Le tragedie in cui genitori o familiari uccidono persone con disabilità vengono spesso raccontate attraverso la disperazione di chi compie il gesto. Ma al centro dovrebbe esserci la vittima, la sua dignità e il diritto alla vita. Serve un cambio di paradigma culturale: riconoscere e raccontare anche il disabilicidio.

La tragedia di Pietralata, a Roma, ci mette ancora una volta davanti a una domanda difficile, che forse preferiremmo evitare. Una bambina di appena cinque anni, Bianca, è stata trovata morta nella sua abitazione insieme ai genitori. Secondo le prime ricostruzioni, la piccola, nata con una grave disabilità, sarebbe stata uccisa dai genitori prima che questi si togliessero la vita. Gli inquirenti stanno ancora ricostruendo la dinamica esatta della tragedia e le responsabilità.
È una vicenda che lascia sgomenti e che inevitabilmente porta con sé dolore, rabbia e interrogativi profondissimi. Ma proprio davanti a una tragedia come questa credo sia necessario provare a spostare lo sguardo e porci una domanda diversa da quelle che normalmente accompagnano questo genere di cronaca: dov’è la vittima nel modo in cui raccontiamo queste storie?
Ogni volta che un genitore uccide il proprio figlio o la propria figlia con disabilità e poi si suicida, il racconto pubblico tende quasi inevitabilmente a concentrarsi sulla disperazione di chi ha compiuto il gesto. Si parla della solitudine della famiglia, delle difficoltà economiche, del peso dell’assistenza, dell’isolamento, della mancanza di servizi, della stanchezza e dell’assenza delle istituzioni. Si cerca di ricostruire la vita di quella famiglia per comprendere come si sia potuti arrivare a un punto di non ritorno. Sono aspetti importanti e sarebbe profondamente sbagliato ignorarli.
Una famiglia che affronta quotidianamente una condizione di disabilità complessa può essere sottoposta a un carico enorme e può trovarsi ad affrontare ostacoli che una società civile dovrebbe contribuire a rimuovere, non lasciare sulle spalle dei singoli. Ci sono famiglie economicamente fragili, genitori privi di adeguati sostegni, caregiver che vivono una solitudine devastante, servizi insufficienti e una burocrazia che spesso sembra costruita più per complicare la vita che per sostenere chi ha bisogno.
Tutto questo è vero. Ma comprendere il contesto non significa giustificare l’atto. E soprattutto non può significare dimenticare chi quell’atto lo ha subito.
Perché quando una persona con disabilità viene uccisa, troppo spesso quella persona finisce quasi sullo sfondo della storia. La sua disabilità diventa l’elemento attraverso il quale viene spiegata la disperazione dei familiari. Il centro del racconto diventa il genitore che «non ce la faceva più», la madre o il padre che non riusciva più a sopportare il peso della situazione, la famiglia che si sentiva abbandonata. E così, quasi senza accorgercene, la vittima rischia di diventare una parte del contesto anziché essere riconosciuta per ciò che è: una persona alla quale è stata tolta la vita.
È questo che mi preoccupa profondamente. Perché possiamo comprendere la disperazione di chi compie un gesto simile senza trasformarla in una forma di giustificazione morale. Possiamo denunciare l’abbandono delle famiglie senza dimenticare la persona che è stata uccisa. Possiamo chiedere più servizi, più assistenza, più sostegni e più attenzione da parte delle istituzioni senza arrivare a raccontare l’omicidio come un estremo gesto d’amore o di pietà.
E qui c’è un’altra questione che sento particolarmente vicina. Una delle domande che attraversano maggiormente la vita dei genitori di persone con disabilità è: «Che cosa ne sarà di mio figlio quando io non ci sarò più?» È una domanda terribile, ma reale. È una domanda che conosco e comprendo. E so che, inevitabilmente, può riguardare anche mia madre e il futuro della mia vita. Quando una persona dipende in maniera significativa dagli altri, il pensiero di ciò che accadrà quando il genitore o il familiare che l’ha assistita per tutta la vita non ci sarà più può diventare un pensiero quotidiano, una paura difficile da scacciare.
Ma proprio perché conosco quella paura, so anche che quella domanda deve trovare una risposta completamente diversa.
«Che cosa ne sarà di mio figlio quando io non ci sarò più?» non può diventare «che cosa posso fare perché non debba vivere senza di me?». Deve diventare una domanda rivolta alla società: chi si occuperà di lui? Quale sarà il suo progetto di vita? Dove vivrà? Quali sostegni avrà? Potrà scegliere? Avrà una casa, relazioni, assistenza, opportunità, autonomia e dignità? Chi costruirà insieme a lui il suo futuro?
