L’intelligenza artificiale può rendere i musei più accessibili alle persone con disabilità intellettiva? Il progetto europeo INCLUDE-ID sperimenta percorsi culturali personalizzati, progettati insieme a persone con disabilità, famiglie ed educatori. Un nuovo modello di inclusione che punta su autonomia, partecipazione e accessibilità costruita sulle esigenze individuali.

Musei inclusivi

Per anni abbiamo parlato di accessibilità dei musei pensando soprattutto all’eliminazione delle barriere fisiche: rampe, ascensori, servizi igienici accessibili, percorsi senza gradini, strumenti per le persone cieche o con disabilità sensoriali. Tutto necessario, naturalmente. Ma l’accessibilità non finisce davanti a una porta che finalmente possiamo attraversare. Perché entrare in un museo non significa necessariamente poter vivere davvero quell’esperienza. E questo vale in modo particolare per molte persone con disabilità intellettiva, per le quali le difficoltà possono riguardare la comprensione delle informazioni, la comunicazione, l’orientamento, i tempi di attenzione e le modalità con cui interagire con ciò che le circonda.

È proprio da questa consapevolezza che nasce INCLUDE-ID – Including people with intellectual disabilities in cultural institutions, un progetto europeo coordinato dall’IRCCS Eugenio Medea e finanziato nell’ambito di Horizon Europe. Avviato il 1° settembre 2026, il progetto durerà quattro anni, fino al 31 agosto 2030, e potrà contare su un finanziamento dell’Unione europea di quasi 3,4 milioni di euro.

Non basta eliminare le barriere: bisogna cambiare prospettiva

La domanda dalla quale partire è molto semplice, ma cambia radicalmente il modo di concepire l’inclusione culturale: e se non fosse la persona a doversi adattare al museo, ma fosse il museo a doversi adattare alla persona?

È una questione tutt’altro che teorica. Ancora oggi, quando si parla di accessibilità culturale, capita di immaginare soluzioni uguali per tutti: una visita facilitata, un linguaggio semplificato, qualche materiale aggiuntivo, un percorso alternativo. Sono strumenti importanti, ma rischiano di partire da un presupposto sbagliato: quello secondo cui esista un unico modo di rendere accessibile un’esperienza.

In realtà non esiste una persona con disabilità intellettiva “standard”. Esistono persone con caratteristiche, capacità cognitive e comunicative, interessi, sensibilità e modalità di interazione differenti. Ciò che facilita la comprensione per una persona potrebbe non funzionare per un’altra. Anche i tempi necessari per comprendere un’opera, seguire una spiegazione o orientarsi all’interno di uno spazio possono essere profondamente diversi.

Dall’accessibilità standardizzata all’esperienza personalizzata

Il progetto INCLUDE-ID prova quindi a compiere un passo ulteriore: passare dall’idea di accessibilità come adattamento standardizzato a quella di esperienza culturale personalizzata.

Come spiega Rosario Montirosso, coordinatore del progetto e responsabile del Centro 0-3 dell’IRCCS Eugenio Medea, l’accessibilità museale si è spesso basata su percorsi facilitati pensati per rispondere uniformemente a bisogni che, invece, possono essere molto diversi. Il punto centrale è proprio questo: non esiste un solo modo di rendere accessibile la cultura.

L’obiettivo diventa quindi consentire a ciascuno di vivere la visita secondo i propri tempi, le proprie modalità di comprensione e i propri interessi, riconoscendo che la diversità dei profili cognitivi e comunicativi non è un problema da nascondere o correggere, ma una realtà con cui progettare.

L’intelligenza artificiale al servizio della persona

E qui entra in gioco l’intelligenza artificiale. Ma è importante non cadere nell’equivoco secondo cui sarà semplicemente la tecnologia a “risolvere” il problema della disabilità. Non è questa la prospettiva più interessante del progetto. L’intelligenza artificiale viene considerata uno strumento, non il fine. Uno strumento che potrebbe consentire di modificare e adattare l’esperienza culturale sulla base delle caratteristiche della singola persona.

INCLUDE-ID prevede infatti l’utilizzo di tecnologie digitali adattive, sistemi basati sull’intelligenza artificiale, strumenti multimodali e pratiche educative per costruire esperienze culturali più personalizzate. L’obiettivo è consentire a bambini, adolescenti e giovani adulti con disabilità intellettiva di vivere la cultura secondo i propri tempi, le proprie modalità di comprensione e i propri interessi. È un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico.

L’inclusione non può essere progettata senza le persone

Perché quando parliamo di inclusione rischiamo spesso di concentrarci esclusivamente sulla persona che deve essere inclusa. Diciamo che dobbiamo “portare” le persone con disabilità nei luoghi della cultura, nelle scuole, nel lavoro, nello sport, nei musei. Ma dovremmo porci anche un’altra domanda: che cosa devono cambiare quei luoghi perché la partecipazione sia realmente possibile?

La differenza non è sottile. Un museo che predispone un percorso speciale per le persone con disabilità sta certamente compiendo un passo verso l’accessibilità. Un museo progettato affinché ciascuna persona possa avere un’esperienza differente, sulla base delle proprie necessità, compie però un salto di paradigma.

Co-progettare con le persone, non soltanto per loro

Uno degli aspetti più interessanti di INCLUDE-ID è infatti la co-progettazione. Le persone con disabilità intellettiva non saranno semplicemente destinatarie di una soluzione elaborata da esperti, ricercatori e tecnici. Saranno coinvolte, insieme alle loro famiglie, agli educatori, agli insegnanti e ai professionisti delle istituzioni culturali, nella progettazione e nella valutazione delle nuove esperienze.

