Ci sono artisti che raccontano la Sicilia come un luogo mitico, sospeso tra luce e ombra, e altri che la portano dentro in modo più sottile, come un battito che accompagna ogni verso. Antonio Di Martino — per tutti semplicemente Dimartino — appartiene a questa seconda categoria. Cantautore colto e ironico, autore di canzoni che sanno di malinconia e verità, Di Martino è una delle voci più originali della musica italiana contemporanea. Dalla Palermo degli anni ’90 ai successi condivisi con Colapesce, il suo percorso è fatto di viaggi, ritorni, parole e silenzi. In questa intervista, Antonio racconta la sua Sicilia, la sua idea di musica e di amicizia, il rapporto con il successo e con il tempo che cambia, ma non scalfisce mai la necessità di scrivere e cercare quella “scintilla” capace di accendere una canzone.
Antonio, Palermo è una città dalle mille sfumature, tra luce e ombra. Quanto questa terra, con la sua cultura e le sue contraddizioni, ha influenzato la tua formazione artistica e il tuo modo di raccontare storie in musica?
Penso che questo eccesso di identità di cui, come diceva Gesualdo Bufalino, soffre la Sicilia, in qualche modo influenzi qualunque siciliano si approcci alla scrittura. Che siano canzoni, romanzi, poesie, sceneggiature non si riesce mai a distaccarsi dalla propria molteplicità.
Io come tanti altri soffro il mio paese ma allo stesso tempo lo amo, e quindi inesorabilmente l’ equilibrio precario tra la voglia di fuggire e quella di tornare genera un terreno fertile per raccontare. Ho cominciato a scrivere in una Palermo molto diversa da quella che è oggi, alla fine degli anni ’90 non c’erano molte possibilità per emergere, l’unica alternativa per fare sentire la mia musica era salire su un furgone carico di strumenti, attraversare il mare e andare a suonare.
La tua collaborazione con Colapesce è diventata un vero e proprio punto di riferimento per la musica italiana contemporanea. Come nasce e come si alimenta la vostra intesa creativa, sia sul palco che fuori?
Con Lorenzo ci siamo incontrati all’inizio della nostra carriera ormai 15 anni fa ma il primo disco insieme “ i mortali” lo abbiamo scritto dieci anni dopo, nel 2020. Ognuno di noi ha sviluppato un proprio modo di scrivere, siamo persone diverse ed è forse questo il senso . Cercare di incontrarci nei dubbi personali, indagare sulle nostre fragilità ci ha portato a scrivere qualcosa di universale a interrogare l’animo umano senza pregiudizi.
Lavorare in coppia può essere stimolante ma anche complesso: qual è, secondo te, il segreto per mantenere saldo un legame artistico e personale come quello che vi unisce?
Le pause sono importanti in un rapporto, capire quando si sta facendo troppo. Non esserci trasformati in una “ditta” ci lascia una libertà creativa che stimola il rapporto anche in tempi di fermo. Poi alla base c’è comunque un’amicizia.
Sanremo è un’esperienza unica per qualsiasi artista. Qual è il ricordo più vivido o il retroscena più curioso che porti con te dalle vostre partecipazioni al Festival?
I due festival a cui ho partecipato, sono stati molto diversi tra loro. Del festival del 2021, quello di musica leggerissima, mi è rimasta impressa quell’aria da fine del mondo in una Sanremo blindata per il covid e allo stesso tempo l’esplosione inaspettata che ha avuto la canzone in maniera per noi inaspettata.

