A muso duro, guardare oltre la disabilità

Una storia di grande umanità quella raccontata da Marco Pontecorvo e Flavio Insinna nel film tv ispirato alla figura di Antonio Maglio, medico dell’Inail ed inventore dei Giochi Paraolimpici

Affrontare la vita a muso duro con lo sguardo dritto e aperto nel futuro, così come cantava Pierangelo Bertoli. Questo il messaggio che il film tv A muso duro, andato in onda qualche sera fa su RaiUno, ha voluto mandare agli spettatori, disabili e non, nella speranza di riuscire ad arrivare alla sensibilità delle persone.

Roma, 1957. I disabili sono destinati a rimanere relegati ai margini della società, ad essere abbandonati a se stessi nei cronicari e con alte probabilità di morire. A riportarli alla vita sono il dottor Antonio Maglio, professionista stimato, e la sua idea rivoluzionaria: organizzare, in contemporanea con le Olimpiadi, una manifestazione sportiva in cui i disabili possano dimostrare al mondo le loro straordinarie capacità.

Antonio Maglio ha rinunciato a fare il medico praticante dopo l’improvvisa morte di suo figlio dovuta ad una meningite fulminante. Non ha però abbandonato del tutto la professione: ogni giorno si dedica alle pratiche burocratiche per garantire ai giovani infortunati la pensione di invalidità.

A muso duro

A scuoterlo è l’incidente di Michele, un ragazzo di appena diciotto anni che dopo essere caduto da un’impalcatura ha riportato una grave lesione al midollo spinale e non potrà più camminare. All’epoca non esistevano strutture riabilitative adeguate ma Antonio Maglio era dell’opinione che le cose dovessero cambiare. Il suo intento era dimostrare che tornare a vivere dopo aver perso l’uso delle gambe fosse possibile.

Intraprese così un percorso non facile in cui si fece molti nemici e si trovò davanti a tante porte chiuse, ma con il sostegno dei suoi colleghi e della sua futura moglie inaugurò Villa Marina, la prima struttura in cui i giovani disabili venivano accolti da un sorriso e non da una siringa di morfina.

Inizialmente la loro condizione invalidante era motivo di resa ma allo sconforto e al pessimismo subentrarono la speranza e la fiducia nel dottor Maglio. Ai ragazzi la forza di volontà e la tenacia non mancavano e queste qualità gli permisero di partecipare alle prime Paralimpiadi della storia.

Per Antonio Maglio lo sport non era un fine, ma il mezzo per arrivare alla piena integrazione delle persone con disabilità nella famiglia, nella società, nel lavoro. In Italia le persone con disabilità che soffrono di gravi limitazioni che impediscono di svolgere attività abituali sono oltre 3 milioni e ancora oggi vengono guardati con compassione o peggio ancora con pietà e disgusto. Per di più le barriere architettoniche sono tutt’altro che sparite. Ma come direbbe Cesare Cremonini per quanta strada ancora c’è da fare, amerai il finale. (Rielaborato da colibrimagazine.it)

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