La nuova strategia europea per la parità di genere punta a ridurre disuguaglianze e violenze, ma trascura le donne con disabilità. Mancano misure concrete, riferimenti alla Convenzione ONU e dati adeguati. Senza un approccio intersezionale reale, il rischio è perpetuare esclusione, discriminazione e disuguaglianze strutturali già esistenti

La nuova Strategia europea per la parità di genere, presentata dalla Commissione Europea nel 2026 (documento COM(2026) 113 final), si inserisce in un percorso politico che da anni prova a rafforzare il ruolo delle donne nella società europea. L’intenzione dichiarata è quella di intervenire sulle principali disuguaglianze ancora presenti, con un approccio trasversale che tocchi lavoro, salute, sicurezza e diritti.
Sulla carta, si tratta di una strategia ampia e articolata, che riconosce finalmente quanto le disparità di genere siano radicate e difficili da scardinare. Tuttavia, proprio nella sua ambizione emerge un limite significativo: l’assenza di uno sguardo realmente inclusivo. È qui che si inserisce il nodo delle donne con disabilità, una presenza quasi invisibile all’interno del documento, come se la loro esperienza non facesse pienamente parte della questione di genere.
Donne con disabilità: una discriminazione moltiplicata
Quando si parla di donne con disabilità, non si può ragionare in termini lineari. La loro condizione è segnata da una sovrapposizione di discriminazioni che non si sommano semplicemente, ma si rafforzano a vicenda. Essere donna e avere una disabilità significa spesso trovarsi in una posizione di marginalità più profonda, meno visibile e quindi anche meno affrontata dalle politiche pubbliche.
La Strategia europea accenna al tema dell’intersezionalità, riconoscendo che esistono fattori che aggravano le disuguaglianze. Tuttavia, questo riconoscimento resta teorico. Non si traduce in azioni concrete né in linee guida operative. Così, ciò che dovrebbe essere un principio guida resta confinato a una dichiarazione d’intenti, senza incidere realmente sulla vita delle persone.
Il nodo della salute: accesso e qualità delle cure
Nel capitolo dedicato alla salute, la Strategia prova a fare un passo avanti, anche attraverso una collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’obiettivo è migliorare l’accesso e la qualità dei servizi sanitari, un tema che riguarda tutte le donne, ma che assume un peso ancora maggiore per chi vive una condizione di disabilità.
Eppure, anche qui, il riferimento resta sfumato. Non si entra nel merito delle difficoltà quotidiane che molte donne con disabilità incontrano quando si relazionano con il sistema sanitario. Non si parla abbastanza di accessibilità reale, di comunicazione adeguata, di formazione del personale. E soprattutto, non si affronta fino in fondo il tema dell’autonomia decisionale, che per molte donne rappresenta ancora un diritto fragile. Il rischio è che il miglioramento dei servizi resti generico e non riesca a intercettare proprio chi ha più bisogno di un cambiamento concreto.
Lavoro e istruzione: un divario ancora più profondo
Se c’è un ambito in cui le disuguaglianze emergono con forza, è quello del lavoro. La Strategia riconosce che esistono differenze significative nell’accesso all’occupazione, ma non approfondisce adeguatamente la situazione delle donne con disabilità. Eppure, si tratta di una delle categorie più penalizzate in assoluto.
Le difficoltà iniziano spesso già nel percorso educativo. Le bambine e le ragazze con disabilità incontrano ostacoli che possono compromettere la qualità della loro formazione, limitando di fatto le opportunità future. Quando poi si affacciano al mondo del lavoro, si trovano davanti a barriere che non sono solo fisiche, ma anche culturali e organizzative. Questa doppia difficoltà contribuisce a creare un divario che non è solo economico, ma anche sociale e relazionale. Ignorarlo significa accettare che una parte della popolazione resti ai margini in modo sistematico.
L’assenza grave: la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità
Uno degli aspetti più sorprendenti della Strategia è la mancata integrazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Si tratta di un riferimento fondamentale, non solo simbolico ma giuridico, che dovrebbe orientare tutte le politiche europee in materia di disabilità. Il fatto che questo quadro normativo non venga utilizzato come base strutturale della Strategia solleva interrogativi importanti. Non si tratta semplicemente di una citazione mancante, ma di un’occasione persa per costruire politiche realmente coerenti e vincolanti.
Allo stesso modo, colpisce l’assenza di riferimenti chiari all’accessibilità e agli accomodamenti ragionevoli, strumenti indispensabili per garantire una partecipazione effettiva alla vita sociale e lavorativa. Senza questi elementi, il concetto di parità rischia di restare teorico.

Violenza, diritti e autonomia: i grandi temi dimenticati
Tra le lacune più evidenti della Strategia emerge la scarsa attenzione a temi che riguardano direttamente la dignità e l’autonomia delle donne con disabilità. La violenza, ad esempio, è una realtà molto più diffusa di quanto si pensi, spesso invisibile e difficilmente denunciata.
A questo si aggiungono questioni ancora più delicate, come il controllo sul proprio corpo e sulle proprie scelte riproduttive. In alcuni contesti europei, pratiche come la sterilizzazione senza consenso non sono completamente scomparse, e questo rappresenta una violazione gravissima dei diritti fondamentali.
Anche il tema dell’abitare indipendente resta in secondo piano, nonostante sia centrale per costruire percorsi di vita autonomi e dignitosi. Ignorare questi aspetti significa lasciare irrisolti nodi profondi, che incidono direttamente sulla libertà delle persone.
Il problema dei dati: senza numeri non esistono politiche
Un elemento spesso sottovalutato, ma decisivo, riguarda la raccolta dei dati. Senza informazioni precise e aggiornate, diventa difficile comprendere la reale dimensione delle disuguaglianze e intervenire in modo efficace. La Strategia non prevede un sistema strutturato di raccolta dati che tenga conto contemporaneamente del genere e della disabilità. Questa mancanza rende le donne con disabilità quasi invisibili anche a livello statistico, con il risultato che le politiche rischiano di non intercettare i loro bisogni reali. In questo senso, la questione non è solo tecnica, ma profondamente politica. Decidere cosa misurare significa anche decidere cosa considerare importante.
Cosa serve davvero: un cambio di prospettive
Per evitare che la Strategia resti incompleta, è necessario un cambio di prospettiva. Non basta aggiungere riferimenti alla disabilità in modo marginale. Occorre integrare questo tema in tutte le politiche, adottando un approccio che tenga conto della complessità delle esperienze individuali.
Questo significa riconoscere che la parità non può essere costruita su modelli standardizzati, ma deve adattarsi alle diverse condizioni di vita. Significa anche assumersi la responsabilità di tradurre i principi in azioni concrete, capaci di incidere davvero sulla quotidianità delle persone.
Il rischio concreto: lasciare indietro le più vulnerabili
La Strategia europea per la parità di genere rappresenta senza dubbio un passo importante, ma rischia di non essere sufficiente. Quando alcune categorie restano ai margini, il rischio è che le disuguaglianze si consolidino invece di ridursi. Le donne con disabilità non possono essere considerate un’eccezione o un caso particolare. Sono parte integrante della società europea e devono essere riconosciute come tali, anche nelle politiche pubbliche.
Se questo non accadrà, la parità resterà un obiettivo incompiuto. E l’Europa, ancora una volta, rischierà di non essere all’altezza dei valori che dichiara di voler difendere.


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