Ci sono interviste che confermano ciò che già pensiamo. E poi ce ne sono altre che spostano lo sguardo, che obbligano a fare un passo indietro e a rimettere in discussione il modo in cui raccontiamo – e consumiamo – certe storie. Quella con Simone Fanti non è una conversazione costruita pe commuovere o per celebrare. È un dialogo franco sul giornalismo, sulla disabilità, sull’ipocrisia del sistema mediatico e sulla fatica – reale – di cambiare davvero le cose. In occasione del Festival delle Abilità, le sue parole attraversano temi che riguardano tutti: il bisogno di dignità, il confine tra racconto e spettacolarizzazione, il valore dell’arte come spazio condiviso, il senso della rappresentanza quando si porta una fiamma che è simbolo collettivo. Non troverete risposte accomodanti. Troverete riflessioni che mettono a nudo contraddizioni, limiti e possibilità. Perché parlare di disabilità, oggi, significa parlare di società. E di quale società vogliamo costruire

Simone Fanti

Simone, racconti spesso che la tua seconda vita è iniziata dopo quell’incidente nel 2001. Come sei riuscito a trasformare una frattura esistenziale in una missione narrativa?
Nessun’altra trasformazione, ma un continuum. Facevo il giornalista prima dell’incidente ho continuato a fare quel mestiere dopo. Uno dei pochi fortunati che hanno avuto il privilegio, in quella tempesta che è l’ingresso della disabilità nella propria vita, di aver un punto fermo. Mi occupavo di tecnologia e ho proseguito a parlare di device, per poi dedicarmi all’economia. Sono stato lontano dal mondo della disabilità volutamente per anni. Dovevo accettare quella condizione prima di poterne parlare. È solo nel 2012 che, con Alessandro Cannavò, diamo vita al blog InVisibili. Non la vedrei nemmeno come una missione, bensì un tentativo personale di raccontare di quella fetta di società che spesso è trascurata. Invisibile appunto.

Spesso nei media la disabilità viene raccontata solo quando fa notizia o commuove. Come si costruisce invece un racconto quotidiano, normale, che restituisca complessità e non solo eccezionalità?
Scindiamo la risposta in due. Ognuno, in questo momento storico, ha il diritto e la voglia di raccontare la propria vita. Che sia una persona con disabilità o senza. Come se il racconto la rendesse più importante, degna di nota. Ma questo racconto spesso sfocia nel descrivere una vittoria, più raramente una sconfitta, un fatto eccezionale non la quotidianità. È un modo anche per sentirsi parte di una comunità e farsi accettare. E va accettato senza dare un giudizio. Tutti portano con sé i propri lutti e alcune vite sembrano più semplici, ma forse è solo apparenza. Personalmente, negli ultimi mesi, ho scelto il raccontare e non il raccontarmi. Voglio vivere la mia vita non raccontarla se non quando questo può essere utile a fare cultura della disabilità.

Il secondo lato di questa risposta riguarda la grande ipocrisia. Si accusano i media di cercare la lacrima facile, il pietismo, di sfruttare i fatti di cronaca come modalità di racconto costante, ma, poi, dati alla mano, le storie normali non trovano lettori. Mi sposto di genere per rendere più chiaro il concetto: alcuni giornali sono accusati di fare gossip becero, invece, di articolesse impegnate, ma poi per ogni mille lettori che leggono le vicende di qualche vip di turno ce n’è solo uno che legge i pezzi impegnati. Chi esce da questa logica scrive solo per se stesso o un club di “quattro lettori”. Il tris sesso, sangue e soldi, attira migliaia di curiosi, la storia di una persona con disabilità che fa una vita normale, invece, pochissimi. Una logica contro cui mi sono scontrato in tutti i giornali in cui ho lavorato. E senza lettori non esiste un giornale. I famosi titoli acchiappaclic sono la dimostrazione moderna di questo meccanismo. Tutto deve avere il carattere di eccezionalità o suscitare emozioni forti per essere appetibili. La stagione del blog, del racconto quotidiano in prima persona, è finito, oggi questo dialogo è costruito attraverso i social della persone stesse, i cosiddetti influencer. Senza filtri, nel bene – è un dialogo diretto – e nel male perché non c’è controllo. Chi parla racconta ciò che vuole vero o falso che sia. Costruisce una rappresentazione di sé, una maschera con cui si presenta al pubblico.

