Quando essere disabili porta anche alla povertà di cure e di servizi

In Italia non esiste un Registro nazionale sulla disabilità. Non sappiamo, quindi, con esattezza quante persone con disabilità vivano nel nostro paese. L’Istat lo sta costruendo con difficoltà e nel 2019 stimava 3 milioni e 100mila (5,2% della popolazione): un numero molto lontano dal reale. Oggi il settore ipotizza siano 13 milioni. Disponiamo invece di una fotografia precisa sulla povertà, in costante crescita: 2,18 milioni di famiglie in indigenza assoluta (l’8,3 % degli Italiani, nel 2021 era il 7,7%) e oltre 5.6 milioni di individui (il 9,7%, l’anno precedente era il 9,1%, Istat 2022).

Focus

Cbm è un’associazione internazionale presente nel Sud del mondo da più di cento anni con progetti di salute, educazione e vita indipendente per i disabili, dal 2019 al lavoro per l’inclusione anche sul suolo italiano. Secondo l’Oms ci sono 1.3 miliardi di persone disabili (16% della popolazione mondiale), di cui 142 milioni gravi. L’80% in Paesi a basso e medio reddito. «Dati che evidenziano il nesso fra povertà e disabilità: un circolo vizioso in cui una alimenta l’altra e viceversa», spiega Massimo Maggio, direttore Cbm Italia. La relazione fra disabilità e condizioni economiche sfavorevoli non è mai stata da noi focus di studio. Lo diventa con il 1° rapporto di Cbm e Fondazione Emanuela Zancan «Disabilità e povertà nelle famiglie italiane», che viene presentato domani a Roma all’Archivio storico Presidenza della Repubblica (ore 16, streaming su www.cbmitalia.org). «Proviamo a dare una risposta alla carenza di ricerche sistematiche sul tema», dichiara Maggio, «con l’obiettivo di fare emergere le connessioni tra impoverimento e condizione di disabilità per evidenziare i bisogni sommersi e permettere di delineare in futuro proposte concrete, su misura».

Nello studio, che ha la doppia natura qualitativa e quantitativa, sono state coinvolte 300 persone con disabilità di diverso tipo (fisica-motoria, intellettiva, sensoriale, psichica) di età compresa fra i 14 e i 55 anni, che vivono in una famiglia con disagio socio-economico del Nord, Centro e Mezzogiorno, individuate fra chi possiede certificazione prevista dalla legge, riconoscimento di invalidità o accertamento per il collocamento mirato, grazie alla collaborazione di cinquanta fra enti pubblici e realtà del Terzo Settore. Un questionario somministrato ai partecipanti (persona disabile e familiari) e 57 interviste one-to-one di approfondimento. Un campione, quindi, spiega Devis Geron di Fondazione Emanuela Zancan, «rappresentativo di quello universale che risiede sul territorio nazionale».

Nel quadro ricavato spicca l’isolamento, al di là delle caratteristiche individuali e del luogo dove le persone intervistate vivono. La ricerca mette in luce che il carico di cura grava sulle spalle dei familiari, soprattutto della madre (59,9%), padre (34,8) e fratelli (22,8), con ricadute psicologiche e fisiche. Le badanti sono rare, se ne avvale solo il 9%. Negli ultimi 12 mesi solo il 21% ha ricevuto a domicilio dal Comune (o da enti privati convenzionati) assistenza (preparazione pasti, aiuto per igiene, pulizia casa) e l’11% prestazioni sanitarie, rivolte soprattutto ai minori (36%), a chi vive da solo (36%) o in coppia (40%), e legate al livello di gravità. L’abbandono risuona nelle interviste qualitative: «Ci siamo trovati soli, ad arrangiarci, a imparare man mano nel percorso della vita, a prendere decisioni, a volte sbagliate, sul benessere di nostra figlia», riportano alcuni. Altri sottolineano: «Le famiglie sono stanche, diventano sempre più vecchie e non hanno più voglia di lottare. Non vale neanche più la pena di parlarne».

La fatica di arrivare a fine del mese. L’88% dichiara disagio economico soggettivo: il 61,8% non è in grado di fronteggiare una spesa imprevista di 500 euro, il 65% non può permettersi una settimana l’anno di vacanza. «C’è un legame tra deprivazione materiale e disagio lavorativo, educativo e sociale, a conferma nella natura multidimensionale della povertà, in particolare tra le famiglie povere con disabilità», spiega Geron. A incidere è anche il non inserimento nel mercato del lavoro di disabile e caregiver.

«Abbiamo isolato le quattro voci più rilevanti della ricerca che indicano come costruire un futuro migliore», conclude Maggio. La prima riguarda l’isolamento, «che si contrasta rafforzando la cultura dell’inclusione e puntando su una maggiore consapevolezza di bisogni, risorse, diritti». Il secondo punto è la richiesta delle famiglie: «In nove casi su dieci non chiedono aiuti economici ma servizi umanizzati, di qualità, al posto di risposte standardizzate». Famiglie che riescono, pur nelle difficoltà, a offrire aiuti esterni e «capacità da valorizzare». Emerge infine la necessità di promuovere politiche per l’inclusione sociale e lavorativa. (corriere.it)

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