C’è una storia che parte da un piccolo paese della Sicilia e attraversa oceani, generazioni e identità, fino a incrociare il mito di Ayrton Senna. È una storia fatta di partenze, sacrifici, sogni e scelte. Ma soprattutto è una storia che parla di noi. Con Il tempo dei Senna, Giacinto Pipitone compie un viaggio narrativo che affonda le radici nella Siculiana di fine Ottocento e arriva fino al Brasile, seguendo il destino – o forse le scelte – della famiglia Magro, destinata a diventare Senna. Un romanzo che intreccia memoria e storia, emozione e ricerca, restituendo dignità e voce a chi è partito inseguendo una possibilità.

Parole d’Autore è una rubrica dedicata agli scrittori e alle loro storie. Ogni puntata offre un’intervista esclusiva, svelando l’ispirazione, il percorso creativo e i retroscena dietro la nascita di un libro.

Senna


Il romanzo si apre nella Siculiana di fine Ottocento, tra vicoli, silenzi e paure, con Giovanna che attraversa un paese sospeso tra miseria e speranza. Quanto è stato importante partire da lì per raccontare tutto il resto?
“Intanto fammi dire subito che è un onore invertire per una volta i nostri consueti ruoli. Normalmente sono io che intervisto te per le mille cose che fai e che ci aiutano a conoscerti e conoscere qualcosa in più della società in cui viviamo.
Detto questo, Siculiana è la culla di tutto. E’ lì che è nato l’embrione della famiglia Senna. Ed è lì che è scoccata, oltre 120 anni dopo, la scintilla da cui ha preso vita il mio romanzo. E’ un po’ come quel detto: le storie fanno dei giri immensi ma poi tutto torna al suo punto di inizio. E il punto di inizio in questo caso è un paese che non conoscevo ma ho amato tantissimo. E’ un ibrido, perché ha la struttura di un piccolo centro collinare ma è anche una finestra sul mare che è stata l’ispirazione di molte scene”.

La scoperta del foglietto arrivato dal Brasile, letto alla luce di una candela, è uno dei momenti decisivi della storia. È lì che nasce davvero il viaggio dei Magro: come è nata questa scena così potente?
E’ tutto vero. La parte cruda di questo capitolo è legata al fatto che alla fine dell’Ottocento era già nata la questione meridionale malgrado lo Stato italiano fosse agli albori della sua costituzione. E contemporaneamente in Brasile era stata abolita la schiavitù. Le due coincidenze storiche hanno provocato il fenomeno della migrazione “favorita” dal governo. In pratica, l’Italia autorizzò il Brasile a cercare nuova manodopera per le sue terre nel Sud Italia. E la gente, anche in Sicilia, fu affascinata dal miraggio di avere finalmente un piccolo appezzamento di terreno di proprietà in cambio del lavoro duro nelle grandi fazende brasiliane. 
Fin qui è storia vera. Nel romanzo volevo però che da qui nascesse ancora una volta il dualismo fra due concetti: credere al destino e voler invece scrivere da soli la propria storia. Così è nato l’espediente del volantino che arriva fra le mani di Giovanna, la protagonista, trasportato dal vento. Ma più avanti il lettore capirà che la scelta di emigrare in Brasile non era scritta nel destino. E dunque Giovanna ci racconta che al destino non bisogna credere.

Nel libro, l’emigrazione non è solo una scelta economica ma una frattura emotiva profonda: famiglie che si dividono, radici che si spezzano. Cosa ti interessava raccontare davvero di quel distacco?
Come ti dicevo, anche in questo caso si tratta dell’embrione di qualcosa che è vivo e vegeto ancora oggi. Alla fine dell’Ottocento eravamo noi italiani del Sud gli emigranti che oggi possiamo riconoscere nei nord-africani e in genere nelle popolazioni che fuggono da territori depressi o in guerra (in Sicilia c’erano le guerre fra contadini e latifondisti). Il punto è che ogni emigrato porta con sé il dolore ma anche la speranza di un futuro migliore. E se alla prima è facile che un Paese rininci, cedere la seconda ad altri Paesi significa rinunciare a potenziali talenti futuri. Nel caso del libro, l’Italia ha rinunciato ad avere Ayrton Senna. Ma il punto è: quanti Ayrton Senna ci sono fra chi è emigrato e chi lo farà in futuro?

