C’è chi comunica con le parole, chi con i gesti, chi con il silenzio. E poi c’è Clara Woods, che comunica con il colore, con l’energia, con una presenza che attraversa ogni tela. A soli 19 anni è già un’artista internazionale, protagonista del progetto olimpico 2026 e seguita da milioni di persone nel mondo. Ma ridurre la sua storia a una “storia di successo” sarebbe limitante. Clara è molto di più: è una voce che si è costruita fuori dai canoni tradizionali, è la dimostrazione che la comunicazione non ha una sola forma, è una rivoluzione gentile che passa attraverso l’arte. In questa intervista, Clara racconta cosa significa davvero “non essere più silenziati”.

Clara Woods

“Unmuted” significa “non più silenziata”. Quando hai capito che l’arte sarebbe diventata la tua voce nel mondo, e cosa stavi cercando di dire allora che forse oggi diresti in modo diverso?
Per me “Unmuted” è proprio questo, non essere più in silenzio. Io non ho mai potuto parlare con le parole, e per tanto tempo mi sentivo un chiusa dentro. Quando ho iniziato a dipingere ho capito che lì potevo dire tutto. All’inizio forse volevo solo dire “guardatemi, io ci sono”, volevo sentirmi parte del mondo. Oggi invece sento che voglio dire anche agli altri “ci siete anche voi, siete importanti, non siete soli”.

Sei tornata in Italia dopo cinque anni, in un momento cruciale della tua carriera. Che emozione è stata rientrare nel Paese dove tutto è iniziato, ma farlo come artista internazionale riconosciuta?
Tornare in Italia dopo cinque anni è stato fortissimo. È il posto dove tutto è iniziato, quando ero ancora una bambina e non sapevamo niente di arte, di mostre, di niente. Tornarci adesso, dopo tutto questo percorso, mi ha fatto emozionare tanto. È come chiudere un cerchio ma anche aprirne uno nuovo. Mi sono sentita orgogliosa, felice, extra felice ma anche molto grata.

La tua opera Love You è esposta al Museo Olimpico alla Triennale di Milano, e sei l’artista ufficiale delle Olimpiadi Invernali 2026. Cosa rappresenta per te questo riconoscimento, anche simbolicamente, rispetto al tuo percorso personale e alla tua disabilità?
Tornare in Italia dopo cinque anni è stato fortissimo. È il posto dove tutto è iniziato, quando ero ancora una bambina e non sapevamo niente di arte, di mostre, di niente. Tornarci adesso, dopo tutto questo percorso, mi ha fatto emozionare tanto. È come chiudere un cerchio ma anche aprirne uno nuovo. Mi sono sentita orgogliosa, felice, extra felice ma anche molto grata.

Spesso dici che dipingi “con le mani, con l’energia, con la speranza e con l’amore”. Che rapporto hai oggi con il tuo corpo, che è insieme strumento, limite imposto e spazio di libertà?
Il mio corpo è tante cose insieme. A volte è difficile, perché ci sono cose che non riesco a fare e che per gli altri sono semplici. Però quando dipingo non penso ai limiti, uso le mani, l’energia, tutto quello che ho. Oggi cerco di accettarlo di più, con le sue difficoltà ma anche con la sua forza.

Il tuo lavoro parla a milioni di persone in tutto il mondo. Senti più la responsabilità di essere un’artista o quella di essere un modello per chi vive una disabilità? Oppure le due cose, per te, non sono separabili?
Per me non sono due cose separate. Io sono un’artista e allo stesso tempo sono una persona con una disabilità. Le due cose vivono insieme, ma non separate. La mia disabilità non definisce chi sono, e’ solo una parte di me. Non penso tanto alla responsabilità, penso più alla connessione con le persone. Se la mia arte può aiutare qualcuno a sentirsi meglio, più visto, più forte, allora per me ha senso tutto.

Durante il tour italiano coinvolgerai il pubblico nella creazione delle opere, soprattutto a Firenze. Che tipo di “conversazione” cerchi con le persone, in uno spazio che va oltre le parole?
Vorrei che le persone si sentissero amate, viste, parte di qualcosa, così come mi sento io quando creo la mia arte. Ma ancora di piu l’emozione quando qualcuno appende la mia arte e sente delle emozioni fortissime!

Il tuo modo di comunicare – tra arte, tecnologia, sguardi e traduzione emotiva con tua madre – mette in discussione l’idea tradizionale di linguaggio.
Pensi che la società sia davvero pronta ad ascoltare voci che non parlano come la maggioranza?
Penso che la società stia imparando, ma non è ancora completamente pronta. Siamo abituati ad ascoltare solo un tipo di voce. Ma ci sono tanti modi di comunicare. Io uso il corpo, gli sguardi, l’arte, e anche mia mamma mi aiuta a tradurre. Credo che se le persone rallentano un po’ e hanno più pazienza, possono scoprire un mondo molto più ricco.

Tua madre Betina è parte integrante del progetto artistico e umano che ti circonda. Come si costruisce un equilibrio tra autonomia, relazione e fiducia quando la comunicazione passa anche attraverso qualcun altro?
Con mia mamma è un rapporto di fiducia totale. Lei mi conosce profondamente e mi aiuta a esprimere quello che sento. Ma io sono sempre io, con le mie idee, le mie scelte. È un equilibrio che costruiamo ogni giorno, insieme. Non è sempre facile, ma è molto forte, perché è fatto di amore e rispetto.

Nel tuo percorso dimostri che la disabilità non è un ostacolo al talento, ma spesso lo è l’ambiente. Qual è oggi la barriera più grande che vorresti vedere abbattuta, nel mondo dell’arte e non solo?
La barriera più grande è spesso l’ambiente, non la persona. Le persone hanno talento, hanno sogni, ma non sempre trovano spazio o opportunità. Vorrei vedere un mondo più aperto, dove non devi dimostrare il doppio per essere accettato. Dove la diversità non fa paura, ma viene vista come qualcosa di bello.

Se potessi lasciare un messaggio a chi si sente “muted”, silenziato, invisibile o non ascoltato – non solo persone con disabilità – cosa vorresti che portasse con sé guardando una tua opera?
A chi si sente silenziato direi di non smettere di cercare la propria voce. Non deve essere per forza una voce fatta di parole. Può essere un colore, un gesto, un sogno. Dentro ognuno di noi c’è qualcosa di speciale. Vorrei che guardando una mia opera le persone si sentissero viste, capite e più libere di essere se stesse.

Quella di Clara Woods non è solo una storia di arte, né soltanto una storia di disabilità. È una storia di linguaggio, di possibilità, di spazio conquistato.
In un mondo che spesso decide chi ha diritto di essere ascoltato e chi no, Clara ribalta tutto: dimostra che la voce non è un suono, ma un atto. E che esprimersi è già, di per sé, una forma di libertà.
“Forse non parlo come vi aspettate”, sembra dirci.
“Ma se vi fermate davvero ad ascoltare, scoprirete che ho sempre avuto qualcosa da dire.”

Articolo precedente: Daniele Terenzi, il primo Étoile con disabilità: quando la danza trasforma la diversità in arte

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