Hai collaborato con nomi importanti della musica italiana, da Brunori Sas a Carmen Consoli. Cosa ti ha lasciato ogni incontro e cosa cerchi in una collaborazione artistica?
Con Brunori siamo amici da ormai quindici anni, ci è capitato spesso di scrivere insieme e abbiamo osservato cambiare nel tempo il nostro modo di approcciarci alla canzone. É molto stimolante per me, vedere l’evoluzione del percorso artistico dei miei amici mi aiuta a capirmi. La canzone è un atto istintivo racconta molto di noi anche quando non sembra dire nulla.
Io credo che il successo può cambiare qualcosa dentro di te se ti capita da molto giovane e dopo solo una manciata di canzoni
In un’epoca in cui la musica sembra correre veloce tra piattaforme e algoritmi, cos’è per te oggi “fare musica”? È ancora una necessità, un’urgenza espressiva, o sta cambiando significato?
Ultimamente sto cercando di pensare il meno possibile alla destinazione finale della mia musica. In questi anni il mio approccio non è cambiato più di tanto, almeno nell’atto della scrittura e della registrazione di cambiamenti ne sono avvenuti.
Nel 2010 quando uscì il mio primo disco, il supporto fisico stava naufragando, non c’era un’alternativa chiara, le piattaforme non erano così potenti e nessuno del settore sembrava avere la lucidità di tracciare una linea da seguire. Credo che se non fosse stata una necessità non sarei riuscito ad andare avanti più di tanto in questo marasma.

I tuoi testi oscillano tra ironia, malinconia e poesia. Come riesci a trovare questo equilibrio e da dove nasce la scintilla che dà vita a una canzone?
Hai detto la parola “scintilla” che mi sembra la chiave di questo mestiere. Se non brucia qualcosa è difficile che nasca una buona canzone. Non so realmente da cosa nasca una canzone alcune volte è una parola soltanto che ti apre un universo melodico, al contrario ci sono melodie che si portano già dentro le parole.
Ho cominciato a scrivere in una Palermo molto diversa da quella che è oggi, alla fine degli anni ’90 non c’erano molte possibilità per emergere
Guardando alla Sicilia di oggi, che futuro immagini per la tua terra? E cosa credi serva davvero per trattenere qui i suoi giovani talenti?
La Sicilia sta vivendo forse il suo picco di esplosione turistica che apparentemente sembra aver portato una temporanea ricchezza ma in realtà ha costruito soltanto recinti. I centri storici delle nostre città sono dei pascoli per turisti, le periferie rimangono radure abbandonate, non ci sono delle alternative di lavoro concrete per chi vuole restare. Dall’altro lato però sento che esiste un forte senso di comunità che poi è la base per produrre un cambiamento. Rimango un ottimista.

Il successo di progetti come quello con Colapesce ti ha portato un pubblico ancora più ampio. Come vivi questo rapporto con chi ti segue e in che modo senti di essere cambiato, se lo sei, negli ultimi anni?
Io credo che il successo può cambiare qualcosa dentro di te se ti capita da molto giovane e dopo solo una manciata di canzoni. Nel mio caso avevo già ricevuto abbastanza “no” nella mia carriera da avere sviluppato una specie di corazza nei confronti del fallimento. Chi mi segue dall’inizio credo che abbia accettato i miei cambiamenti come fasi naturali della mia evoluzione, le canzoni sono cresciute con me e si portano dietro i miei errori e le mie fortune momentanee.
Guardando avanti, tra progetti imminenti e sogni ancora nel cassetto, dove ti vedi nei prossimi anni e quale traguardo senti di voler ancora raggiungere?
Sul dove sono sicuro, in sicilia. Vorrei esplorarmi ancora come essere vivente, conoscere artisti stimolanti e cercare di fare buona musica insieme. Sopratutto mi piacerebbe mantenere intatto l’entusiasmo verso questa forma d’arte nonostante gli algoritmi assassini e le intelligenze oracolari.
Ascoltare Dimartino è come camminare dentro una storia che parla di radici, fragilità e bellezza. Le sue parole, come le sue canzoni, non cercano effetti ma verità, quella che nasce dal dubbio e dalla consapevolezza che solo chi ama profondamente la propria terra può anche permettersi di criticarla. Dalla Palermo inquieta della giovinezza alla Sicilia di oggi, che osserva con occhio lucido e cuore aperto, Antonio continua a cercare senso e poesia nelle piccole cose, nei margini, nei ritorni. E forse è proprio lì — tra ironia e malinconia, tra fuga e appartenenza — che la sua musica trova la sua forma più pura: quella di un racconto umano, necessario, vivo.

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