Guerra non è solo quella delle bombe: è anche silenzio, abbandono e censura. Vogliamo riflettere su chi resta invisibile e sulla responsabilità di non abituarsi mai all’ingiustizia, nemmeno quando non distrugge. Un’attenzione particolare è rivolta alle persone con fragilità, spesso dimenticate anche nei contesti più critici

di Elio Brunetto*

Ci sono giorni in cui si fa fatica a scrivere. Non per mancanza di parole, ma perché troppe premono insieme, come se il cuore volesse parlare prima della bocca, o prima della testa.
La guerra, quella vera, quella che devasta le città, spezza le vite e confonde le ragioni, entra nelle nostre vita anche se viviamo lontani dal fragore delle bombe. Non tutti riusciamo ad ignorarla e a fingere che non stia accadendo, facendoci cullare con un: “Vabbè, tanto è dall’altra parte del mondo, tutto questo non mi riguarda”.

La guerra, mi dico, è l’opposto della cura.
È l’antitesi della giustizia ed il silenzio assordante che arriva quando smettiamo di ascoltare davvero chi è accanto a noi. E in quel silenzio, spariscono prima di tutto loro, le persone che non fanno rumore: chi ha bisogno di aiuto per spostarsi, per comunicare e per difendersi, chi vive con una disabilità, fisica o cognitiva che sia, chi ha bisogno di tempo, di spazi protetti, di accoglienza, e di chi banalmente, non ha l’età per scegliere, per capire, per difendersi e per distinguere il rumore di un gioco da quello di un’esplosione.

Anche se non abbiamo amici o parenti coinvolti, sentiamo di avere un legame con chi in questo momento sta soffrendo e con chi non può scappare, con chi ha un corpo fragile, una mente che funziona in modo diverso o un bisogno di cura che nel rumore del conflitto viene ignorato. Eppure, sono proprio loro a portare il peso più grande di decisioni che non hanno preso: la perdita di figure di riferimento, di case, di una possibilità di istruzione, e spesso della vita; e chi è “fortunato” a non perdere quest’ultima, rischia di crescere in contesti in cui la violenza diventa normalità.

Nei racconti di guerra si parla di strategie, di alleanze e di numeri, ma meno si parla di chi non riesce a salire le scale di un rifugio, di chi non capisce perché all’improvviso il mondo è diventato ostile, caotico e ingestibile. Di chi resta indietro, anche quando tutti scappano. Eppure queste persone esistono, e il loro diritto a essere al centro della protezione e della cura dovrebbe essere non negoziabile.
Io scrivo pensando a loro e che se vogliamo davvero costruire un mondo giusto, allora non possiamo restare in silenzio davanti a questo; una violenza non solo fisica, ma anche sociale, psicologica e sistemica.

Guerra

Perché il contrario della guerra non è solo la pace. È l’ascolto, la presenza e la cura.
La guerra entra nei nostri telefoni, nei nostri occhi e nel nostro modo di stare al mondo. Ci illudiamo di essere spettatori, ma in realtà partecipiamo anche solo rimanendo in silenzio.
Anche solo accettando l’idea che la violenza è inevitabile, che “non ci riguarda”, che “è sempre stato così”.

Ma non serve una bomba per fare la guerra. Ci sono governi che la fanno anche senza armi; alzando muri invece di costruire ponti. Quando guardano sofferenze evidenti e scelgono di ignorarle, e perché no, forse approvarle nel silenzio. Quando lasciano che l’ingiustizia diventi normalità, purché resti lontana dai riflettori.
Anche quando una guerra è più silenziosa, non è meno dolorosa. Si infiltra nei nostri pensieri, ci anestetizza e ci rende complici inconsapevoli; e la cosa più pericolosa è che ci abitua.

Io non ho risposte, ma ho delle domande: Quante guerre ignoriamo ogni giorno, solo perché non fanno rumore? Quanti corpi fragili, quante voci lievi, quanti bisogni invisibili vengono lasciati soli, anche in tempo di “pace”? Se non impariamo a guardare e a includere chi è più vulnerabile, anche la pace sarà solo una tregua per pochi.

Inoltre c’è il silenzio imposto: quello che non nasce dalla paura, ma dalla censura e che trasforma la parola “pace” in qualcosa di scomodo, da evitare e da tagliare via. Come se dire “viva la pace” fosse un atto di provocazione. Come se sperare in un mondo senza violenza fosse diventato sospetto e pericoloso. Così chi ne parla in TV viene interrotto, corretto e ridimensionato. Si può parlare di strategie, di difesa e di ordine pubblico. Ma non si può più sognare ad alta voce.

Forse scrivere è il mio modo di non girarmi dall’altra parte e di non accettare che la guerra diventi una parte del paesaggio. Il mio modo di ricordare, anche a me stesso che il mondo si cambia anche solo scegliendo da che parte stare. Ma io non voglio più abituarmi a tutto questo; perché se un giorno non potremo più dire “pace” senza timore, vorrà dire che la guerra non solo ci ha vinti, ma ci ha convinti.

*Elio Brunetto, originario di Santa Lucia del Mela (ME), è un aspirante scrittore appassionato di diritti umani e tematiche sociali. Con esperienze nel campo della protezione internazionale, crede nel potere delle parole per generare cambiamento.

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