Il motore della diversità: l’ “effetto moltiplicatore” per l’inclusione (vera)

La più grande minoranza sulla terra è quella delle persone con disabilità: che cosa si può fare per avere un «effetto moltiplicatore» positivo sulla società

La disabilità è una condizione molto più diffusa di quanto si pensi. Secondo le ultime stime dell’Oms, le persone con disabilità sono la più grande minoranza nel mondo: più di un miliardo di persone, il 15% della popolazione globale. Se guardiamo all’Italia, circa 13 milioni di individui hanno una disabilità. Ma che cosa vuol dire avere una disabilità? Negli ultimi 40 anni, ci siamo lentamente allontanati dall’idea che la disabilità sia uno stato di malattia o a-normalità, dovuta alla semplice presenza di una disfunzione fisica, intellettiva o sensoriale, abbracciando sempre di più il concetto di disabilità come interazione tra la presenza di una disfunzione e le barriere poste dall’ambiente sociale in cui la persona con tale disfunzione vive.

Quest’ultima definizione ci dice due cose importanti e simmetriche: la prima è che le condizioni disabilitanti di una persona dipendono da tutti noi, in quanto parte dell’ambiente sociale, e che quindi possiamo contribuire a ridurre o eliminare le barriere esistenti. La seconda è che le conseguenze di questa interazione, positive o negative, toccano inevitabilmente tutta la popolazione. Ecco perché la disabilità ci riguarda tutti: è il cosiddetto moltiplicatore. 

Gli effetti sulle famiglie

Proviamo a usare questa logica per analizzare una specifica popolazione di individui con disabilità: i bambini. Nonostante vi sia la percezione diffusa che la disabilità riguardi prevalentemente la popolazione anziana (idea non priva di fondamento, in quanto circa il 46% degli individui con più di 60 anni hanno una disabilità), è importante sapere che circa 410.000 minori in Italia hanno una qualche forma di disabilità, ovvero uno su 25. Ognuno di questi bambini ha una interazione stretta, e presumibilmente quotidiana, con i membri della sua famiglia, genitori, fratelli e nonni: sono proprio loro ad essere i principali caregivers e a formare la primaria rete di supporto, volta all’abbattimento delle barriere ambientali. Sulla base dei dati demografici esistenti, possiamo stimare che i componenti della famiglia quotidianamente toccati dalla disabilità di un minore siano in Italia circa 2 milioni e mezzo.

Gli studi che stiamo conducendo mostrano che i genitori di bambini con disabilità soffrono più spesso di cattiva salute mentale e fisica, a causa del maggiore peso di cura; delle difficoltà nel gestire un sistema di servizi carente e complesso; e dello stigma «di cortesia» che si estende dal figlio ai genitori stessi. Inoltre la presenza di un figlio con disabilità ha effetti negativi sulla partecipazione al mercato del lavoro, sui redditi e sulla progressione di carriera per madri e padri. I fratelli invece sono chiamati i «bambini di vetro», in quanto invisibili ai genitori, troppo spesso presi dalla cura del fratello o sorella con disabilità, e alcuni studi mostrano che hanno più spesso difficoltà comportamentali e relazionali. Anche i nonni risentono emotivamente del «doppio peso» della condizione di disabilità del nipote e di caregiver del figlio o figlia.

L’effetto moltiplicatore non si ferma qui, in quanto per un genitore si moltiplica nel suo network amicale e lavorativo (ad esempio le assenze per malattia sul lavoro possono ricadere sui colleghi in termini di lavoro aggiuntivo), mentre le eventuali difficoltà relazionali e comportamentali del fratello o sorella toccano i compagni di scuola. Tra l’altro, in un sistema scolastico inclusivo come quello italiano, dove i bambini con disabilità sono inseriti nelle scuole tradizionali, l’effetto diretto dell’esposizione alla disabilità di un compagno, o indiretto tramite un fratello, è praticamente quasi inevitabile, visti i numeri. 

Diversità
Le iniziative per avere un effetto moltiplicatore sulle comunità

Che tale esposizione sia opportunità, e non sfida, dipende da quanto l’ambiente scuola è capace di favorire l’inclusione, promuovendo un processo di consapevolezza e sensibilizzazione degli altri compagni alla diversità e fragilità. Studi peraltro mostrano come la disabilità di bambino abbia anche effetti positivi su genitori e fratelli, che sviluppano maggiormente atteggiamenti altruistici, e sono mediamente più impegnati in attività di volontariato, diventando così un valore per tutta la società. Le persone con disabilità non sono quindi un mondo a parte, ma sono parte integrante del nostro mondo: per questo bisogna sviluppare dei servizi per supportarli, dove la parola chiave sia integrazione.

C’è chi, come la Fondazione TOG a Milano, integra servizi diversi: come terapie riabilitative, identificare gli specialisti a cui rivolgersi, e aiutare a inserire il bambino a scuola, sgravando la famiglia dalla necessità di dover essere l’unica regista di un complesso sistema di risposte ai molteplici bisogni di un figlio con disabilità. C’è chi integra i bisogni del bambino con disabilità con quelli di tutta la famiglia, offrendo terapie ricreative, divertimento e tempo libero alle famiglie, come fa Dynamo Camp, che da Pistoia sta ampliando questi servizi in tutta Italia.

C’è invece chi, come Fondazione Paideia a Torino, integra queste famiglie nella comunità locale, promuovendo attività di formazione all’inclusione in musei e biblioteche. C’è chi poi integra ragazzi con e senza disabilità in attività sportive, inclusive ma competitive, come il Baskin (Basket Inclusivo), nato a Cremona e oggi gestito a livello nazionale dall’Ente Italiano Sport Inclusivi. Nel Baskin, agli atleti con disabilità viene data la possibilità di rivolgere finalmente lo sguardo verso l’alto, grazie al canestro, e diventare un vero asset per la squadra, in quanto tra i tiratori principali. Moltiplichiamo questi esempi virtuosi per rendere la disabilità un valore. (corriere.it)

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