In Italia l’inclusione delle persone con disabilità sembra funzionare solo fino all’infanzia. Quando arriva il momento del lavoro, tutto si incrina: leggi insufficienti, aziende impreparate, famiglie lasciate sole e persone escluse. Racconto dati, storie e anche la mia esperienza personale: la fatica, la dignità e la ricerca ostinata di un posto nel mondo
In Italia si parla spesso di inclusione. La celebriamo nelle scuole, nelle campagne di sensibilizzazione, nei convegni istituzionali. Cresciamo bambini e bambine con disabilità dentro percorsi che, almeno sulla carta, dovrebbero garantire opportunità, supporti educativi, spazio dentro la vita della comunità. La nostra legislazione, da questo punto di vista, è tra le più avanzate al mondo. Ma c’è un momento preciso in cui questa struttura così accuratamente costruita sembra dissolversi: il passaggio all’età adulta.
Quando i bambini diventano adulti e iniziano a desiderare ciò che sarebbe naturale, legittimo e umano per chiunque: un lavoro, una casa, un’autonomia possibile, una dignità piena. È lì che il sistema si inceppa. E non basterà appellarsi ai principi più nobili della legge, alla retorica dell’inclusione o ai riconoscimenti internazionali. Perché l’inclusione, quando non è reale, si vede. Si vede nei vuoti. Si vede nelle attese infinite. Si vede nei fallimenti taciuti.
Secondo l’ultimo rapporto del Cnel sul mercato del lavoro, solo il 33% delle persone con gravi limitazioni e il 57% di quelle con disabilità lieve risulta occupato. Se guardiamo ai giovani adulti disabili, la prospettiva diventa ancora più drammatica: due terzi di loro non lavorano e non studiano. Rimangono sospesi in una terra di mezzo, dove il tempo passa ma la vita non avanza.

Il senso di abbandono
Quando la scuola finisce e si affaccia l’età adulta, molte persone con disabilità e le loro famiglie si ritrovano improvvisamente sole. È come se l’intero sistema, che fino a quel momento aveva garantito un minimo di continuità e presenza, si ritirasse all’improvviso. Gli anni della scuola – pur con tutte le difficoltà – sono spesso accompagnati da insegnanti di sostegno, educatori, terapisti, attività di socializzazione. Esiste una rete, fragile ma reale.
Ma quando arriva il momento di entrare nel mondo del lavoro, quella rete scompare.
Le famiglie guardano i loro figli diventare adulti, pieni di desideri, capacità, voglia di partecipare, e allo stesso tempo si trovano davanti un futuro vuoto, senza prospettive, senza percorsi strutturati, senza figure di riferimento.
Il sentimento più comune è quello di essere lasciati a sé stessi.
Senza un orientamento, senza un accompagnamento, senza qualcuno che si faccia carico di trasformare il diritto in possibilità concreta. Ogni famiglia si ritrova a dover inventare soluzioni, contattare enti, bussare a porte che spesso non si aprono. E tutto ciò accade mentre il tempo passa, e con esso aumentano le domande, i dubbi, le paure.
Il senso di abbandono non nasce solo dall’assenza di risposte, ma dall’assenza di un orizzonte.
Non sapere se e quando arriverà un’opportunità, non sapere a chi rivolgersi, non sapere come garantire al proprio figlio o a sé stessi una vita piena di relazioni, di lavoro, di dignità. L’autonomia, che in teoria sarebbe un diritto, diventa così una lotta quotidiana, fragile, faticosa e spesso solitaria.
Una legge che non basta e un sistema che non accompagna
La legge 68 del 1999, quella sulle cosiddette “categorie protette”, prevede l’obbligo per le aziende di assumere persone con disabilità. Ma lo prevede solo sulla carta. Esiste infatti la possibilità di pagare una sanzione per non assumere nessuno, e molte aziende scelgono questa strada.
Il risultato è paradossale: abbiamo una norma pensata per garantire inclusione, che diventa invece un alibi economico per evitarla.
A oggi, circa un milione di persone è inscritto al collocamento mirato. Il 75% di loro avrebbe bisogno di accompagnamento al lavoro. Solo il 25% riesce a inserirsi realmente. E persino chi viene assunto, spesso, perde il lavoro entro l’anno. Perché manca un altro pezzo fondamentale: qualcuno che segua, supporti, accompagni anche dopo l’ingresso in azienda.
La figura del disability job supporter esiste, ma è ancora marginale, praticamente sconosciuta, non strutturata. Insomma: la porta si apre, ma dietro non c’è nessuno a sostenere il passo. E allora si cade. La realtà che creano lavoro dove non c’è.
Eppure, qualcosa si muove. Non nelle grandi leggi, ma nelle piccole rivoluzioni dal basso.
PizzAut è una di queste rivoluzioni. Dal 2017 forma e impiega persone con autismo in vere pizzerie, con contratti veri. Oggi sono 46 i ragazzi che lì lavorano. E il primo gesto che fanno con lo stipendio è portare i genitori a cena e pagare il conto. In quel gesto c’è l’essenza dell’autonomia: riconoscersi soggetti, non oggetti di cura.

A Alcamo, la cooperativa RossaSera ha rigenerato terreni abbandonati per costruire percorsi di agricoltura sociale. Non per occupare il tempo – ma per costruire reddito, competenze, appartenenza.
Sono esempi importanti, ma ancora troppo pochi. La sfida non può essere lasciata alla buona volontà degli eroi civili. Deve diventare politica strutturale.
L’inclusione promessa, ancora lontana
Nel 2024 il G7 sulla disabilità ha prodotto la Carta di Solfagnano, che parla di autonomia, inclusione lavorativa, valorizzazione dei talenti. Ma a distanza di un anno, gli obiettivi sono rimasti quasi interamente sulla carta. Il divario tra le dichiarazioni e le realizzazioni è ancora enorme.
La realtà quotidiana delle persone con disabilità resta l’esclusione sociale.
La mia storia, dentro questa storia
Scrivo queste cose non solo perché le studio, le osservo e le racconto. Le scrivo perché le vivo. Nonostante una laurea, un dottorato, anni di impegno civile, collaborazioni, battaglie condotte dentro e fuori le istituzioni, non ho ancora un lavoro stabile. Non perché non abbia competenze. Non perché non abbia volontà. Ma perché il sistema, semplicemente, non prevede me. Ogni spazio che occupo me lo sono dovuto costruire da solo, centimetro dopo centimetro, spesso controvento. Ho dovuto conquistarmi ascolto, credibilità, presenza. Senza scorciatoie, senza corsie preferenziali. Con una fatica che chi è fuori difficilmente immagina.
E lo dico anche come vicepresidente di una associazione che lavora ogni giorno per promuovere l’autonomia e l’indipendenza delle persone con disabilità, compreso l’autismo. Porto avanti progetti, costruisco reti, affianco famiglie e ragazzi perché credo davvero che il futuro debba essere diverso. Ma la verità è che, spesso, la distanza tra ciò che proviamo a costruire per gli altri e ciò che riusciamo a ottenere per noi stessi è dolorosa.
Io so cosa significa lottare per il diritto a essere parte della società. Non spettatore. Non simbolo. Non testimonianza. Persona. E continuerò a farlo.
Perché l’inclusione non è una parola da pronunciare, ma una porta da aprire.
E poi, soprattutto, da non richiudere.
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