Il viaggio verso il Brasile è carico di paura, sogni e incertezze, e introduce anche il tema della “saudade”. Quanto questo sentimento è centrale nella costruzione dei tuoi personaggi?
Questo è uno dei passaggi a cui ho lavorato di più. Sforzandomi di mediare fra il mio istinto naturale all’amarcord e la razionalità. Nel libro i personaggi acquisiscono un modo positivo di guardare al passato e alla lontananza. Lo fanno con un pizzico di ovvia e romantica nostalgia ma con la consapevolezza che è al futuro che si deve guardare. Ecco, mi piacerebbe che questo dettaglio venga colto e apprezzato. Perché io adoro guardare al passato, mi sforzo di non lasciare che nulla venga dimenticato, ma mi fa paura chi si ferma a guardarsi solo alle spalle.

Una volta arrivati a San Paolo, la vita dei Magro si trasforma lentamente, ma il passato continua a riaffiorare nei ricordi, nei gesti e nei racconti tramandati. Quanto pesa il passato sulle nuove generazioni del romanzo?
Nel romanzo il passato ha due volti. C’è quello dimenticato da chi è venuto due generazioni dopo, tanto è vero che questa storia era rimasta sepolta negli archivi comunali e nessuno ne era più a conoscenza. Per questo dico sempre che Giovanna è tornata da un altrove, come un messaggio bottiglia che arriva a destinazione da un altro tempo e un altro spazio. Poi c’è il passato dei protagonisti, che è una impronta incancellabile nell’anima, con cui fare i conti sempre ma senza lasciarsi travolgere dai sentimenti che provoca. E’ una droga la memoria, perché rischia di tenerci fermi a una dimensione immobile. Quindi va alimentata ma governata.

Nel libro si intrecciano continuamente storia privata e storia collettiva: dai Fasci siciliani alle tensioni sociali dell’epoca. Quanto è stato importante inserire questi eventi storici nella narrazione?
Io ammetto che conoscevo i fasci siciliani ma non così bene. Ho dovuto ristudiarli per capire che cosa ha spinto la bisnonna di Senna e la sua famiglia a emigrare. E devo dire che tutti dovremmo avere più consapevolezza di cosa è stata la Sicilia di fine Ottocento. Dovremmo fa conoscere quel sentimento di speranza tradita che attraversava intere città e paesi, tutti “traditi” da uno Stato nascente che non riusciva a fare meglio di chi era stato cacciato via. Questa è la speranza tradita e questo alimenta quel sentimento di rivincita della famiglia Senna. Loro sanno di meritare di più, lottano per inseguirlo e non si accontentano di sopravvivere, vogliono vivere.

La figura di Giovanna evolve nel tempo: da ragazza spaventata a custode della memoria familiare, fino a diventare il ponte tra Sicilia e Brasile. È lei la vera protagonista del romanzo?
Ovviamente Giovanna è il centro di tutto. Perché è lei che conosce e sposa Luigi Senna dopo pochi mesi dal suo arrivo in Brasile. E lei che dà origine alla famiglia Senna e diviene il ponte fra due generazioni, quella nata in Sicilia e quella nata in Brasile.
Ma spero che i lettori intravedano nella storia un dettaglio: tutti noi possiamo essere, o siamo stati in un momento della nostra vita, Giovanna. Persone messe davanti alla scelta più importante della vita, affrontata con coraggio e consapevolezza delle proprie potenzialità. Giovanna ripete di continuo che deve dare a se stessa un’altra possibilità. E avere un’altra possibilità è l’unico modo per sfuggire alla morte, fisica o morale. E’ il punto centrale del romanzo.

