Nell’intervista Lucio Luca racconta perché tornare sulla strage dimenticata di Alcamo Marina e sul caso di Giuseppe Gulotta, innocente rimasto in carcere ventidue anni. Un viaggio tra depistaggi, torture e silenzi di Stato, dove mafia, servizi deviati e memoria negata si intrecciano in una delle pagine più oscure della storia italiana

Parole d’Autore è una rubrica dedicata agli scrittori e alle loro storie. Ogni puntata offre un’intervista esclusiva, svelando l’ispirazione, il percorso creativo e i retroscena dietro la nascita di un libro.

Lucio Luca L'ultima spiaggia

Lucio, perché tornare oggi sulla strage di Alcamo Marina? Perché, come scrivi nel libro, è una strage dimenticata: chi l’ha dimenticata davvero e per quali ragioni questa vicenda è stata rimossa così a lungo dalla memoria collettiva del nostro Paese?
Da sempre sono convinto che l’eccidio nella casermetta Alkamar sia uno snodo cruciale della storia del nostro Paese. Tanto che per coprire i veri autori del massacro dei due carabinieri Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo è stato costruito un depistaggio colossale che ha tenuto in carcere per 22 anni un innocente come Giuseppe Gulotta, oltre a tre suoi amici che con quella strage non c’entravano nulla. Quasi come se fosse necessario, per qualcuno, dare in pasto all’opinione pubblica dei colpevoli e coprire per sempre questa storia. Che, invece, è legata a mezzo secolo di misteri italiani: da Impastato a Mario Francese, da Mauro Rostagno a Ilaria Alpi.

L’Ultima Spiaggia non è soltanto un’inchiesta, ma un racconto fortemente umano. Quando hai capito che questa storia non poteva essere narrata solo attraverso atti giudiziari e sentenze, ma aveva bisogno di dare voce alle persone travolte da quella tragedia?
“È stato decisivo l’incontro con Peppe Gulotta, l’ex ragazzo di diciott’anni che sognava di entrare nella Guardia di Finanza e una notte si è ritrovato accusato di aver ammazzato quei due carabinieri. Sono stato colpito dalla sua serenità, dal fatto che non riesca a odiare, dalla voglia di ricominciare dopo 22 anni di carcere da innocente e ben undici processi nell’arco di 36 anni. Era poco più che adolescente quando è iniziata questa storia, si è perso tutto: amici, affetti, famiglia, anche il figlio che di fatto ha “conosciuto” davvero soltanto quando è uscito definitivamente dal carcere. Quando ci siamo visti gli ho chiesto: “Ma come hai fatto a non impazzire?”. Mi ha risposto: “Ogni sera andavo a dormire ma prima mi dicevo: oggi non è successo niente ma domani qualcosa succederà e capiranno che io con quella strage non ho nulla a che fare”. Lui era sicuro che prima o poi sarebbe riuscito a uscire dall’incubo. Se non oggi, domani. Fino a quando domani è arrivato”.

La figura di Giuseppe Gulotta attraversa tutto il libro come una ferita aperta. Che effetto ti ha fatto incontrarlo e cosa ti ha insegnato, come uomo e come giornalista, la sua storia di innocenza e resistenza?
“Giuseppe ha la quinta elementare, faceva il muratore, sognava di entrare nella Guardia di Finanza. È un uomo segnato dalla vita, uno a cui hanno rubato tutto. Ricordo che quando lui raccontava e io prendevo appunti, non perdeva mai la calma mentre io ero furioso per quello che sentivo. Dicono che giornalisti debbano essere cinici, asettici: davanti a questa storia io non ci sono riuscito. Paradossalmente ero più incazzato io che lui… Cosa mi ha insegnato Peppe? Che forse c’è sempre una speranza, anche quando tutto sembra cospirare contro di te. C’è un domani per tutti, mi piacerebbe che la morale della sua storia fosse proprio questa.

Nel libro emergono con forza torture, confessioni estorte e gravi depistaggi. Secondo te l’Italia ha mai davvero fatto i conti con questa parte oscura della propria storia giudiziaria e istituzionale?
“Non del tutto. Purtroppo in questa storia uno dei protagonisti, il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, è morto ucciso dalla mafia. Anche per questo, magari per non offuscarne la memoria, qualcuno ha fatto un passo indietro nelle indagini. Lasciando però che quattro innocenti marcissero in carcere o, comunque, fossero additati come assassini senza scrupoli. A distanza di 50 anni non sappiamo chi abbia ucciso i due carabinieri, e questa è una ferita aperta che mi fa pensare che non tutto quello che si poteva fare è stato fatto”

