma anche dei più fragili in senso ampio: chi vive ai margini, chi non ha una rete solida, chi è costretto ogni giorno a dimostrare di meritare ciò che dovrebbe essere garantito.

Mi auguro un anno in cui la fragilità smetta di essere vista come un difetto da nascondere o un problema da gestire, e venga finalmente riconosciuta come una parte strutturale della società. Perché una società che funziona solo per chi è forte, veloce, produttivo, non è una società giusta. È una società miope.

A livello personale, questo spazio continuerà a essere ciò che è sempre stato: un luogo di racconto, di riflessione, di presa di posizione. Continuerò a usare la mia voce – che è imperfetta, a volte stanca, a volte arrabbiata – per parlare di ciò che conosco e vivo sulla mia pelle. Continuerò a fare domande, anche quando danno fastidio. Continuerò a credere che raccontare sia un atto politico, nel senso più alto del termine.

Ma nulla di tutto questo avrebbe senso senza una comunità che ascolta, legge, risponde, sostiene. Voi non siete numeri. Siete persone che hanno scelto di condividere un pezzo di strada. Ed è questo che rende questo progetto qualcosa di diverso da un semplice blog.

Il mio augurio per il 2026 è che sia un anno di resistenza gentile, di attenzione reciproca, di responsabilità collettiva. Un anno in cui si riesca, nonostante tutto, a restare umani. A non cedere alla disillusione totale. A non smettere di credere che cambiare le cose sia ancora possibile, anche partendo da spazi piccoli come questo.

Non vi auguro un anno facile. Vi auguro un anno vero.
Un anno in cui la speranza non sia una frase fatta, ma una scelta quotidiana.
Un anno da attraversare insieme, con meno cinismo e più cura.

Buon 2026.
A voi.
A noi.

Giovanni

Articolo precedente: Ficarra e Picone: “Non siamo diversi, sono le opportunità a renderci tali” – la Sicilia vista da Sicilia Express

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