Ci sono giornalisti che raccontano i fatti e altri che, raccontandoli, li cambiano. Stefania Petyx appartiene a questa seconda, rarissima categoria. La sua voce ironica, l’impermeabile giallo diventato simbolo, il bassotto come compagno di strada e di notte, hanno attraversato per anni le contraddizioni del Paese, portando alla luce ciò che molti avrebbero preferito lasciare al buio. In questa intervista Stefania si racconta senza filtri: la vocazione nata quasi per caso, la paura imparata a gestire, Striscia come famiglia e come superpotere, l’approdo ai social come nuova forma di denuncia. Ne emerge il ritratto di una donna che non ha mai smesso di “aggiustare”, perché per lei l’informazione non è mai stata solo un lavoro, ma una forma di responsabilità civile.

Stefania, partiamo dalle origini: come nasce la tua vocazione giornalistica e quando hai capito che il tuo lavoro sarebbe stato quello di raccontare ciò che spesso viene nascosto o rimosso?
La mia vocazione giornalistica nasce quando io, dovendo fare una trasmissione regionale di quelle sulle reti private, ai tempi facevo switch, e il primo servizio fu il prato del Foro Italico di Palermo, lì capii che mi piaceva commentare quello che avveniva in città in maniera ironica.
Per molti italiani sei “l’inviata con l’impermeabile giallo”. Com’è nato quel simbolo così riconoscibile e quanto ha contribuito a costruire un linguaggio immediato, popolare ma anche autorevole dell’inchiesta televisiva?
In realtà l’idea è di Antonio Ricci, perché in un fuorionda si è visto il mio Bassotto e lui ha messo insieme il signor Bonaventura che aveva il bassotto e la signora in giallo che era un investigatrice un po’ attempata, non che io fossi attempata ai tempi ma certamente non un fiore di
campo, e nella sua mente geniale il connubio è nato e ha prodotto una donna in giallo con Bassotto!
E devo dire è un è diventato un simbolo caro agli italiani e anche a me perché ancora oggi è un’idea deliziosa.
Accanto a te, negli anni, c’è stato anche il tuo mitico bassotto, diventato quasi un personaggio. Che ruolo ha avuto – anche emotivamente – nel rendere più umani e accessibili servizi spesso durissimi?
A dire il vero il bassotto ha avuto un ruolo rassicurante e amorevole per tutti, ma in realtà per me ha avuto un ruolo fondamentale! Era come se mi portasse dietro la casa era per me la continuità, perché benché io sembrassi una persona spregiudicata, sicura, in realtà avevo bisogno della mia coperta di Linus e quella era il mio bassotto.
Quando eravamo fuori io senza il Bassotto da abbracciare la notte come ogni notte non potevo stare! Per cui se ho fatto il mio lavoro è perché avevo un bassotto accanto, mi ha dato la forza che mi serviva.
Nel corso della tua carriera hai portato alla luce storie di malaffare, abusi e ingiustizie. C’è un’inchiesta che più di altre ti ha lasciato un segno profondo, come donna prima ancora che come giornalista?
Per fortuna, porto con me solo le storie belle, quelle brutte il cervello le cancella perché il cervello ci preserva! Quindi io mi ricordo solo di quelle belle che mi fanno star bene. Sono tante grazie a Dio con Striscia. Abbiamo risolto veramente tanti problemi ma quando piove io ne ho una in mente, quella che riguardava le 20 famiglie, anzi 21 famiglie, che vivevano nei Containers come nelle favelas e oggi grazie ai servizi fatti con Striscia hanno delle vere case.
E quando piove io penso a quelle famiglie all’asciutto e al sicuro e non in delle scatole di latta dove pioveva e già questo basterebbe a farmi felice, ma c’è molto di più!