È un principio che dovrebbe diventare molto più comune quando parliamo di disabilità: non progettare soltanto per le persone, ma progettare con le persone. Perché chi vive quotidianamente una determinata condizione possiede una conoscenza che nessun manuale e nessun algoritmo possono sostituire completamente. La ricerca può fornire strumenti straordinari, la tecnologia può aprire possibilità prima impensabili, ma l’esperienza concreta delle persone deve rimanere al centro.

Un progetto europeo per un nuovo modello di accessibilità

Il progetto coinvolgerà dieci partner di sette Paesi: Italia, Svizzera, Regno Unito, Norvegia, Austria, Germania e Belgio. Le competenze messe in campo spaziano dalla disabilità intellettiva alle neuroscienze, dalla psicologia all’educazione, dal design inclusivo alle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale.

Tra i partner figura anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ministero per le Disabilità, con l’obiettivo di favorire il trasferimento dei risultati della ricerca nelle politiche pubbliche e la possibile replicabilità delle soluzioni sviluppate. Questo aspetto è particolarmente importante. Una sperimentazione può essere interessante, ma la vera misura della sua efficacia sarà la capacità di uscire dai luoghi nei quali è stata realizzata e diventare patrimonio comune.

Dalla visita al museo alla possibilità di diventare protagonisti

La sperimentazione avrà una dimensione concreta. In Lombardia saranno coinvolti bambini e adolescenti con disabilità intellettiva, insieme alle loro famiglie e alle scuole, attraverso esperienze presso la Fondazione Luigi Rovati a Milano, Villa Panza a Varese e Palazzo Moroni a Bergamo. Nel Regno Unito, invece, saranno coinvolti giovani adulti con disabilità intellettiva presso il National Botanic Garden of Wales.

Ed è proprio quest’ultima sperimentazione a introdurre un elemento particolarmente interessante: i giovani partecipanti non saranno soltanto visitatori, ma potranno assumere anche il ruolo di guide e mediatori.

La differenza è enorme. Essere accompagnati dentro un museo significa fruire di un servizio. Diventare protagonisti di quell’esperienza significa invece acquisire competenze, assumere un ruolo e conquistare uno spazio di partecipazione. Significa passare, almeno in parte, dall’essere destinatari all’essere soggetti attivi.

Cultura, autonomia e nuove opportunità

E questo può avere ricadute che vanno ben oltre la visita culturale. Può significare acquisire competenze relazionali e comunicative, sperimentare nuove responsabilità, costruire relazioni, aumentare l’autonomia e, potenzialmente, aprire nuove opportunità sociali e lavorative. È qui che la cultura dimostra di poter diventare qualcosa di più di un luogo da visitare.

Un museo può essere uno spazio di apprendimento, di relazione, di partecipazione e persino di lavoro. Può contribuire a modificare la percezione sociale della disabilità, soprattutto quando la persona con disabilità smette di essere considerata esclusivamente come qualcuno che deve essere aiutato e diventa qualcuno che può contribuire.

L’intelligenza artificiale deve essere etica e inclusiva

Naturalmente, sarebbe sbagliato considerare l’intelligenza artificiale come una soluzione magica. Ogni innovazione tecnologica porta con sé interrogativi etici importanti: protezione dei dati personali, trasparenza dei sistemi, controllo umano, rischio di stereotipi e capacità dell’algoritmo di interpretare correttamente bisogni estremamente complessi. Nel caso delle persone con disabilità intellettiva, questi aspetti diventano ancora più delicati.

Per questo sarà fondamentale che la tecnologia rimanga subordinata alla persona e ai suoi diritti. Un sistema intelligente non deve decidere chi siamo, né stabilire quali siano i nostri limiti. Deve, semmai, aiutarci a superare le barriere che impediscono di esprimere capacità, interessi e possibilità.

La vera sfida: trasformare la ricerca in diritti e opportunità

La vera sfida di INCLUDE-ID, quindi, non sarà soltanto costruire una tecnologia capace di personalizzare una visita museale. Sarà dimostrare che un altro modo di progettare la cultura è possibile. Nei prossimi quattro anni bisognerà capire se le soluzioni sperimentate saranno realmente efficaci, sostenibili e soprattutto trasferibili ad altri musei e ad altri contesti. Perché l’innovazione avrebbe un valore limitato se rimanesse confinata nei pochi luoghi coinvolti nella sperimentazione.

Il risultato più importante sarebbe invece riuscire a trasformare la ricerca in buone pratiche, linee guida e politiche capaci di modificare stabilmente il modo in cui le istituzioni culturali pensano l’accessibilità.

Non basta permettere alle persone di entrare

Alla fine, forse, la questione non riguarda soltanto i musei. Riguarda il modo in cui immaginiamo una società inclusiva. Una società nella quale non si chiede continuamente alla persona “come possiamo renderti adatto a questo ambiente?”, ma si comincia finalmente a domandare “come possiamo modificare questo ambiente affinché tu possa partecipare?”

È una differenza fondamentale. Perché l’inclusione non consiste nel creare un piccolo percorso parallelo per chi è diverso. Consiste nel costruire luoghi capaci di accogliere la diversità come una caratteristica normale della società. E se l’intelligenza artificiale riuscirà ad aiutarci a fare questo, allora avrà davvero trovato una delle sue applicazioni più interessanti: non sostituire le persone, ma aumentare le possibilità delle persone.

Anche dentro un museo. Anche davanti a un’opera d’arte. Anche quando il modo di comprendere, comunicare o partecipare è diverso da quello della maggioranza. Perché la cultura è davvero accessibile soltanto quando non ci limitiamo a permettere a qualcuno di entrare, ma gli permettiamo di esserci, comprenderla, viverla e, soprattutto, di sentirsi parte di essa.

Articolo precedente: Disabilicidio: quando la vittima scompare dal racconto e la pietà diventa una giustificazione

Rispondi