Il Festival delle Abilità celebra l’arte come forma di espressione universale. Secondo te, la cultura italiana è davvero accessibile alle persone con disabilità, non solo in termini fisici ma anche simbolici?
L’arte è un mezzo per arrivare a comunicare, non usa l’intelletto per farsi capire, ma i sensi e le emozioni. Un dipinto è stato il mezzo per spiegare fin dagli albori della civiltà, pensi alle pitture rupestri o più recentemente, nel medioevo, alla missione educativa dei dipinti nelle chiese. Le messe erano in latino, misticamente incomprensibili ai più, a educare ci pensavano i dipinti sulle pareti. Ed è partendo da questo che si è pensato al Festival di Milano. Nato per dare voce agli artisti con disabilità, oggi si è allargato a tutti gli artisti sensibili al tema, con o senza disabilità. Vietato autoghettizzarsi. La magia dell’arte poi trasforma tutto. I talenti di molti performer con disabilità fanno sparire la condizione: dopo pochi secondi dall’inizio della performance l’abilità cancella la carrozzina o la disabilità. Si vede solo l’artista e non la sua condizione. Il secondo pilastro è quello dell’accessibilità. Sperimentiamo forme di fruibilità studiate per ogni condizione: dalla lis alla sottotitolazione a piattaforme che trasforma la musica in vibrazione captabili anche da chi non sente. Il risultato? Tutti partecipano e anche chi non vive una condizione di disabilità usufruisce e ha a disposizione uno strumento che amplia le sue capacità di vivere quel momento artistico.

Nel tuo percorso personale e professionale, c’è stato un momento preciso in cui hai capito che la tua esperienza poteva diventare uno strumento di cambiamento culturale? Qual è stato quel passaggio?
Non c’è un momento preciso. Ci sono tanti esperimenti che provano ad attivare un cambiamento. Non è un progetto coeso e definito, si vive alla giornata. Di vittorie, poche, e di tante sconfitte che ti insegnano la via. La società cambia se si interviene sui bambini, sono loro che costruiranno l’Italia del 2040.

Nei tuoi articoli traspare una visione lucida ma anche ironica. Quanto è importante l’ironia per affrontare e comunicare la disabilità?
Fondamentale per chi vive la condizione di disabilità: giocare con ironia serve a sdrammatizzare la situazione e a rompere il ghiaccio. Ma la comunicazione è sempre fatta tra due persone che sono molto diverse tra loro. E l’ironia funziona meno nella comunicazione scritta. Quel vezzo ironico spesso non viene compreso, disturba, indispettisce. Ma qualunque sia la reazione, un obiettivo lo raggiungi. Le persone si fermano un attimo a pensare.

Festival delle Abilità 2025 – Simone con gli ospiti Valentino Picone e Giorgia Meneghesso

La Fondazione Mantovani Castorina lavora per una società inclusiva. Qual è, secondo te, il cambiamento culturale più urgente per garantire pari dignità alle persone con disabilità?
Il tutto sta nella parola dignità che racchiude in sé il concetto di persona capace di autodeterminarsi, di avere desideri, passioni, di vivere come cittadini di una comunità organizzata. Dentro non fuori, un pezzo di questo enorme puzzle. Ripensavo a una poesia che rende perfettamente l’idea: No man is an island di John Donne. Cercatela sul web, ha secoli, ma è di una attualità incredibile.