Il legame con la famiglia Senna emerge gradualmente, fino ad arrivare alla figura di Ayrton, simbolo di talento, sacrificio e destino. Quando hai capito che questa storia familiare poteva incrociare quella di un mito mondiale?
Per la verità sapevo fin dall’inizio che Giovanna era la bisnonna di Ayrton. Se ne erano accorti in Brasile: due giornalisti avevano ricostruito l’albero genealogico di Senna e andando a ritroso si erano fermati proprio a lei. Non c’erano notizie di Giovanna in Sicilia e il sindaco di Siculiana, Peppe Zambito, mi ha chiesto di “trovarla”. Ci sono riuscito, grazie all’aiuto della collega Anna restivo, immergendomi negli archivi comunali e viaggiando letteralmente nel tempo. Alla scoperta di un mondo che rischia di restare sepolto e dimenticato se storie come quella di Giovanna non verranno ritrovate e raccontate.
Ho sempre pensato, mentre scrivevo, che questa storia avrebbe retto anche se Giovanna non fosse stata la bisnonna di Ayrton. E scherzando dico ancora ai miei amici che stanno leggendo il libro che se ameranno questa storia sarà solo perché io l’ho raccontata male.

Durante la presentazione al museo del circuito di Imola il racconto ha assunto un valore ancora più forte, quasi simbolico. Che emozione è stata portare questa storia proprio lì, nel luogo che custodisce la memoria di Ayrton Senna?
La mia vita gira da sempre intorno alla Formula 1. Amo questo sport e ci vedo dentro qualcosa che va oltre le macchine e la pista. Faccio il giornalista perché volevo raccontare le storie dell’automobilismo come mio padre fin da bambino le raccontava a me, camuffandole da fiabe per attrarre la mia attenzione e infarcirle di messaggi educativi che così era più facile cogliere e memorizzare. Senza queste storie di F1 non avrei amato l’idea di raccontare. Poi le strade della vita ci portano ad allontanarci dai sogni e nel mio caso a spingermi verso la cronaca politica. Ma l’idea di riavvicinarmi al sogno che avevo da bambino non mi ha mai abbandonato e quando ho avuto l’occasione di imbattermi in una storia che valesse la pena raccontare in un libro e non in un “semplice” articolo non me la sono fatta sfuggire.
Mi abbandono al romanticismo e penso che Giovanna sia all’origine di Ayrton e abbia spinto me a inseguire di nuovo il mio sogno.

Nel romanzo ritorna spesso l’idea che senza sogni non si possa vivere, anche quando la realtà è dura e piena di ostacoli. È questo il messaggio più importante che volevi lasciare ai lettori?
Io vorrei che chi avrà la bontà di leggere il libro percepisse proprio questo segnale e che restasse dentro di lui o di lei ciò che Giovanna ha lasciato come eredità. In una scena cruciale lei ripete a se stessa che “il destino non esiste. Tutto è una conseguenza delle nostre azioni, per questo motivo dobbiamo sempre dare il massimo”. E poi aggiunge che tutto quello che lei ha fatto nella vita è nato dalla necessità di dare a se stessa e alla sua famiglia “un’altra possibilità”.
Per riuscirci ha dovuto fuggire a 18 anni, attraversare un oceano e sacrificare amore e affetti. Certa di poterne trovare non di migliori – ché i sentimenti non si misurano – ma di altrettanto meritevoli. E questo è il vero significato dell’idea utopistica di sfuggire alla morte.


L’intervista a Giacinto Pipitone lascia una sensazione chiara: Il tempo dei Senna non è solo un romanzo storico, né soltanto una saga familiare. È una riflessione potente sul valore delle scelte, sul peso della memoria e sulla necessità di inseguire i propri sogni, anche quando tutto sembra remare contro.
Attraverso la figura di Giovanna, Pipitone ci consegna un messaggio universale: il destino non è qualcosa di scritto, ma qualcosa che costruiamo giorno dopo giorno. E forse, proprio come accaduto a quella ragazza partita dalla Sicilia più di un secolo fa, ognuno di noi ha bisogno, almeno una volta nella vita, di concedersi “un’altra possibilità”.
Perché in fondo, come insegna questa storia, non è da dove partiamo a definire chi siamo. Ma il coraggio che troviamo lungo il viaggio.

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