L’ingegnera tedesca Michaela Benthaus ha fatto storia diventando la prima persona in sedia a rotelle a viaggiare nello spazio con Blue Origin. Il suo viaggio rappresenta un momento epocale per l’inclusività nell’esplorazione spaziale

Il 20 dicembre 2025 è stata scritta una pagina storica nell’esplorazione spaziale: Michaela Benthaus, ingegnera aerospaziale tedesca di 33 anni, è diventata la prima persona in sedia a rotelle a viaggiare oltre la linea di Kármán, il confine internazionalmente riconosciuto dello spazio situato a 100 chilometri sopra la superficie terrestre. Il suo volo suborbitale a bordo della capsula New Shepard di Blue Origin, società fondata da Jeff Bezos, non è stato solo un traguardo personale, ma un simbolo potente di come lo spazio possa davvero essere accessibile a tutti.

Un Sogno Nato tra le Stelle

“Fin da bambina mi affascinavano il volo e le stelle”, ha raccontato Michaela. Cresciuta con una passione innata per la scienza e per la sensazione di libertà, aveva sempre sognato di diventare astronauta. Era una ragazza sportiva, amante della mountain bike e dello snowboard, con una carriera promettente in ingegneria. Ma nel 2018, durante una discesa in downhill, un grave incidente ha cambiato radicalmente la sua vita: una lesione al midollo spinale l’ha resa paraplegica, costringendola a usare la sedia a rotelle. Aveva solo 26 anni.

Quel momento avrebbe potuto segnare la fine dei suoi sogni spaziali. Invece, come lei stessa ha dichiarato, “ho capito che, anche se il mio corpo era cambiato, potevo comunque contribuire all’esplorazione spaziale”. Michaela non si è arresa: ha trasformato la sua disabilità in un motore di rinascita, rifiutandosi di definirsi attraverso ciò che aveva perso.

“La mia vita è cambiata tantissimo dopo l’incidente e ho davvero capito quanto il mondo sia ancora inaccessibile”, ha spiegato. Ma questa consapevolezza non l’ha fermata. Al contrario, l’ha spinta a lottare ancora più duramente per il suo obiettivo.

Il Percorso verso lo Spazio

La formazione di Michaela Benthaus è eccezionale: laureata in Ingegneria Meccanica e Meccatronica, con un Master in Ingegneria Aerospaziale, oggi lavora come ingegnera presso l’Agenzia Spaziale Europea, dove si occupa di radio-occultazioni marziane. Ma il suo percorso verso lo spazio è stato tutt’altro che lineare.

Nel 2022 ha partecipato al suo primo volo parabolico con AstroAccess, un programma internazionale nato nel 2021 che promuove l’accessibilità dello spazio alle persone con disabilità. Durante questi voli, che simulano l’assenza di gravità per brevi periodi, Michaela e il suo team hanno studiato soluzioni tecniche per gestire il corpo in microgravità quando non si ha controllo sulle gambe. La soluzione trovata è stata una cintura con supporti a velcro che le permette di mantenere la posizione senza fluttuare incontrollabilmente. “È stata una sensazione incredibile”, ha raccontato, “ho sentito la libertà totale del corpo, anche se non potevo muovere le gambe”.

Nel 2024, Michaela Benthaus ha partecipato a una missione analogica alla base Lunares in Polonia, un’esperienza che simulava la vita su Marte: “Due settimane senza finestre né luce naturale, solo comunicazioni via email. Era come vivere su un altro pianeta”, ha raccontato. Un addestramento psicologico e tecnico fondamentale per testare la resilienza, l’isolamento e la capacità di adattamento in condizioni estreme.

L’incontro decisivo è avvenuto nel 2024 a una competizione di droni vicino Monaco di Baviera, dove Michaela ha conosciuto Hans Koenigsmann, uno dei primi dipendenti di SpaceX e vicepresidente per l’affidabilità di costruzione e volo della società. Dopo essersi conosciuti su LinkedIn, Michaela gli ha posto una domanda diretta: “Persone come me possono diventare astronaute?”. La risposta di Koenigsmann non solo è stata positiva, ma ha portato all’organizzazione del suo volo con Blue Origin, di cui è diventato sponsor insieme alla società stessa.

