Dal 2025 San Siro garantirà abbonamenti stagionali accessibili e posti centrali alle persone con disabilità, superando logiche assistenzialistiche e sorteggi. Una svolta attesa da anni, nata da battaglie culturali e civili, che dovrebbe ispirare tutti gli stadi italiani. Una battaglia che porto avanti da quindici anni a Palermo
Chi ama il calcio lo sa: lo stadio è un luogo sacro, un tempio laico dove si esulta, si soffre, si canta, si stringono mani. Per molti tifosi, lo stadio rappresenta un pezzo di vita. Ma per chi ha una disabilità, andare allo stadio è troppo spesso una conquista impossibile, fatta di barriere architettoniche, regole assurde, esclusioni e logiche paternalistiche che associano ancora oggi la disabilità all’indigenza.
Eppure, qualcosa si muove. A partire dalla stagione 2025/26, a San Siro — lo stadio di Inter e Milan — le persone con disabilità motoria potranno finalmente abbonarsi e godere dell’intera stagione calcistica da posti adeguati, accessibili e dignitosi. Non più solo sorteggi, numeri chiusi e ingressi gratuiti che non garantivano la possibilità di vivere appieno la passione sportiva. Da agosto, infatti, chi vorrà potrà acquistare un abbonamento annuale (350 euro) o biglietti per le singole partite a prezzi calmierati (dai 10 ai 35 euro), scegliendo il diritto di esserci, senza dover sperare nella buona sorte.
Un cambiamento culturale, non solo logistico
La novità arriva grazie al lavoro congiunto delle due società milanesi, del Comune di Milano e delle associazioni che si battono per l’accessibilità agli eventi dal vivo, in particolare il manifesto Live for All, promosso da Lisa Noja. L’iniziativa non solo supera il concetto di “accesso gratuito in quanto disabile”, ma affida all’individuo la libertà di scelta: se posso e voglio, pago come tutti — magari anche meno — ma con pari dignità. È questo il senso profondo dell’inclusione.
Oltre a rendere disponibili i migliori posti possibili (considerando che il terzo anello è inaccessibile), si è scelto di destinare l’intero ricavato di questa nuova modalità d’accesso a progetti per l’inclusione e lo sport per tutti. Una parte sarà investita per rendere lo stadio ancora più inclusivo, il resto andrà a “Generazione Sport”, un progetto comunale che sostiene i giovani tra gli 11 e i 30 anni con disabilità o in condizione di povertà educativa. Una vera filiera della partecipazione, che trasforma la fruizione in investimento sociale.
Una proposta lanciata quindici anni fa
Quella che oggi viene presentata come una “rivoluzione” (e lo è, nei fatti), era già stata proposta con chiarezza almeno 15 anni fa, quando scrissi una lettera al direttore del Giornale di Sicilia per sollevare la questione dell’accesso agli stadi per chi, come me, è in carrozzina.
Allora parlavo della situazione paradossale del Renzo Barbera di Palermo: alcuni posti “riservati” alle persone con disabilità motoria erano collocati dietro al plexiglass, a bordo campo, in posizioni marginali e con visibilità pessima. Il paradosso? Anche se una persona con disabilità avesse voluto acquistare un biglietto in tribuna, non avrebbe potuto. Perché mancavano gli spazi adatti. Perché “non previsto”. Perché, in fondo, si pensava che chi ha una disabilità dovesse ricevere un “posto gratis” e non potesse pretendere altro.
Scrivevo allora: “Se acquistassi un biglietto di tribuna vip, non potrei comunque accedervi. Questo perché si continua ad associare la menomazione all’indigenza. Una limitazione culturale assurda.” Parole che oggi suonano profetiche, se confrontate con quanto sta finalmente accadendo a Milano.
Il caso Palermo: promesse e attese
Anche a Palermo, però, qualcosa si era mosso. Quando Dario Mirri divenne presidente del Palermo Calcio, dichiarò al Giornale di Sicilia l’intenzione di costruire una tribuna accessibile per le persone con disabilità, in posizione centrale e con piena fruibilità. Un segnale importante, perché restituiva dignità alla tifoseria con disabilità e provava a rompere lo schema dell’assistenzialismo.
Ma a distanza di anni, quella promessa è rimasta tale. Lo stadio Barbera continua a essere inadeguato, senza una tribuna vera per chi è in carrozzina. Non basta qualche posto dietro il plexiglass. Serve un progetto, una visione, un piano strutturale. Serve soprattutto la volontà politica e manageriale di considerare le persone con disabilità non come “beneficiari di cortesia”, ma come cittadini e clienti come tutti gli altri.

Lo sport come diritto, non concessione
Lo sport, come la cultura, deve essere accessibile, fruibile, vivibile da tutti. E non solo come slogan. Non è sufficiente aprire “un varco” per disabili se poi li si confina in posti marginali o li si costringe a rinunciare alla propria libertà di scegliere dove stare, quanto spendere, cosa vedere.
A San Siro l’hanno capito. Il nuovo modello di accesso basato su abbonamenti regolari, posti comodi e ben visibili, tariffe ridotte ma non gratuite, è un modello replicabile. Un esempio virtuoso che altre città e società dovrebbero seguire. Il diritto allo stadio non è un premio, non è un’elemosina, non è un favore: è una questione di equità.
Conclusioni
La speranza è che quello che sta accadendo a Milano non resti un’eccezione, ma diventi la norma. Che si moltiplichino gli stadi accessibili, le tribune inclusive, le biglietterie online che non discriminano. Che le società calcistiche capiscano che la passione per il calcio non ha barriere, ma sono le barriere a spegnere la passione.
Quindici anni fa lanciavo un appello. Oggi, finalmente, qualcuno ha raccolto quella voce. Ma la partita dell’inclusione è ancora tutta da giocare. E per vincerla, serve l’impegno di tutti: tifosi, club, amministrazioni, giornali. Solo così potremo dire che anche negli stadi, le persone con disabilità sono tifosi come tutti gli altri. Niente di più, niente di meno.
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