Questa dovrebbe essere la direzione verso cui indirizzare quella paura. Non la morte, ma la vita. Non l’eliminazione del problema, ma la costruzione di alternative. Non la convinzione che una persona con disabilità non possa avere una vita degna senza il proprio genitore, ma la certezza che una società civile debba essere capace di garantire quella vita anche quando il genitore non ci sarà più.
Ed è proprio qui che entra in gioco anche il modo in cui utilizziamo le parole. Le parole non sono semplicemente etichette: contribuiscono a determinare il modo in cui interpretiamo la realtà. Abbiamo imparato, dopo anni di battaglie culturali, sociali e politiche, che chiamare femminicidio determinati omicidi di donne significa riconoscere che non siamo davanti soltanto alla morte di una persona, ma a un fenomeno caratterizzato da specifiche dinamiche di violenza legate alla condizione della vittima. Dal 2025, inoltre, il femminicidio è stato introdotto anche come specifica fattispecie di reato nell’ordinamento italiano.
Io credo che dovremmo iniziare ad avere lo stesso coraggio culturale anche quando parliamo di persone con disabilità uccise proprio in ragione della loro condizione. Disabilicidio è una parola che oggi non identifica una fattispecie penale autonoma, e non sto dicendo che debba essere utilizzata automaticamente per qualsiasi omicidio di una persona disabile. Ma può e deve diventare una parola capace di aprire una riflessione, di mettere in discussione il modo nel quale raccontiamo queste tragedie e, soprattutto, di riportare al centro la persona che non può più parlare.
Perché il rischio è che la disabilità diventi una sorta di spiegazione permanente della tragedia. Come se il fatto che quella persona fosse disabile fosse sufficiente a rendere comprensibile ciò che è accaduto. Come se la sua dipendenza dagli altri, la sua fragilità o le sue necessità assistenziali potessero trasformarla automaticamente in una vita sacrificabile. È un paradigma che dobbiamo rifiutare con forza.
Una persona con disabilità non è un peso da sopportare. Non è un problema da risolvere. Non è una vita che può essere valutata in base alla quantità di assistenza di cui necessita. E soprattutto non è una persona della quale qualcun altro può decidere che sia arrivato il momento di morire.
Questo non significa, naturalmente, assolvere le istituzioni dalle proprie responsabilità. Al contrario. Se vogliamo davvero evitare che tragedie simili possano ripetersi, dobbiamo avere il coraggio di guardare tutto ciò che accade prima. Dobbiamo parlare di caregiver, assistenza domiciliare, servizi sociali e sanitari, sostegni economici, inclusione, autonomia, abitare, progetto di vita e Dopo di noi. Dobbiamo costruire un sistema nel quale nessuna famiglia debba arrivare al punto di sentirsi completamente sola e senza alternative. Dobbiamo intervenire quando la disperazione è ancora una richiesta di aiuto e non quando quella richiesta si è trasformata in una tragedia.
Ma questa responsabilità della società non può mai trasformarsi in una giustificazione dell’omicidio. Una società che abbandona una famiglia ha delle responsabilità enormi. Una persona che uccide, però, rimane responsabile dell’atto che compie. Le due cose possono e devono essere tenute insieme.
E allora credo che dobbiamo cambiare il nostro modo di raccontare queste vicende. Quando accade una tragedia come quella di Pietralata, raccontiamo pure la solitudine, le difficoltà economiche, il peso dell’assistenza e tutte le eventuali omissioni delle istituzioni. Ma non perdiamo mai di vista la persona che è stata uccisa. Non facciamo scomparire la vittima dietro la storia di chi l’ha uccisa.
Bianca non dovrebbe essere ricordata soltanto come «la bambina disabile di Pietralata». Era Bianca. Era una bambina. Era una persona. Aveva una vita davanti e aveva diritto a viverla, indipendentemente dalla sua condizione.
È da qui che dobbiamo ripartire. Dal riconoscimento che ogni vita ha valore e che la disabilità non può diventare, nemmeno attraverso le parole, una spiegazione della morte di qualcuno. Dobbiamo avere il coraggio di parlare delle famiglie, del loro dolore e del loro bisogno di sostegno, ma contemporaneamente dobbiamo restituire centralità a chi viene troppo spesso dimenticato.
Perché non esiste gesto di pietà quando qualcuno decide al posto tuo che la tua vita non merita più di essere vissuta. E forse è proprio questo il cambiamento di paradigma di cui abbiamo bisogno: non partire dalla morte di chi ha ucciso, ma dalla vita di chi è stato ucciso.
Chiamare le cose con il loro nome non risolverà da solo il problema. Ma può essere il primo passo per iniziare a guardarlo negli occhi. E quando una persona viene uccisa perché la sua disabilità viene percepita come una condizione che rende la sua vita meno degna, forse abbiamo davvero bisogno di trovare il coraggio di pronunciare quella parola che ancora ci mette a disagio: disabilicidio.


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