Il Volo Storico

Il lancio era inizialmente programmato per il 18 dicembre, ma è stato rinviato dopo che il team di lancio ha riscontrato un problema tecnico durante il countdown. Due giorni dopo, nella sera italiana del 20 dicembre, Michaela e i suoi cinque compagni di equipaggio hanno finalmente decollato dal Launch Site One nel West Texas a bordo della capsula New Shepard, nel sedicesimo volo turistico suborbitale di Blue Origin.

Per rendere possibile questa missione storica, Blue Origin ha apportato alcune modifiche alla struttura. Un ascensore è stato installato sulla torre di lancio per eliminare la necessità di salire sette piani di scale. È stata inoltre aggiunta una panchina di trasferimento all’ingresso della capsula, permettendo a Michaela di entrare autonomamente scivolando dalla sedia a rotelle al suo sedile. “Michaela era adamantemente determinata a fare il più possibile da sola”, ha raccontato Jake Mills, ingegnere di Blue Origin che ha addestrato l’equipaggio.

Tuttavia, come ha sottolineato Mills, la capsula New Shepard era stata originariamente progettata tenendo conto dell’accessibilità: “Questo la rende accessibile a una gamma più ampia di persone rispetto ai voli spaziali tradizionali”. Durante il volo, le gambe di Michaela sono state legate insieme con una fascia speciale per mantenerle ferme in assenza di gravità, una soluzione che ha testato durante i voli parabolici e che, come ha confermato dopo l’atterraggio, “ha funzionato abbastanza bene”.

Il viaggio è durato circa dieci minuti, durante i quali l’equipaggio ha sperimentato più di tre minuti di microgravità, raggiungendo un’altitudine di poco superiore ai 100 chilometri. Attraverso le finestre più grandi mai volate nello spazio, i passeggeri hanno potuto ammirare la curvatura della Terra contro il cielo nero profondo dello spazio.

“È stata l’esperienza più cool di sempre!”, ha esclamato Michaela appena tornata a terra, ridendo per l’emozione. “Non mi è piaciuto solo il panorama e la microgravità, ma anche il volo. È stato fantastico, ogni fase”. Ha raccontato di aver riso per tutto il tragitto verso l’alto e di aver persino tentato di girarsi completamente a testa in giù una volta in assenza di gravità.

Michaela Benthaus

Un Messaggio di Inclusione

Insieme a Michaela Benthaus hanno volato Hans Koenigsmann, il fisico e investitore americano Joey Hayde, l’imprenditore Neal Milch (oggi impegnato in una nonprofit che si occupa di ricerca biomedica), l’ingegnere Adonis Pouroulis (specializzato nel settore energetico) e Jason Stansell, un autodefinito “space nerd”, appassionato di spazio. Il costo dei biglietti non è stato rivelato, anche se si stima che un posto su New Shepard costi oltre 500.000 dollari.

Ma per Michaela, questo viaggio ha un significato che va ben oltre l’esperienza personale. “Potrei essere la prima, ma non intendo essere l’ultima”, ha dichiarato con determinazione. “Spero che il mio percorso ispiri ogni tipo di persona”. Phil Joyce, vicepresidente della divisione New Shepard di Blue Origin, ha sottolineato: “Il suo volo è particolarmente significativo, perché dimostra che lo spazio è per tutti. E noi siamo orgogliosi di averla aiutata a coronare il suo sogno”.

Michaela ha anche colto l’occasione per raccogliere fondi per Wings for Life, una fondazione che si dedica alla ricerca sulle lesioni del midollo spinale. Come parte della sua missione, continua a promuovere l’inclusione delle persone con disabilità nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), contribuendo a costruire un futuro in cui la ricerca e l’innovazione siano davvero accessibili a tutti.

Il Contesto: Verso uno Spazio Inclusivo

La missione di Michaela Benthaus si inserisce in un movimento più ampio verso l’inclusività nell’esplorazione spaziale. AstroAccess, il programma con cui ha collaborato, mira a rendere lo spazio accessibile senza lasciare indietro il 25% dell’umanità che vive con una qualche forma di disabilità. Durante i voli parabolici, il programma ha testato guide tattili montate a parete per persone non vedenti, segnali visivi basati sulla luce per persone con problemi di udito e cinture di ancoraggio per persone con disabilità agli arti inferiori.

