Il concetto di accessibilità si evolve dal “design for all” al “design for each”: non più una visione generica dell’inclusione, ma un approccio che riconosce e valorizza la diversità individuale come elemento centrale di una società davvero equa e partecipativa

Negli ultimi decenni, la disabilità è diventata più visibile, più raccontata, più discussa. Non è più un tema di nicchia, relegato a margine, ma una parte viva del dibattito pubblico. Se ne parla nei media, nelle università, nei luoghi di lavoro, e finalmente anche nella politica. È un cambiamento culturale profondo, che affonda le radici nell’abbandono della visione clinica e compassionevole del passato, per abbracciare una prospettiva sociale, culturale e, sempre più, umana.

Oggi la disabilità non è più “qualcosa da nascondere”, ma una dimensione della vita da riconoscere, comprendere e valorizzare. È il segno di una società che inizia a guardare alla diversità non come a un ostacolo da superare, ma come a una ricchezza da integrare.

Questa trasformazione non è avvenuta per caso. È il frutto di battaglie, idee, movimenti. Tra questi, impossibile non ricordare il motto “Nothing About Us Without Us” – Nulla su di noi senza di noi – lanciato negli anni Novanta dall’attivista afroamericano James Charlton. Quella frase, oggi simbolo universale dell’autodeterminazione delle persone con disabilità, ha segnato un passaggio epocale: da oggetti di assistenza a soggetti di diritti.

Con l’inizio del nuovo secolo, e soprattutto con l’adozione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD) nel 2006, il mondo ha cominciato a riconoscere la disabilità come una questione di giustizia e partecipazione. La Convenzione, ancora oggi punto di riferimento imprescindibile, invita gli Stati a favorire la piena inclusione in ogni ambito della vita: scuola, lavoro, cultura, mobilità, tempo libero. E lo fa promuovendo un approccio trasversale e universale: il cosiddetto design for all, ovvero “progettazione per tutti”.

Il valore e i limiti del “design for all”

Il design for all, o progettazione universale, nasce in ambito architettonico, ma col tempo si è esteso a ogni aspetto della vita quotidiana: dagli spazi pubblici ai servizi digitali, dai trasporti alle politiche sociali. È l’idea che ogni cosa – un edificio, un sito web, un evento, un prodotto – debba essere pensata e realizzata per essere utilizzabile dal maggior numero di persone possibile, senza bisogno di adattamenti successivi.

Un principio straordinario, che ha cambiato il modo di guardare alla disabilità e all’accessibilità. Ha permesso di abbattere barriere, fisiche e mentali, e di promuovere una cultura dell’inclusione come bene collettivo. Ma oggi, in un mondo sempre più complesso e diversificato, quel concetto “for all” – per tutti – sembra non bastare più.

Nella pratica, infatti, è quasi impossibile creare un luogo o un servizio che sia davvero per tutti. L’esperienza umana è talmente variegata che un’unica soluzione difficilmente può rispondere a esigenze differenti. Pensiamo alla scuola, per esempio. Le certificazioni legate al sostegno aumentano ogni anno, e con esse cresce la consapevolezza che non esiste una linea netta tra disabilità, disturbi, difficoltà o semplicemente diversi modi di apprendere. È quindi realistico immaginare un sistema educativo davvero “uguale per tutti”? Probabilmente no. È più sensato – e più giusto – costruire un sistema che si adatti ai bisogni di ciascuno. Ecco perché l’idea di “per tutti” rischia di diventare, paradossalmente, troppo generica. Se tutto è per tutti, niente è davvero per qualcuno.

Design for all

Dal “for all” al “for each”: la persona al centro

Negli ultimi anni, diversi studiosi e progettisti – tra cui Zallio e Clarkson – hanno proposto una nuova visione: quella del design for each, cioè “per ciascuno”. Non un superamento del design universale, ma una sua evoluzione naturale.

Il design for each nasce dal riconoscimento che ogni individuo ha caratteristiche, preferenze, sensibilità e bisogni propri. Significa progettare non solo per l’inclusione, ma anche per la diversità. Non basta più garantire l’accesso a uno spazio; bisogna fare in modo che ogni persona possa sentirsi parte, rappresentata, accolta.

In questo senso, la parola “inclusione” lascia spazio a un concetto più profondo: equità. Essere inclusi non significa semplicemente poter entrare da una porta, ma poter partecipare con dignità, libertà e identità proprie.
Un’applicazione concreta di questo approccio si vede già in diversi settori:
– Nelle nuove tecnologie, dove l’intelligenza artificiale personalizza l’esperienza d’uso in base alle esigenze cognitive o motorie dell’utente.
– Nell’architettura, dove gli spazi pubblici vengono progettati con moduli flessibili e adattabili.
– Nella comunicazione, dove cresce l’attenzione verso linguaggi accessibili ma non standardizzati, capaci di parlare a ciascuno secondo il proprio vissuto.

Il design for each non è un’utopia, ma una nuova forma di responsabilità collettiva. Significa riconoscere che l’unicità di ogni persona è una risorsa, non un’eccezione da gestire.

La sfida culturale che ci attende

Arrivare davvero al design for each richiede un cambio di paradigma: passare da un’idea di inclusione “orizzontale” – dove tutti devono essere messi sullo stesso piano – a una visione “verticale”, che valorizzi le differenze come punti di forza.
Serve un lavoro culturale, politico e sociale che coinvolga istituzioni, imprese, scuole, comunità locali. Perché il design inclusivo non è solo una questione tecnica, ma soprattutto una questione di sguardo: è il modo in cui una società decide di guardare se stessa.

Il rischio, come sempre, è che le parole precedano i fatti. Che la retorica dell’inclusione resti sulla carta, mentre le persone continuano a scontrarsi con barriere architettoniche, burocratiche o culturali. Eppure, ogni passo avanti – ogni pensiero, ogni progetto, ogni azione – è una pietra posata verso una nuova idea di umanità condivisa. Il passaggio dal design for all al design for each è, in fondo, il segno di una maturazione collettiva. Non nega il valore del “per tutti”, ma lo trasforma in un “per ciascuno” più consapevole, più attento, più umano.

Ed è proprio qui che si gioca il futuro dell’inclusione: nel riconoscere la diversità come fondamento, non come eccezione.
Solo allora potremo dire di vivere in una società che non si limita a non escludere, ma che sceglie, con convinzione, di appartenere a tutti e a ciascuno.

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