È difficile incasellare Pierfrancesco Diliberto, in arte PIF, in una sola definizione: regista, autore, giornalista, narratore civile, conduttore anomalo. Una voce unica nel panorama italiano, capace di attraversare i linguaggi dell’ironia e della denuncia con disinvoltura, senza mai perdere autenticità. In questa lunga conversazione, PIF si racconta a cuore aperto: la Palermo degli anni di piombo mafioso, il successo lento ma profondo del suo film d’esordio, il bisogno di esporsi anche quando la politica resta immobile, il rapporto personale e culturale con la disabilità. Tra sorrisi, riflessioni amare e speranze testarde.
PIF, sei cresciuto a Palermo negli anni di piombo della mafia. Come hai vissuto da bambino quel clima, e quanto ha influenzato il tuo sguardo artistico e umano?
In realtà con “La mafia uccide solo d’estate” volevo spiegare proprio questo cioè che nonostante io sia cresciuto in piena guerra di mafia, cioè Totò Riina voleva conquistare Palermo riuscendoci però facendo
veramente una guerra, e io sono
cresciuto in quel quel contesto, ma ho sempre avuto la sensazione di aver avuto una un’infanzia e un’adolescenza normale come i ragazzi che vivevano al nord in contesti non mafiosi e mi sono fatto questa domanda: come mai, com’è possibile che io abbia questa sensazione nonostante sia
cresciuto in quell’inferno là e la risposta che mi sono dato, lo spiego in La mafia uccide solo d’estate, che i nostri genitori per difenderci e difendersi avevano l’istinto non di negare l’esistenza della mafia ma di negare la pericolosità della mafia e poi il fatto grave è che affidavano moralmente e anche praticamente ai magistrati il compito di combattere la mafia, che la guerra alla mafia al cittadino non doveva
interessare. Oggi da questo punto di vista la coscienza è un po’ cambiata”.

“La mafia uccide solo d’estate” ha toccato il cuore di tanti. Pensavi davvero che una commedia potesse scuotere le coscienze più di un documentario crudo? No, ovviamente no. Mi ricordo che dicevo al direttore della fotografia Roberto Forza, che era stato direttore di fotografia de “I cento passi” dove io avevo lavorato come assistente volontario, gli dicevo speriamo che abbia almeno il successo de I cento passi, insomma che sia un punto di riferimento, questo era il massimo dell’ambizione. È andata molto, molto bene, credo che sia il film che si cita sempre insieme ai 100 passi quando si parla dei film sulla mafia e mi fa molto piacere. Si vede nelle scuole spesso, quindi sì è andato bene però non è stato un successo immediato. È stata una cosa molto lenta all’inizio. La gente non aveva capito che cosa fosse, anche molti avevano il pregiudizio del fatto che io venissi dalla televisione”.
Nel 2017 ti sei schierato pubblicamente a fianco delle persone con disabilità in Sicilia, partecipando alla protesta per l’assistenza domiciliare. Cosa ti ha spinto a prendere posizione, e cosa hai imparato da quella esperienza?
Nella pratica , quello che mi ha spinto è stato il servizio delle iene con Cristiano Pasca su questo politico vigliacco, perché non ci sono altri termini per definirlo, che scappava davanti a due disabili, davanti al suo compito scappava materialmente e poi dopo lo scandalo e le polemiche tornò a casa dei due fratelli disabili, i fratelli Pellegrino, dicendo “io vi aiuto, però voi mi dovete aiutare a rimanere assessore”. Lì non ci ho visto più. Il trattamento che lo Stato e le istituzioni hanno verso i disabili e la disabilità è sempre stata una cosa che mi ha sempre fatto incazzare e che fa capire il grado di civiltà di questo Paese. Il problema è che c’è una totale mancanza di educazione alla disabilità, non ci si pensa. Pure io, nonostante faccia il paladino, capisco che ho un gap da colmare. Per colmarlo, ho affrontato per lavoro il tema della disabilità e ho cercato di trattarlo in maniera un po’ più diretta e concreta, senza violini in sottofondo. L’unico modo è imparare le cose come stanno cercando, appunto, di non innaffiare troppo di retorica l’argomento. e Appena potrò e già un po’ incomincio a farlo, voglio che mia figlia, che ancora è piccola, frequenti il più possibile ambienti in cui si affronta il tema della disabilità con persone disabili, per farle capire che c’è un mondo che ha altre esigenze e che non deve avere nessun imbarazzo nell’affrontarlo. Cosa che purtroppo io stesso certe volte prima avevo perché non era abituato, non ho avuto purtroppo l’educazione nel trattare e nel frequentare persone disabili e spesso questa mancanza di preparazione, anche psicologica, fa sì che anche in buona fede si facciano gaffes o comunque si creino disagi. lo credo che alla maggior parte (non tutta) della politica siciliana non gliene frega niente dei disabili perché altrimenti non saremmo qua a parlarne e questo purtroppo è lo specchio della società.