Il tuo lavoro ti ha esposta a rischi concreti, minacce e intimidazioni. Come si convive con la paura senza permetterle di diventare censura o rinuncia?
Come per tutte le cose nella vita, ci si abitua e la paura è entrata da tempo nella mia vita e nel tempo mi sono abituata. Per cui oggi so gestirla e la paura non mi fa più paura.
Dopo tanti anni, hai annunciato che non farai più Striscia la Notizia. Che tipo di decisione è stata: sofferta, naturale, necessaria? E cosa rappresenta per te la chiusura di questo capitolo così importante della tua vita professionale?
Allora, chiariamo. Io non vado via da Striscia ma nei mesi in cui si farà Striscia, che non erano quelli previsti ma doveva essere a settembre, poi a ottobre, poi a dicembre…ora è gennaio! Io ho un altro impegno che amo molto e ho condiviso con Ricci. Perché riguarda le scuole, i quartieri difficili siciliani, per cui una cosa bella e importante che io avevo annunciato e che voglio fare.
Detto ciò, io non appendo l’impermeabile al chiodo, sia chiaro, ma in queste 5 puntate serali al 90% non ci saró, ma mai dire mai! Il mio augurio è che Striscia continui perché secondo me senza Striscia la TV italiana è molto più povera, e io ci sarò perché Striscia è una famiglia, è come casa dei genitori, tu puoi andare, viaggiare, partire, ma poi torni sempre e se Striscia chiama anche di notte…io ci sono!
Guardando indietro, cosa ti ha dato Striscia e cosa, invece, senti di voler finalmente fare senza più quell’etichetta addosso?
Striscia mi ha dato i super poteri! A differenza di altre trasmissioni lì davvero pensavamo risolvere i problemi della gente comune e abbiamo risolto talmente tante cose che da sola manco in cento anni avrei potuto. Striscia è indispensabile per questo paese e la gente lo capirà solo quando non ci sarà più. L’etichetta mi piace e me la tengo perché è come i gradi dei militari, restano a vita. E ne sono fiera!
Negli ultimi tempi ti sei affacciata con forza su TikTok, usando video diretti e di denuncia. Cosa ti ha spinta verso questa piattaforma e che tipo di dialogo si è aperto con un pubblico più giovane?
Ho scoperto TikTok in un momento di rabbia. Non lo usavo mai, mi chiamavo utente vattelaapesca e avevo 300 followers, ma era morto un ragazzo di 21 anni a colpi di pistola per un fenomeno chiamato movida selvaggia che noi di striscia denunciavamo da tre anni e vedevamo crescere ma nessuno sentiva.
Ero incazzata e frustrata e ho aperto tik tok come se parlassi a me stessa. Da quel momento ho capito il valore di questo social tanto criticato…arriva ovunque! Parla semplice ed è esattamente ciò di cui io oggi ho bisogno! Niente trucco, niente giallo, solo io che sputo fatti!

Oggi l’impegno civico passa anche dai social, ma espone a nuovi attacchi e distorsioni. Come vivi il rapporto con l’odio online e quanto è diventato più difficile fare informazione senza filtri?
Ho le spalle larghe ma ci soffro lo stesso. Detto ciò, fa parte del gioco, non puoi esporti senza sapere gestire e accettare le critiche anche offensive!
Infine, lontano dalle telecamere e dall’impermeabile: chi è oggi Stefania Petyx? E cosa sogni per il tuo futuro, umano e professionale, adesso che si apre una nuova fase della tua vita?
Umanamente sogno solo di vivere in una realtà più piccola come un paese o una campagna, sogno cose semplici! Lavorativamente ho difficoltà a smettere di risolvere, è come un virus buono che non passa. Quindi con o senza Tv io resterò Ste-fix!
Alla fine dell’intervista resta una certezza: Stefania Petyx non è un impermeabile appeso a un chiodo, né un personaggio televisivo confinato alla memoria collettiva. È una donna che continua a muoversi dove c’è un’ingiustizia da scoperchiare, che sia davanti a una telecamera, in una scuola di un quartiere difficile o con un telefono in mano su TikTok. Cambiano i mezzi, non la sostanza. Perché alcuni mestieri non si lasciano davvero: si trasformano. E il “virus buono” di risolvere, come lei stessa dice, non passa. Per fortuna.


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