“La disabilità non è solo una sedia a rotelle, dobbiamo espandere quel pensiero”, ha affermato Dwayne Fernandes, amputato alle gambe, che ha partecipato a un volo parabolico. “Se vuoi che lo spazio sia un luogo redditizio e commercialmente valido, devi parlare con le persone con disabilità”.

Anche l’Agenzia Spaziale Europea ha avviato il “progetto parastronauta” nel 2021, nominando l’atleta paralimpico britannico John McFall primo parastronauta dell’agenzia nel novembre 2022. McFall, che ha perso la gamba destra in un incidente motociclistico da adolescente, è stato selezionato per uno studio di fattibilità e potrebbe volare verso la Stazione Spaziale Internazionale in futuro. Uno studio completato nel 2024 ha concluso che è possibile integrare una persona con disabilità sulla ISS.

È interessante notare che le persone con disabilità hanno un legame storico con il volo spaziale: negli anni ’50, la NASA reclutò un gruppo di uomini sordi, noti come gli “Undici di Gallaudet”, per prepararsi al volo spaziale umano. Alcune persone sorde hanno un danno cocleare che le rende immuni alla cinetosi, caratteristica che le rendeva candidate ideali per alcune ricerche spaziali pionieristiche.

Una Riflessione sulla Terra

Come ha sottolineato Michaela in un’intervista alla CNN, “stiamo pensando sempre più a missioni spaziali di lunga durata; alcuni di noi vogliono andare su Marte in futuro. È un viaggio molto lungo. E sì, le persone possono acquisire una disabilità durante il tragitto. Le persone possono avere un ictus, rompersi una gamba o subire una lesione al midollo spinale”. Ha concluso affermando che “le persone con disabilità portano effettivamente valore a un equipaggio”.

Il volo di Michaela Benthaus pone anche una domanda provocatoria: se un team di ingegneri è riuscito a rendere accessibile persino un viaggio nello spazio, perché sulla Terra facciamo ancora così fatica a garantire l’accessibilità nella vita quotidiana? Mentre nello spazio l’assenza di gravità può paradossalmente liberare le persone con disabilità motorie, sulla Terra continuiamo a trovare ascensori rotti, parcheggi per disabili occupati abusivamente e barriere architettoniche ovunque.

Michaela stessa ha osservato che, mentre riceve molto feedback positivo nella sua “bolla spaziale”, le persone esterne non sono sempre altrettanto inclusive. La sua esperienza post-incidente le ha fatto capire “quanto il mondo sia ancora inaccessibile e quanto socialmente escludente possa essere una sedia a rotelle, anche se nessuno ti sta escludendo attivamente”.

Un Futuro Senza Limiti

Oltre alla sua carriera scientifica, Michaela Benthaus continua a praticare sport, incluso il tennis in carrozzina, dimostrando che la disabilità non è un ostacolo ma semplicemente una variabile da includere nella progettazione del futuro. Il suo obiettivo non è solo rendere lo spazio accessibile alle persone con disabilità, ma anche migliorare l’accessibilità qui sulla Terra.

Jared Isaacman, l’imprenditore miliardario e astronauta privato recentemente nominato amministratore della NASA, ha elogiato la missione scrivendo sui social media: “Congratulazioni, Michi! Hai appena ispirato milioni di persone a guardare in alto e immaginare cosa è possibile”.

La storia di Michaela Benthaus ci ricorda che il progresso non è solo una questione di scienza e tecnologia, ma di umanità, coraggio e visione. Come lei stessa ama ripetere: “Lo spazio deve essere per tutti”. Il suo messaggio è chiaro e potente: se l’inclusione è possibile nello spazio, allora non abbiamo più scuse sulla Terra. Non basta raggiungere le stelle; dobbiamo imparare a guardare il mondo da una prospettiva diversa, dove la diversità non è più un’eccezione, ma una ricchezza.

In un’epoca in cui il turismo spaziale sta diventando realtà per un numero crescente di persone, la missione di Michaela segna un punto di svolta fondamentale. Dimostra che l’esplorazione spaziale può davvero essere accessibile a tutti, indipendentemente dalle capacità fisiche. E mentre la sua storia continua a ispirare milioni di persone in tutto il mondo, una cosa è certa: Michaela Benthaus potrà anche essere stata la prima persona in sedia a rotelle ad andare nello spazio, ma sicuramente non sarà l’ultima.

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