Spesso i tuoi lavori uniscono ironia e denuncia sociale. È più difficile far ridere o far riflettere in Italia oggi?
Diciamo che in Italia succedono tante di quelle cose assurde che è quasi impossibile non trarre il lato comico o ironico della cosa. Denunciare col sorriso è una cosa che mi piace e ci abbiamo una lunga tradizione in Italia, l’unico problema è che spesso l’italiano ride di se stesso e si ferma lì cioè non nel senso che poi non non scatta un’indignazione, un tentativo di cambiare le cose. Si riconosce ma poi spesso pensa che l’italiano in questione prese in giro è il vicino, non se stesso e nella pratica poi non succede succede niente, perché altrimenti con anni di Alberto Sordi in teoria, sulla carta, sarebbe cambiato e invece è esattamente come prima.
“Quando un artista è costretto a scendere in piazza per chiedere che una legge venga applicata, è un fallimento della politica.”
“Il Testimone” è diventato un cult generazionale. C’è una puntata a cui sei più legato? E oggi, con i social, credi sarebbe ancora possibile raccontare il Paese con quello stile?
Beh, sono molto affezionato alla primissima puntata, quella che feci su Addio Pizzo nel 2007 perché era la puntata zero. Anche MTV non aveva chiaro che cosa stava andando a fare, nonostante MTV fosse un canale che sperimentava molto, aperto alle sperimentazioni, e nella pratica poi è venuto meglio di come lo pensassi che è una cosa che succede raramente. Quindi, la prima puntata mi piaceva molto. La verità è che i linguaggi di oggi, dei social, sono il linguaggio del Testimone. Il testimone è una sorta di spin off delle Iene, quindi in realtà i ragazzi di oggi usano un linguaggio che in qualche modo abbiamo inventato noi. Questa cosa mi fa piacere, poi non lo rivendico particolarmente perché è la storia dell’arte. Se tu vedi Chiambretti, io mi ispiro molto a Chiambretti, poi ho un altro stile però la mia ispirazione è stata Chiambretti, quindi è un continuo ispirarsi a qualcuno”.

Con “Caro Marziano” hai portato alla ribalta storie piccole ma potenti. Cosa cerchi quando scegli una storia da raccontare?
In realtà io sono molto pigro e mi annoio quindi lo spunto innanzitutto deve essere un argomento che deve stuzzicare la mia curiosità, poi ci sono argomenti che preferisco di più. Tendenzialmente, intervistare persone che non si rassegnano alle cose come stanno, ma reagiscono e cercano di cambiare le cose. Queste persone mi coinvolgono di più, quelle che vanno un po’ controcorrente, che se ne fregano perché poi alla fine il mondo migliora grazie a queste persone.
“Voglio che mia figlia cresca sapendo affrontare senza imbarazzo la diversità, perché è questo che rende un Paese più umano.”
Hai raccontato la mafia come pochi altri, ma sempre con un linguaggio accessibile. Ti sei mai sentito in pericolo o incompreso per questo approccio?
No, non mi sono sentito in pericolo. All’inizio ero curioso di sapere come avrebbe reagito la mafia, pensavo “forse qualche messaggio mi arriverà” però la verità è che le cose sono così cambiate a Palermo che si poteva fare questo film benissimo senza rischiare, così come anche la serie. Magari se l’avessi fatto 10 anni prima oppure oggi facessi “La ‘ndrangheta uccide solo d’estate” magari qualche messaggio sarebbe arrivato. Forse non mi ammazzavano però qualcosina arrivava. Quindi no, non mi sono mai sentito in pericolo. Incompreso… diciamo all’inizio nel senso più che altro che non si riusciva a capire cosa fosse, che per me è sempre stato un grandissimo complimento quando tu fai un film e la gente aente non riesce a catalogarlo, è la cosa più bella che ti possono dire perché hai fatto una cosa che è completamente diversa da tutto e tutti. Quindi all’inizio era un po’ così, adesso è abbastanza sdoganato.

