Quando parli con Jovanotti, ti rendi subito conto che non è solo un cantante, ma una corrente elettrica che attraversa il tempo, le mode e pure i guai. L’ho intervistato dopo un periodo duro, segnato da un incidente che lo ha costretto a rallentare – lui, che ha sempre corso più veloce della musica. Ma non aspettatevi frasi fatte o retorica sul dolore: Lorenzo parla di libertà, di risalite, di palco come se fossero amici di vecchia data. Con quella sua solita allegria, senza nascondere le ferite ma nemmeno esibirle. In questa chiacchierata, mi ha raccontato cosa significa ritrovare il proprio corpo dopo una caduta, cosa ha imparato dalla fragilità, e perché oggi la libertà ha il sapore del presente. Un’intervista che è un viaggio: dentro la musica, dentro la vita. E dentro ognuno di noi.
Lorenzo, sei tornato con una forza pazzesca dopo mesi di riabilitazione e sfide personali. Hai conquistato i palasport con il tuo entusiasmo contagioso, ma anche con una nuova consapevolezza. Come stai oggi, fisicamente ed emotivamente? Cosa ti ha lasciato questo percorso?
“Sto come alla fine di un tour pazzesco, un po’ frastornato e ancora “acceso”, perché quando mi metto in moto poi non mi fermerei più. Inoltre questo tour è partito con una serie di incognite che sono rimaste tali fino all’ultima data: “ce la farò a reggere?” poi sceso dal palco dell’ultimo show ho risposto che non solo ce l’ho fatta ma data dopo data sono stato sempre meglio. La musica, la gente, suonare, lavorare mi fa bene, è stata una grande terapia.”
Il tuo nuovo album arriva in un momento che potremmo definire epico, tra resilienza e celebrazione. Quanto delle esperienze vissute negli ultimi anni si è riversato in queste canzoni? C’è un messaggio che più degli altri desideravi far arrivare?
“Io non so quantificare cosa finisce nelle canzoni, potrei dire che ci finisce tutto, perché le canzoni sono oggetti che si nutrono della vita di chi le scrive e le canta, di ogni aspetto della vita. Poi c’è il carattere individuale che opera il discernimento tra il lamento e la lode, tra buio e luce, tra voglia di far tesoro di un’esperienza e la naturale tendenza a non voler cambiare o crescere, che è normale, perché la musica è anche un modo per rimanere legati alla propria giovinezza, alla spensieratezza.”
In passato hai definito la musica “la tua compagna di viaggio”. In questo periodo, quando il viaggio si è fatto interiore e rallentato, la musica è rimasta una bussola? Hai trovato conforto o ispirazione in qualche brano particolare?
“La musica è una parte importante della mia vita soprattutto perché è una scoperta continua, Parafrasando Eraclito potrei dire che non si ascolta mai due volte la stessa canzone, perché la musica è un flusso e noi stessi siamo un flusso. Io amo la musica e in questi ultimi anni soprattutto amo la musica senza struttura, la musica aperta, il blues del sahara, la musica popolare da ballo come la cumbia e amo tutta la musica che non conosco e che devo ancora scoprire.
La musica è il contrario di una bussola, la musica è uno strumento che uso per perdermi.”
Tornare a esibirti dal vivo dopo l’incidente non era scontato, né facile. Eppure sei tornato a casa, sul palco, con una potenza quasi nuova. Com’è stato affrontare di nuovo il corpo in movimento, il ritmo, la folla? Hai mai avuto timore che qualcosa fosse cambiato per sempre?
“Ho avuto tutto il timore del mondo, e anche una certezza però: le mie canzoni e la mia energia avrebbero trovato un modo per esprimersi, anche se fino al debutto non sapevo quale. Ho sentito poi fortissimo l’affetto del pubblico, e questo ha reso tutto facilissimo, bellissimo, magico.”
“È sempre quanta libertà concediamo agli altri a stabilire il livello della nostra.”
Per mesi hai vissuto con delle limitazioni fisiche importanti. Questo ti ha offerto uno sguardo diverso sulla disabilità, sulle barriere – spesso invisibili – che esistono nel mondo dello spettacolo e nella vita di tutti i giorni?
“Avevo già sensibilità rispetto a questo, non ho mai preso alla leggera la questione delle disabilità, il modo in cui un paese l’affronta è centrale nel progresso civile. Non serve farsi male per sentire il dolore degli altri, non è necessario soffrire personalmente per empatizzare con la sofferenza altrui. Siamo esseri umani e dentro di noi esiste l’umanità intera in ognuno di noi, con tutte le sue meraviglie e le sue difficoltà. Si fanno progressi in tutti i sensi ma ancora ci sono troppe disparità, bisogna fare meglio.”