Hai raccontato anche il tuo rapporto con i viaggi, spesso complicati ma irrinunciabili. Cosa rappresenta per te il viaggio oggi?
Per motivi familiari viaggio un po’ meno, ma per me resta fondamentale: è l’incontro con l’altro. L’altra cultura, sapori, luoghi… non serve andare lontano. In Italia basta cambiare provincia e sei già in un mondo diverso.

Cosa ti piacerebbe vedere di diverso nei prossimi anni nel modo in cui la televisione e i giornali italiani parlano di disabilità?
Purtroppo non cambierà nulla, il vento che tira da Occidente non parla la lingua della disabilità. Siamo in una fase di stallo o di ritirata per quando riguarda tutti i diritti delle persone con disabilità. Un giorno mi piacerebbe che non fosse più necessario discutere di come e cosa aspettarsi nella comunicazione della disabilità perché oramai integrata nel normale flusso delle notizie.

Essere stato tedoforo per le Paralimpiadi Milano-Cortina 2026 è un gesto altamente simbolico. Cosa hai provato in quel momento e che significato ha avuto per te portare la fiamma, non solo come atleta o testimonial, ma come giornalista e voce della disabilità?
È un gomitolo di tantissime emozioni differenti che riesci a dipanare solo dopo essere tornato a casa. Un po’ di tensione per il percorso, la paura di sbagliare per esempio facendola cadere, la voglia di goderti un momento unico e irripetibile. Come ho scritto sul giornale hai la consapevolezza di essere lì in rappresentanza dei lettori e del mondo della Disabilità. Non sei lì come Simone. Pensi a tutti quelli che si sono passati la fiamma olimpica nel tempo, agli atleti che si preparano per 4 anni per giocarsi il tutto per tutto in pochi minuti, consideri la fortuna di poter essere lì – molti non possono anche se vorrebbero – rifletti sul significato simbolico di quella fiamma. Ma soprattutto il tuo pensiero va a quelli che partecipano all’olimpiade della vita, le persone con disabilità grave e gravissima e chi li segue, i cosiddetti caregiver – e quotidianamente fanno sforzi incredibili per strappare alla società brandelli di quella dignità di cui parlavamo poco fa. Non amo le polemiche inutili, quelle non costruttive. Le paralimpiadi non saranno perfette? È possibile ma ci sono persone che ci hanno provato, che fanno e non parlano. Così come le leggi. Tutto è migliorabile in uno spirito di collaborazione e non di attacco e contrasto.

Se dovessi lasciare un messaggio non solo al pubblico del Festival delle Abilità, ma a chiunque ti stia leggendo o ascoltando – con o senza disabilità – quale idea di “abilità” vorresti che restasse accesa, anche quando le luci si spengono e si torna alla vita di tutti i giorni?
Fate, fate un piccolo gesto, provate a costruire. Basta solo all’aprir bocca inutilmente. Cercate una associazione – di qualunque genere per aiutare anziani, migranti bambini etc – e collaborate. Così si comprendono le cose veramente. Provate a camminare con loro nelle loro scarpe, come dicono gli inglesi. Il mondo di cambia sperimentando.

Dalle sue parole emerge una linea chiara: la disabilità non ha bisogno di narrazioni eroiche né di pietismi. Ha bisogno di spazio, di normalità, di dignità. Ha bisogno di essere parte del flusso ordinario delle notizie, non confinata nell’eccezionalità o nell’emozione facile. Quando racconta l’esperienza da tedoforo, Simone non parla di gloria personale ma di rappresentanza. Di responsabilità. Di quella fiamma che non è solo simbolo sportivo, ma metafora di tutte le persone che ogni giorno partecipano — spesso in silenzio — all’“olimpiade della vita”: persone con disabilità grave, caregiver, famiglie che lottano per brandelli di diritti. Il suo invito finale è semplice e radicale allo stesso tempo: fare. Smettere di commentare e iniziare a costruire. Entrare in relazione reale con le fragilità della società, non osservarle da lontano.
Perché il mondo non cambia con le polemiche sterili. Cambia quando qualcuno decide di camminare — nelle scarpe dell’altro.

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