Le polemiche sulla narrazione della disabilità a Sanremo riaprono un tema cruciale: l’abuso della parola “inclusione”. Serve un cambio di paradigma culturale e politico. Non più persone da “includere”, ma cittadini, professionisti e contribuenti con pari opportunità reali e diritti pienamente esigibili

Sanremo

Le recenti polemiche sulla narrazione della disabilità a Sanremo non sono soltanto l’ennesimo dibattito da social network. Sono il sintomo di qualcosa di più profondo: un corto circuito culturale che continua a ripetersi ogni volta che la disabilità entra in un grande evento mediatico.

Il punto non è stabilire se l’intenzione fosse buona o cattiva. Molto spesso l’intenzione è positiva. Il punto è il paradigma attraverso cui scegliamo di raccontare le persone con disabilità.

Ancora oggi, troppo spesso, la presenza di una persona con disabilità su un palco come quello del Festival di Sanremo viene accompagnata da un racconto che la rende simbolo, metafora, esempio edificante. Si parla di “inclusione”, si sottolinea la “forza”, si enfatizza il “nonostante tutto”. Il risultato? Una narrazione che emoziona, ma che non trasforma.

La parola “inclusione” è diventata una parola rifugio. Una parola che suona bene, che rassicura, che fa sentire dalla parte giusta della storia. Ma proprio per questo è stata progressivamente svuotata di significato concreto.

Inclusione, nel modo in cui viene spesso utilizzata, sembra voler dire: “Ti faccio entrare nel mio spazio”.
E qui sta il problema.

Se qualcuno ti include, vuol dire che quello spazio non era già tuo. Che sei ospite. Che qualcuno ti concede visibilità. Che la tua presenza è straordinaria, non ordinaria.

E invece la vera rivoluzione culturale sarebbe un’altra: smettere di parlare di inclusione e iniziare a parlare di cittadinanza piena e pari opportunità.

Le persone con disabilità non sono una categoria emotiva. Non sono un contenuto da inserire in scaletta per dare un segnale. Sono cittadini. Sono lavoratori. Sono artisti. Sono imprenditori. Sono studenti. Sono contribuenti.

Sì, contribuenti.

Paghiamo tasse. Produciamo reddito. Generiamo cultura, competenze, relazioni. Partecipiamo – quando ci vengono date le condizioni per farlo – alla costruzione economica e sociale del Paese. Eppure, nella narrazione pubblica, spesso veniamo ancora rappresentati come destinatari di protezione o come protagonisti di storie “straordinarie”.

Ma la straordinarietà non è un diritto. È un’eccezione.

E quando la disabilità viene raccontata solo come eccezione, il sistema resta immobile. Perché l’eccezione non mette in discussione la struttura. Non modifica le regole del gioco. Non impone riforme. Non obbliga a cambiare l’accessibilità, il lavoro, l’educazione, la cultura.

Le pari opportunità, invece, sì.

Parlare di pari opportunità significa spostare l’attenzione dal racconto alla struttura. Significa chiedersi se una persona con disabilità può studiare nelle stesse condizioni degli altri. Se può accedere al mercato del lavoro senza ostacoli ambientali e culturali. Se può viaggiare, partecipare, esibirsi, dirigere, decidere.

Significa smettere di chiedersi “che effetto fa vederlo lì?” e iniziare a chiedersi “perché non dovrebbe essere lì?”.

La spettacolarizzazione nasce proprio quando la presenza viene caricata di un valore simbolico che la rende diversa. Quando non si parla della competenza, ma della condizione. Quando non si analizza il talento, ma la resilienza. Quando la persona diventa messaggio.

Il punto non è negare la dimensione emotiva. La vita di chi convive con una disabilità può essere attraversata da sfide complesse, da percorsi di adattamento, da battaglie quotidiane. Ma ridurre tutto a questo significa togliere complessità. Significa non riconoscere la professionalità, la normalità, la competenza.

Il cambio di paradigma necessario è culturale e politico insieme.

Culturale, perché bisogna smettere di cercare sempre la storia commovente e iniziare a riconoscere la presenza come normale. Politico, perché senza strumenti concreti – accessibilità universale, politiche attive per il lavoro, sostegni personalizzati, abbattimento delle barriere – la parola inclusione resta uno slogan.

La vera inclusione non si misura dal numero di applausi, ma dalla qualità delle opportunità.

Non si misura dai minuti in prima serata, ma dai contratti firmati, dai ruoli dirigenziali occupati, dai percorsi di carriera costruiti. Non si misura dall’emozione del pubblico, ma dalla possibilità di concorrere ad armi pari.

Il giorno in cui una persona con disabilità salirà su un palco come quello di Sanremo – o entrerà in un consiglio di amministrazione, o guiderà una grande istituzione culturale – e nessuno sentirà il bisogno di sottolinearlo, allora avremo fatto un passo avanti reale.

Non sarà più una presenza “speciale”. Sarà una presenza.

Questo non significa negare le discriminazioni ancora esistenti. Al contrario, significa affrontarle con strumenti adeguati. Perché finché ci accontenteremo della narrazione inclusiva, non chiederemo abbastanza alla politica, alle aziende, alle istituzioni.

Le persone con disabilità non hanno bisogno di essere raccontate meglio. Hanno bisogno di poter partecipare meglio. Hanno bisogno di essere considerate per quello che sono: cittadini con diritti esigibili e doveri, parte integrante del patto sociale.

Inclusione è una parola che deve tornare a significare qualcosa di concreto, oppure deve lasciare spazio a un lessico più onesto: pari opportunità, accesso, cittadinanza, responsabilità condivisa.

Finché continueremo a emozionarci senza cambiare le regole, resteremo fermi. E la disabilità continuerà a essere raccontata come storia, invece che vissuta come realtà strutturale della società.

Il resto è scenografia.

La vera sfida è costruire un Paese in cui nessuno debba essere incluso perché nessuno è mai stato escluso.

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