Quali politiche per le donne con disabilità nel nostro Paese?

Sono diversi gli elementi che fanno sperare che sul fronte del contrasto alla violenza nei confronti delle donne con disabilità qualcosa possa cambiare (un tavolo di lavoro dedicato, uno spot, un Ordine del Giorno recepito dal Senato della Repubblica). Ma è abbastanza improbabile che le politiche di genere trovino adeguata attenzione nei cinque gruppi di lavoro dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità giacché tra i coordinatori appena nominati non figura nemmeno una donna

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, nella mattinata dello scorso 25 novembre, si è tenuta una riunione straordinaria dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, l’organo con funzioni consultive e di supporto tecnico-scientifico per l’elaborazione delle politiche nazionali in materia di disabilità istituito dalla Legge 18/2009, ovvero la norma con la quale il nostro Paese ha ratificato la Convenzione ONU sui diritti delle Persone con Disabilità.

Convocata dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla riunione straordinaria (visibile a questo link) hanno preso parte la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella, e numerosi/e esponenti del mondo associativo, ognuno/a dei/delle quali ha portato le proprie riflessioni, esperienze e considerazioni sul tema della violenza nei confronti delle donne con disabilità.

«La violenza sulle donne con disabilità – ha dichiarato la ministra Locatelli nella nota ufficiale diramata a seguito dell’evento – è un tema attuale, frequentissimo e poco capito. Le donne rischiano di subire violenza fisica, psicologica, economica molto di più, più a lungo e da più soggetti. Spesso sono le persone di cui si fidano di più a usare ricatto e violenza contro di loro e il tema della dipendenza, talvolta vitale, dalla stessa persona, causa un danno emotivo ancora più elevato. La difficoltà a farsi ascoltare, capire, credere, rende spesso impossibile denunciare»

Per rispondere a queste istanze emerse dai lavori della mattinata, la stessa ministra ha stabilito di istituire, con avviso immediato, un gruppo di lavoro interno all’Osservatorio che lavorerà sulla questione della violenza contro le donne con disabilità e che seguirà le linee di riflessione proposte dalla ministra Eugenia Roccella, che ha dato la disponibilità a cogliere tutti i suggerimenti all’interno del Comitato Tecnico dell’Osservatorio Nazionale sulla violenza contro le donne.

Si tratta di due azioni politiche apprezzabili – sia la convocazione della riunione straordinaria dell’Osservatorio sul tema della violenza di genere, sia l’istituzione del gruppo di lavoro dedicato –, alle quali si possono aggiungere ulteriori elementi. Lo spot “Non sei sola” realizzato nell’àmbito della “Campagna contro la violenza sulle donne 2023” ideata dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri per promuovere il numero 1522, il servizio antiviolenza e stalking dello stesso Dipartimento per le Pari Opportunità. Infatti, oltre al fatto che il video è provvisto di alcuni accorgimenti di accessibilità (sottostazione e riferimenti agli accessi multicanale), ci risulta che sia la prima volta che una donna con disabilità sia coinvolta in una campagna di sensibilizzazione contro la violenza di genere promossa dalle Istituzioni e rivolta a tutte le donne.

Un ulteriore elemento è costituito dall’Ordine del Giorno recepito dal Senato della Repubblica in sede di approvazione della Legge 168/2023 (Disposizioni per il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica), che impegna il Governo a dare attuazione alle richieste in materia di contrasto alle violenze nei confronti delle donne con disabilità avanzate in una specifica Relazione presentata dall’UICI Nazionale (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti). La Relazione (disponibile a questo link) contiene, tra le altre richieste, che venga erogata una formazione specifica in tema di disabilità rivolta a tutto il personale che opera nei diversi snodi della Rete Antiviolenza, la piena accessibilità e fruibilità degli ambienti di accoglienza e supporto, e la predisposizione di campagne di sensibilizzazione mirate sulla violenza nei confronti delle donne con disabilità.

Dunque, possiamo osservare, che sul fronte del contrasto alla violenza nei confronti delle donne con disabilità le Istituzioni stanno manifestando segnali d’attenzione. Tuttavia lo svantaggio delle donne con disabilità non si registra solo nella loro maggiore esposizione a tutte le forme di violenza di genere. È la già citata Convenzione ONU a evidenziare come esse siano esposte a discriminazioni multiple (sono discriminate sia per il loro genere, sia per essere persone con disabilità), e ad impegnare gli Stati parti ad adottare «ogni misura idonea ad assicurare il pieno sviluppo, progresso ed emancipazione delle donne, allo scopo di garantire loro l’esercizio ed il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali enunciati nella presente Convenzione» (articolo 6, comma 2).

Sotto questo profilo, nella già citata nota ufficiale diramata a seguito della riunione straordinaria dell’Osservatorio del 25 novembre, la ministra Locatelli, dopo aver riassunto i temi più rilevanti emersi riguardo alla violenza di genere, ha osservato che «tanti altri relativi all’accessibilità, al reinserimento lavorativo, alla formazione, all’accompagnamento per la consapevolezza e la gestione di affettività e sessualità, al rispetto, al ruolo del caregiver, saranno da approfondire».

Ovviamente prendiamo atto di tali dichiarazioni, e tuttavia proviamo un certo sconcerto nell’apprendere che fra le nomine delle cinque figure di coordinamento dell’Osservatorio annunciate nella riunione straordinaria del 3 dicembre, in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità, non vi sia nemmeno una donna.

