In Palermo Requiem, Gery Palazzotto intreccia memoria personale e indagine civile sulla scomparsa di Emanuele Piazza. Nell’intervista racconta la Palermo ferita che continua a deludere, il peso del silenzio dello Stato e la necessità di non smettere di raccontare

Parole d’Autore è una rubrica dedicata agli scrittori e alle loro storie. Ogni puntata offre un’intervista esclusiva, svelando l’ispirazione, il percorso creativo e i retroscena dietro la nascita di un libro.

Palermo Requiem


Gery, in Palermo Requiem racconti una storia vera, ma lo fai con il ritmo e la densità emotiva di un romanzo. Quando hai capito che la vicenda di Emanuele Piazza meritava non solo un’inchiesta, ma una vera e propria narrazione letteraria?
Tutto è iniziato col podcast “Loro lo sanno”. Riascoltandolo, mi sono reso conto che la storia apriva nuovi scenari: dal fallito attentato a Giovanni Falcone al ritorno del “pentito” Salvatore Contorno in Sicilia, dalle lettere del “Corvo” alla morte dell’agente Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. L’editore Marlin mi ha contattato e mi è sembrato un segno: era arrivato il momento di ricostruire, di raccontare.

Apri il libro con un’immagine fortissima: “un magazzino pieno di cose in cui non si trova nulla”. È la metafora di Palermo, ma anche dello Stato. Cosa rappresenta per te oggi quella frase?
È il segno di una resa intollerabile. Una resa organizzata dai grandi manovratori del “regno della confusione”.

Tu conoscevi personalmente Emanuele Piazza e Gaetano Genova. Quanto è stato difficile conciliare il ruolo di giornalista con quello di amico coinvolto emotivamente in questa storia?
Eravamo amici d’infanzia. È stato come riaprire una ferita. Il giornalismo ci impone di mantenere una distanza dai fatti. Per questo ho scelto una forma narrativa romanzata nella quale potevo dar sfogo alle mie emozioni. È un libro molto doloroso.

La figura di Piazza è il simbolo del “tradimento di Stato”: un giovane servitore sacrificato nel silenzio delle istituzioni. Pensi che l’Italia abbia davvero fatto i conti con i propri Emanuele Piazza?
Di queste storie storte è lastricata la nostra coscienza collettiva. L’Italia in tal senso è un enorme buco nero: basti pensare ai continui depistaggi che ammorbano la nostra storia. Il più recente, in una lunga lista, è quello dell’ex prefetto accusato di aver fatto sparire il guanto del killer di Piersanti Mattarella.

Palermo Requiem attraversa quarant’anni di storia siciliana e italiana: dalle guerre di mafia alla “Primavera di Palermo”, fino alle derive della politica contemporanea. Cosa credi sia davvero cambiato, e cosa invece continua a restare immobile sotto la superficie?
È cambiato il clima, ma le nuvole stanno sempre lì a oscurare il panorama. La nuova politica ha vizi nuovi – penso alla coltivazione estensiva dell’incultura e della menzogna – e non è migliore di quella di quarant’anni fa. I populismi alimentati via social sono una delle piaghe con cui dovranno vedersela i nostri giovani.

La Palermo che racconti non è solo uno scenario, ma un personaggio vivo: seducente, feroce, contraddittorio. Che rapporto hai oggi con la tua città? È ancora possibile amarla senza farsi male?
Palermo mi ha deluso. Ci sono anche motivi personali poco interessanti per tutti voi, ma la sostanza è che vivo in una realtà che non mi piace e che sento sempre più lontana da me. Lavoro sempre meno con questa città, tendo a chiudere le mie porte. Sto progettando un futuro lontano da qui. Probabilmente è un ulteriore segno della mia inutilità.

Nei capitoli più autobiografici ricordi l’infanzia e l’adolescenza a Resuttana-San Lorenzo con un tono tenero e ironico. È come se la memoria privata servisse a rendere più umana la memoria pubblica. Era questo il tuo intento narrativo?
Sì. Anche se non era un vero intento. Diciamo che è stata un’esigenza. Coltivare un senso ironico del tragico, una cosa tipicamente siciliana.

Scrivi che “nessuno è solo quello che sembra”. È una riflessione che riguarda i protagonisti della storia, ma anche noi lettori?
Riguarda tutti. Nessuno di noi è quel che sembra, e non è sempre qualcosa di negativo.

Palermo Requiem è un atto di denuncia, ma anche un gesto d’amore e di lutto. Pensi che le parole possano ancora servire a guarire una città ferita, o almeno a non dimenticare?
Potrei anzi dovrei dire che le parole servono sempre. Non è vero che la migliore parola è quella che non si dice. Ma le ferite di questa città hanno bisogno di fatti. Le parole diventano chiacchiere e, come si dice, le chiacchiere stanno a zero.

Se potessi immaginare un ultimo sguardo di Emanuele Piazza, cosa credi che ci direbbe oggi sullo Stato, sulla giustizia e su Palermo?
Emanuele era un figlio tipico di Palermo. Con i suoi stimoli e le sue contraddizioni. Preferisco ricordare il suo sguardo sorridente da ragazzo, da giovane perenne. E non immaginare altro.

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