La decisione del Comune di Napoli di aumentare i posti riservati ai tifosi con disabilità da 60 a 278 allo Stadio Maradona è un passo avanti. Ma questo non basta: il caso del Renzo Barbera dimostra quanto l’accessibilità negli stadi italiani sia ancora urgente

Il recente provvedimento del Comune di Napoli di portare i posti riservati alle persone con disabilità nello Stadio Maradona da poco più di 60 a 278 rappresenta una svolta significativa. Questo grazie a due importanti finanziamenti della Città Metropolitana e dell’amministrazione, che hanno consentito non solo di potenziare l’accessibilità, ma anche di prevedere ulteriori aumenti con la riapertura del terzo anello dell’impianto.

Tuttavia, l’entusiasmo per il numero impressionante – superiore a quanto richiesto dalla normativa (circa 2 posti ogni 400 spettatori, ovvero circa 270 posti per la capienza attuale)  – non può offuscare due fatti chiave: uno, la necessità che tali misure diventino la norma e vengano attuate tempestivamente; due, che altri stadi italiani, come il Renzo Barbera di Palermo, sono ancora lontani da offrire un’esperienza pienamente fruibile e dignitosa a chi ha disabilità.

Maradona
Stadio Diego Armando Maradona

Il caso Maradona: un passo avanti, ma incompleto

Il 22 agosto 2025, Nino Simeone – presidente della Commissione infrastrutture e lavori pubblici del Consiglio comunale di Napoli – ha annunciato che grazie ad un investimento complessivo di 3 milioni di euro (2 milioni iniziali e 1 milione aggiuntivo) si è predisposto un significativo rafforzamento dell’accessibilità allo stadio: i posti riservati saliranno a 278, distribuiti in modo capillare nelle diverse aree dell’impianto, con una suddivisione che tiene conto delle diverse esigenze motorie.

Si tratta di una risposta concreta – e forse in parte tardiva – a una denuncia forte: il tenente colonnello Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare, aveva denunciato pubblicamente l’“accesso negato” ai disabili allo stadio . Anche il Garante dei disabili del Comune di Napoli ha evidenziato le difficoltà di accesso ai biglietti, definendole “discriminanti” . Di fronte a queste segnalazioni, l’amministrazione ha reagito con investimenti e progetti strutturali. Eppure, come sottolinea un articolo, “i 278 posti promessi esistono ‘solo sulla carta’” finché non vengono effettivamente realizzati e resi facilmente accessibili.

Questo passaggio è emblematico di una dinamica fin troppo frequente in Italia: l’accessibilità viene finalmente riconosciuta – a parole, annunci, delibere –, ma troppo spesso le misure concrete tardano a materializzarsi.

Il caso Renzo Barbera: un orribile déjà-vu

A Palermo, nel più antico e storico Stadio Renzo Barbera, la situazione è tutt’altro che risolta. Già nel 2024, la denuncia di un tifoso in carrozzina testimoniava una condizione dolorosa: posti angusti, visibilità ostacolata da plexiglass sporco o segnato, barriere poste lungo il perimetro e isolamento rispetto alla fruizione piena della partita . Francesco Perugia, del Comitato Siamo Handicappati No Cretini, ha definito la sua esperienza “un incubo”, sottolineando che nonostante le promesse il problema non solo persisteva, ma si era aggravato dopo interventi strutturali che avevano peggiorato la visibilità.

Anche il Comune di Palermo, attraverso un sopralluogo con l’assessore allo Sport e il Garante per i disabili, aveva individuato e dichiarato la necessità di eliminare barriere, di creare rampe, postazioni facilmente raggiungibili, aree riparate dalle intemperie . Tuttavia, sembra che, a differenza del caso napoletano, le risposte pratiche tardino a concretizzarsi. Nel frattempo, chi va allo stadio con disabilità deve accontentarsi – se va bene – di posti che non garantiscono né visione libera, né comfort, né dignità.

Il “muro” di plexiglass al Renzo Barbera

Non più rinviabile: l’accessibilità è un diritto

Questi due casi, Maradona e Renzo Barbera, non devono essere letti come episodi isolati, ma come rappresentativi di una piaga diffusa: nella quasi totalità degli stadi italiani, l’accessibilità per le persone con disabilità è un tema marginale, trattato in ritardo, e troppo spesso finisce relegato a una declamazione morale o a soluzioni estemporanee.

L’accesso a un luogo pubblico, tanto più a uno spazio di aggregazione e cultura popolare come uno stadio di calcio, è un diritto sancito non solo dal nostro ordinamento, ma da convenzioni internazionali, come la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Non si può più tollerare che le persone con disabilità siano costrette a vivere l’evento sportivo in condizioni inferiori, come “tifosi di serie B”, secondo le parole di Perugia.

Diversi aspetti devono essere considerati:

Il dovere delle istituzioni e delle società sportive

Il Comune di Napoli ha dimostrato che, quando esiste volontà politica e investimenti concreti, è possibile fare passi avanti decisivi. Il progetto allo stadio Maradona è un esempio positivo, a patto che venga portato a compimento in tempi rapidi e trasformato in accessibilità reale, non solo “sulla carta”. Analogamente, il Palermo FC e le autorità locali non possono più limitarsi a dichiarazioni o sopralluoghi del “faremo”. Devono programmare, stanziamenti compresi, e realizzare spazi accessibili senza ulteriori ritardi. Ogni stadio italiano dovrebbe essere considerato un laboratorio di inclusione, dove anche i tifosi con disabilità possano partecipare pienamente all’emozione della partita.

Un invito all’azione
Conclusione

L’aumento da 60 a 278 posti riservati allo Stadio Maradona è uno straordinario inizio – ma è solo un punto di partenza. Il caso del Renzo Barbera ci ricorda che troppe volte le promesse restano parole vuote. Il rilancio dell’Italia sportiva non può e non deve passare senza un impegno reale sull’accessibilità: oggi non si può più rimandare.

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