Infatti, le nomine risultano essere le seguenti: Serafino Corti, direttore del Dipartimento delle Disabilità della Fondazione Istituto Ospedaliero di Sospiro Onlus, è stato nominato coordinatore tecnico-scientifico dell’Osservatorio e coordinatore del gruppo di lavoro ‘Accessibilità universale’; Paolo Bandiera, avvocato, è stato nominato coordinatore del gruppo ‘Progetto di vita’, che si occuperà anche di autonomia, indipendenza e pari opportunità; Angelo Cerracchio, medico neurologo, è stato nominato coordinatore del gruppo di lavoro ‘Benessere e salute’; Raffaele Ciambrone, professore associato di Didattica e Pedagogia speciale presso l’Università di Pisa, è stato nominato coordinatore del gruppo di lavoro “Istruzione, Università e Formazione”; infine Domenico Sabia, avvocato, è stato nominato coordinatore del gruppo di lavoro ‘Inclusione lavorativa’.

Ovviamente non sono in discussione le professionalità dei soggetti nominati, quanto la loro idoneità a rappresentare in modo adeguato le istanze delle donne con disabilità che, in ragione della discriminazione multipla, risultano più svantaggiate delle donne senza disabilità e degli uomini (con e senza disabilità) in tutti agli àmbiti della vita.

Donne con diverse disabilità
Collage di quattro immagini di donne con disabilità: una donna sorda con una protesi acustica leopardata, una giovane cieca con il con il proprio cane guida davanti ad una ruota panoramica, una con sindrome di Down con chi occhiali rossi sul naso che ride, ed una con le gambe incrociate sulla sedia a rotelle.

Sotto questo profilo va ricordato che la Convenzione ONU annovera tra i suoi Princìpi generali “la parità tra uomini e donne” (art. 3, lettera g); che la medesima Convenzione sottolinea «la necessità di incorporare la prospettiva di genere in tutti gli sforzi tesi a promuovere il pieno godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità» (Preambolo, lettera S); e che lo stesso Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, l’organismo preposto a monitorare l’attuazione della Convenzione da parte degli Stati che l’hanno ratificata, prevede che nella sua composizione sia rispettata «la rappresentanza bilanciata di genere» (art. 34, comma 4). Ed è sempre il Comitato ONU a fornire indicazioni importanti su come vadano intese e applicate queste disposizioni.

Lo ha fatto nel 2016, con il “Commento Generale n. 3 sulle donne e le ragazze con disabilità” (disponibile in lingua inglese, a questo link), dove spiega: «In linea con un approccio basato sui diritti umani, garantire l’emancipazione delle donne con disabilità significa promuovere la loro partecipazione al processo decisionale pubblico. Le donne e le ragazze con disabilità hanno storicamente incontrato molti ostacoli alla partecipazione al processo decisionale pubblico. A causa degli squilibri di potere e delle molteplici forme di discriminazione, hanno avuto meno opportunità di costituire o unirsi a organizzazioni in grado di rappresentare i loro bisogni come donne e persone con disabilità. Gli Stati parti dovrebbero rivolgersi direttamente alle donne e alle ragazze con disabilità e stabilire misure adeguate per garantire che le loro prospettive siano pienamente prese in considerazione» (punto 23).

Lo stesso Comitato ONU è tornato sul tema nel 2018 con il “Commento Generale n. 7 sulla partecipazione delle persone con disabilità, inclusi i minori con disabilità, attraverso le loro organizzazioni rappresentative, nella implementazione e nel monitoraggio della Convenzione” (disponibile, in lingua italiana, a questo link). In esso, tra le altre cose, si legge: «Le donne e le ragazze con disabilità devono anche essere incluse su base di eguaglianza in tutte le articolazioni e strutture del quadro di implementazione e monitoraggio indipendente [della Convenzione ONU, N.d.R.]. Tutti gli organismi di consultazione, i meccanismi e le procedure devono essere specifici per la disabilità [disability-specific, N.d.R.], inclusivi e garantire l’eguaglianza di genere» (punto 72).

Proprio per non aver rispettato le disposizioni in materia di parità di genere il nostro Paese è già stato richiamato dal Comitato ONU nelle sue Osservazioni Conclusive al primo rapporto dell’Italia sull’applicazione della Convenzione del 2016, nelle quali, tra le altre cose, raccomandava «che la prospettiva di genere sia integrata nelle politiche per la disabilità e che la condizione di disabilità sia integrata nelle politiche di genere, entrambe in stretta consultazione con le donne e le ragazze con disabilità e con le loro organizzazioni rappresentative» (punto 14).

È dunque possibile raggiungere “la parità tra uomini e donne”, che essendo un Principio generale della Convenzione ONU, si applica in modo trasversale a tutti i suoi articoli, se le donne non figurano tra le figure di coordinamento del quadro di implementazione e monitoraggio della Convenzione stessa? Forse, e ce lo auguriamo, riuscirà a cambiare qualcosa il gruppo di lavoro sulla violenza di genere, ma è abbastanza improbabile che ciò accada negli altri gruppi di lavoro, perché la loro stessa struttura mantiene inalterati gli «squilibri di potere» di cui parla il Comitato ONU. Ovviamente speriamo di sbagliarci, ma l’esperienza maturata sinora, ed i richiami del Comitato ONU, non lasciano molti margini all’ottimismo. (informareunh.it)

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