Nella tua poetica hai sempre cantato la libertà: di andare, muoversi, scegliere, volare. Dopo questa esperienza, il tuo concetto di libertà si è trasformato? Oggi cosa significa per te essere libero?
“Il concetto di Libertà è troppo vasto e astratto, preferisco “liberazione” che è l’azione di libertare, di liberarsi, e questa mi è più chiara, la conosco meglio.
Essere libero significa poter scegliere, non in senso assoluto, quanto nell’ambito della propria condizione. La libertà non è una zona che si raggiunge a un certo punto, é una condizione interiore, un punto di partenza interiore, che si proietta nella vita che facciamo, nelle relazioni, nelle scelte e nei comportamenti.

È sempre quanta libertà concediamo agli altri a stabilire il livello della nostra. In una mia canzone, l’estate addosso, canto “respira questa libertà” e in un certo senso in queste tre parole c’è la mia idea di libertà possibile aldilà dell’utopia che è stata affrontata meglio di tutti da Gaber. Per me la libertà è respiro, è azione nel tempo e nello spazio, per me la libertà è questa, ovvero quella che riusciamo a sperimentare nel momento, non tanto LA libertà in senso assoluto quanto QUESTA libertà che vivo adesso.”
“Lo vivo come un nuovo inizio, ma non so di cosa. Un inizio di qualcosa.”
Il pubblico ti ha sommerso di messaggi, affetto, vicinanza. Durante la convalescenza, c’è stato un momento o un gesto da parte dei fan che ti ha particolarmente colpito? Hai mai avuto paura che quel legame potesse cambiare?
“È un legame bellissimo, perché quest’anno come mai prima di ora ho visto quattro generazioni ai miei concerti. I miei concerti stanno diventando raduni di persone vive, che condividono uno sguardo luminoso e coraggioso aldilà della loro età e della loro storia personale. E’ una sensazione pazzesca stare dove sto io e fare quello che faccio.”
Nei tuoi testi c’è sempre una luce, anche nei momenti più cupi. Dopo quello che hai attraversato, quale pensiero o messaggio vorresti affidare a chi oggi sta lottando con una malattia o con una sfida personale?
“Non ho messaggi, non ho consigli, non ho la presunzione di poter indicare una via, ho solo la musica, la mia passione, la mia voglia di vivere ogni attimo.”
Questo tour non è solo un ritorno, ma l’inizio di una nuova fase: più consapevole, forse più profonda. Lo vivi come un ritorno alla normalità o come un nuovo inizio, con traiettorie ancora da esplorare?
“Lo vivo come un nuovo inizio, senza alcun dubbio, ma non so di cosa, un inizio di qualcosa. Mi piace questa sensazione di non avere un programma, un’agenda, davanti a me. Ogni giorno mi vengono delle idee, qualcuna più svanisce e altre prendono forza e col tempo potrebbero diventare progetti.
Il mondo della musica è cambiato tantissimo, è tutto così rapido e in continuo cambiamento e tutto viene dimenticato alla velocità della luce, che davvero non ha senso fare progetti a lungo termine, si naviga a vista nell’ignoto. Sono interessato a quello che chiamano “vibe coding” che è il modo più creativo di usare le intelligenze artificiali per essere ancora più umani.”
Guardando avanti: dopo questo tour monumentale, cosa immagini per il futuro? Hai già in mente nuovi progetti, nuovi territori da attraversare – artistici o umani?
“Vorrei viaggiare, ecco, continuare a viaggiare. Scoprire nuove terre, incontrare gente, ascoltare musiche, fare musica, inventare cose, giocare, abbracciare il giorno che inizia, praticare sempre meglio la meditazione e sentire la vita scorrere in me, gli odori, i sapori, i suoni, le sensazioni, le benedizioni.”
Lorenzo non ci ha lasciato un decalogo su come affrontare le cadute della vita. E forse è proprio questo il bello: non esiste una formula, ma esiste il movimento. Esiste il ritmo che ciascuno trova dentro di sé, anche quando tutto sembra immobile. Il suo ritorno sul palco non è un gesto eroico, ma un inno alla possibilità. Di ricominciare. Di lasciarsi sorprendere. Di respirare la libertà, anche se diversa da prima.
Perché, come ci ha detto lui, «non è LA libertà in senso assoluto, ma QUESTA libertà che vivo adesso». E a pensarci bene, non è poco. È già moltissimo.

Foto di Michele @maikid Lugaresi
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