Nel tuo racconto si intrecciano mafia, Servizi segreti, Gladio, terrorismo nero e strategia della tensione. È stato più difficile ricostruire i fatti o accettare che tutto questo potesse convivere nello stesso tempo e nello stesso territorio?
“Io ho cercato di raccontare mezzo secolo di misteri attraverso le carte e le sentenze anche se sembra proprio una spy-story frutto dell’immaginazione. Purtroppo, invece, è tutto vero. Anche se, ovviamente, il mio libro non pretende di dare risposte: io indico i fatti, faccio notare le coincidenze, come se un unico filo attraversasse cinquant’anni di vicende italiane. Sarà poi il lettore a farsi un’idea, a me basta solo far riflettere. Per esempio sul fatto che  i carabinieri che indagavano ad Alcamo Marina sono gli stessi che hanno depistato l’inchiesta sulla morte di Peppino Impastato. Che la cartella nella quale il militante di Dp raccoglieva documenti sulla morte dei due militari uccisi non è mai stata ritrovata. Che la sua ipotesi fosse quella di strani traffici sulla costa a cavallo tra Palermo e Trapani, praticamente quello che aveva documentato Mauro Rostagno in una cassetta video sparita dopo la sua morte. E che in quella zona, negli anni Settanta e Ottanta, c’era uno dei centri più importanti di Gladio del mezzogiorno d’Italia, il centro Scorpione, dove operavano pezzi dei Servizi deviati, della massoneria, dell’eversione nera e – ovviamente – della mafia. Ecco, a un certo punto ho capito perché su Alkamar non si è mai voluto andare a fondo: forse conveniva a tanti far marcire in carcere quattro innocenti piuttosto che accendere i riflettori”.

Alcamo e Alkamar diventano quasi personaggi della narrazione, luoghi carichi di bellezza ma anche di silenzi e ombre. Quanto pesa, secondo te, il rapporto tra i territori e la memoria, e quanto invece il tempo favorisce la rimozione?
“Alcamo ha una storia millenaria, è una terra di mafia ma anche di grandi donne che hanno trovato la forza di ribellarsi, penso a Serafina Battaglia e a Franca Viola che ricordo nel libro. C’è questa spiaggia affollata d’estate e utilizzata d’inverno per chissà quali traffici illegali, ci sono altri delitti eccellenti, la stagione dei sequestri di persona voluti dai Corleonesi di Totò Riina. E c’è, in questo territorio a metà strada fra Palermo e Trapani, un intreccio tra criminalità, Servizi deviati, poteri forti, massoneria, banche più o meno nelle mani dei boss. Diciamo che il territorio sicuramente si presta a un racconto noir. E’ chiaro che dopo mezzo secolo la speranza di scoprire la verità su tanti episodi rimasti nella nebbia è sempre più flebile. Anche perché non so quanta voglia ci sia di scoprirla”.

Tra le pagine emerge una verità dolorosa: lo Stato può sbagliare, ma spesso fatica a riconoscere i propri errori. È questo l’aspetto che ti ha ferito di più durante la scrittura del libro?
“Credo che fin dall’inizio a qualcuno sia arrivato l’ordine di imboccare una pista palesemente infondata come quella del terrorismo rosso per coprire i veri autori materiali. Bisognava dare in pasto un colpevole all’opinione pubblica e, nello stesso tempo, coprire chi si era macchiato di un crimine orrendo. Forse perché quei due carabinieri avevano visto qualcosa che non dovevano vedere e si erano trovati nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Però siamo solo nel campo delle supposizioni, visto che dopo l’assoluzione di Gulotta e degli altri nessuno ha ritenuto di dover indagare ancora. Se posso dire, l’aspetto che mi ha fatto più male è pensare che Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta sono morti in quel modo, sono stati dimenticati e difficilmente avranno mai giustizia. Ma spero davvero di sbagliarmi”.

Dopo quasi quarant’anni Giuseppe Gulotta viene riconosciuto innocente, ma resta una domanda sospesa: chi ha ucciso davvero i carabinieri di Alcamo Marina? Pensi che oggi esistano ancora le condizioni per arrivare a una verità completa?
“Come dicevo prima, la verità è nelle carte. Magari non si riuscirà a risalire ai colpevoli, ma il contesto è quello. Anche se la Commissione parlamentare antimafia ha detto che non ci sono riscontri per parlare di Gladio. Non ne ha trovati, che non vuol dire che li ha esclusi”.

Nel libro scrivi che, anche quando arriva l’assoluzione, le cicatrici restano. Che cosa significa davvero “giustizia” per chi ha perso la propria vita dietro le sbarre pur essendo innocente?
“Significa poter tornare in paese, ad Alcamo, e camminare a testa alta. Credo che per Peppe Gulotta questa sia il risarcimento più grande. Certo, ha anche ricevuto dei soldi dallo Stato per l’ingiusta detenzione. Ma davanti a 36 anni di inferno, qualsiasi cifra credo sia insufficiente”.

Dopo aver concluso L’Ultima Spiaggia, cosa ti auguri resti nel lettore una volta chiusa l’ultima pagina: indignazione, consapevolezza o semplicemente il dovere di non dimenticare?
Io spero che chi leggerà il libro sia portato a riflettere su quello che è successo. Che possa unire i tanti puntini delle storie per vedere cosa appare, un po’ come nei giochini dei cruciverba. Poi ognuno si farà la sua opinione. Mi piacerebbe che ci si chiedesse: “Perché abbiamo tollerato tutto questo? In nome di quale interesse nazionale è stato deciso di rovinare la vita a delle persone per salvare i veri assassini? Senza, per altro, dare giustizia a due carabinieri che probabilmente non hanno nemmeno avuto il tempo di capire perché stavano morendo”.

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