“Ultras” è un libro che scava sotto la superficie di un mondo spesso raccontato solo attraverso stereotipi. Lamberto Ciabatti ascolta, raccoglie voci, intreccia memorie e restituisce un ritratto umano e complesso del tifo organizzato, lontano dai giudizi affrettati. Ne nasce un viaggio nell’Italia degli anni Ottanta e Novanta, nei suoi stadi, nelle sue periferie e nelle sue passioni più istintive. Un libro che parla di calcio, certo, ma anche di identità, comunità e appartenenza.

Parole d’Autore è una rubrica dedicata agli scrittori e alle loro storie. Ogni puntata offre un’intervista esclusiva, svelando l’ispirazione, il percorso creativo e i retroscena dietro la nascita di un libro.

Ultras

Lamberto, cominciamo dal titolo. “Ultras” è una parola carica di pregiudizi, ma anche di identità e appartenenza. Cosa ti ha spinto a sceglierla come chiave del tuo racconto?
Il mondo delle curve mi incuriosisce da sempre e, pur non essendo mai stato né un tifoso né un ultrà, da ragazzino l’ho frequentato spesso. Siccome, da qualche anno, di questo fenomeno i media parlano solamente in termini negativi, mi è venuta voglia di raccontarlo in maniera diversa, attraverso una narrazione che potesse rappresentarlo nella sua complessità (e non basata esclusivamente sulla lettura di carte processuali). Per farlo non c’era, secondo me, altro modo che lasciare la parola a chi questo mondo lo ha vissuto davvero.

Il libro si apre con una scena folgorante: un pullman di tifosi della Lazio travestiti da pellegrini diretti a Bologna. Come nasce questa idea di mescolare fede e follia calcistica?
In questo caso si è trattato di uno stratagemma per eludere i numerosi posti di blocco predisposti dalla polizia lungo la strada da Roma a Bologna. In generale, penso comunque che fede e tifo abbiano in comune molti aspetti, dalla ritualità all’estetica. Soprattutto in provincia, poi, sono due mondi profondamente interconnessi: a Potenza, per esempio, è stato proprio grazie allo straordinario impegno degli ultras che la Festa di San Gerardo (il patrono della città) è tornata al suo massimo splendore.

Nei capitoli dedicati ad Ascoli e Bergamo, la voce degli ultras diventa quasi quella di una generazione. Quanto c’è di romanzo e quanto di documento in queste storie?
Ho cercato una forma che, per quanto aderente alle testimonianze che ho raccolto, fosse il più possibile letteraria. In effetti forse sì, la natura di questo libro è duplice, da una parte romanzo, dall’altra documento storico. Dai racconti emerge infatti un mondo ultras per molti aspetti irripetibile e che, probabilmente destinato a scomparire, prima che scompaia del tutto, merita di essere ricostruito.

Hai costruito il libro alternando registri narrativi e voci diverse, come se fosse una cronaca orale del tifo. Perché hai scelto questa forma corale?
Mi piaceva l’idea della coralità, di una serie di racconti tutti in prima persona che, combinati insieme, restituissero un ritratto del Paese in quegli anni (soprattutto 80 e 90). Non si parla infatti solo di tifo organizzato, ma anche delle città in cui i gruppi si sono formati, invase dall’eroina, segnate dal terrorismo, eppure straordinariamente autentiche e vitali.

Alcuni episodi, come la tragedia di Nazzareno Filippini o le tensioni con la polizia, mostrano il lato più oscuro del mondo ultras. Come hai lavorato per raccontare la violenza senza cadere nel giudizio o nell’esaltazione?
Mi sono fatto da parte, lasciando che a parlare fossero i protagonisti. Il giudizio è, a volte, un filtro che impedisce di leggere un fenomeno nella sua complessità. Alcuni episodi particolarmente cruenti, come la morte di Filippini o la molotov a Ivan Dall’Olio, ho cercato, proprio per mantenermi sul filo di una narrazione il più possibile obiettiva, di raccontarli dal punto di vista di entrambe le tifoserie coinvolte.

In “Ultras” emerge una forte nostalgia per un calcio che non c’è più – più di provincia, più umano, più folle. Ti consideri anche tu un nostalgico?
In realtà, forse, quegli anni mi mancano anche perché sono stati quelli della mia giovinezza. In generale, preferisco non essere nostalgico ma cercare di cogliere nel presente qualcosa che mi stimoli e mi coinvolga.

Le figure dei padri, come Renato Stella in “Settembre Bianconero”, sono centrali: fondatori di un’etica e di un codice. È anche un libro sulla trasmissione dei valori, più che sulla devianza?
C’è un codice ultras e ci sono dei valori che i componenti di un gruppo condividono. Dall’altra, è innegabile che sia un mondo caratterizzato anche da violenza. L’errore, a mio avviso, consiste nel ridurlo solamente a questo, non considerando quanto invece – in termini di inclusione e aggregazione – le curve svolgano un ruolo importantissimo.  A Bergamo, ad esempio, su iniziativa degli ultras è nata la Festa della Dea, un evento che coinvolge l’intera cittadinanza e a cui ogni anno prendono parte migliaia di persone.

Il libro sembra parlare anche dell’Italia: un Paese diviso, passionale, dove l’appartenenza prevale spesso sulla ragione. Possiamo dire che Ultras è una metafora sociale?
Per alcuni aspetti, sì, potrebbe esserlo. In quanto espressione della società, il mondo ultras è specchio del Paese e quindi finisce per riflettere molte delle sue caratteristiche.

C’è una scrittura quasi cinematografica, da docufilm. Ti sei ispirato a un linguaggio visivo o pensi già a una possibile trasposizione audiovisiva?
Ogni racconto è costruito attraverso una serie di scene, che ho cercato di rendere in maniera visivamente efficace. Questi quadri sono poi lo spunto per riflessioni più profonde e introspettive. Quanto alla possibilità di una trasposizione audiovisiva, qualcosa prossimamente potrebbe accadere.

Infine: dopo Ultras, ti piacerebbe raccontare un’altra faccia di questa Italia estrema — magari politica, sportiva o urbana — oppure questa è stata una parentesi unica nella tua produzione?
Sicuramente mi piacerebbe continuare a raccontare l’Italia ultras, completando la mappatura delle tifoserie più interessanti. In questo senso, già sto lavorando.

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