Tu che vieni dalla TV, credi che il giornalismo abbia perso il coraggio di schierarsi? O è ancora possibile fare informazione con passione e verità?
Sì, è possibile continuare a fare giornalismo. C’è molta più concorrenza e soprattutto il problema grave è che molta di questa concorrenza è farlocca, nel senso prendi il cellulare e fai il giornalista.
Puoi sparare qualunque minchiata e non c’è più una selezione. I giornali hanno 1000 difetti però in qualche modo selezionavano. Poi anche i giornali sparano minchiate, spesso per pigrizia o per interesse, però se si scrive sul Corriere, qualche minimo di selezione o di autorevolezza c’è. Solo che ormai il giornalista del Corriere per alcuni è credibile come il primo minchia che prende un cellulare e si crede giornalista. Poi, la realtà è che se sei credibile non hai bisogno certo di una testata giornalistica. Il tempo dà ragione alle persone credibili e quindi ci sono giornalisti che non fanno parte di testate importanti, ma credibili. Però è molto più difficile questo lavoro, perché chiunque si alza la mattina e pensa di essere un gran giornalista.
Per quanto riguarda il coraggio, il giornalismo oggi più o meno credo che sia come ieri, anzi forse anche più facile perché prima in Italia c’era la sensazione che c’era veramente un intreccio diabolico tra il peggio di questo Paese e scontrarsi contro questi era pericoloso. Adesso ho la sensazione no che non ci siano più, ma che siano meno invadenti anche perché i nemici sono in qualche modo ancora più grossi e tu diventi sempre più piccolo
La politica ti guarda spesso con sospetto, ma il pubblico ti ama. Che rapporto hai oggi con il “potere”? E cosa pensi del fatto che spesso gli artisti debbano fare il lavoro dei politici?
Io penso che la politica sia una bellissima cosa. Poi che alcuni politici facciano schifo è vero, però perché vengono votati da persone che che sono altrettanto così. Però penso che la politica sia bellissima, che sia un gesto d’amore che fai, se lo fai sinceramente. Quindi questa è la premessa. Poi, quando ti presti alla politica hai sempre la sensazione di essere sfruttato o comunque che la delusione dietro l’angolo, perché tu ragioni da persona normale, loro ragionano da politici, con gli interessi politici, con malizie politiche che magari tu da persona normale non hai. Questo lo so, però secondo me non può essere abbastanza per stare zitti e non parlare perché altrimenti sarebbe uno spreco di popolarità. Se io penso che una lotta, anche politica, sia giusta secondo me è giusto farla anche se poi magari il politico che ti accompagna un giorno ti deluderà. Però l’importante è essere coerenti. Poi io non mi iscrivo a un partito semplicemente perché voglio essere libero, criticare e accusare chiunque se lo merita, anche del partito che eventualmente voto. Poi è evidente che non sono di destra, però spesso mi sono scontrato con politici di sinistra. Probabilmente se appartenessi a un partito X, magari fare più fatica a scontrarmi con quel politico del mio stesso partito. Poi non è che io cerco lo scontro sempre e comunque, però ci sono alcune cose che se lo meritano e se la politica mi teme, questo mi fa piacere perché vuol dire che che la mia azione ha un senso. Quando l’artista è costretto a scendere e combattere perché una legge venga applicata è evidente che è un insuccesso. Non si dovrebbe arrivare a tanto ma dovrebbe essere la politica a risolvere il problema della politica. Poi ogni gesto che noi facciamo è considerato politica però l’amministrare la vita e le persone dovrebbe essere compito della politica e delle istituzioni. Quindi quando io o qualunque artista deve scendere in piazza per ribadire il concetto che una legge va applicata, che i diritti devono essere dati, evidentemente è un insuccesso. La verità che la democrazia va conquistata, non si deve dare per scontato che la democrazia avvenga senza intoppi.
Se potessi scrivere una lettera al PIF ventenne, quello che stava per iniziare a Le Iene, cosa gli diresti oggi?
A me ventenne gli direi: “Caro PIF ventenne, spero di essere stato coerente col tuo pensiero”.
PIF non si atteggia a moralista, non si proclama salvatore. Ma le sue parole lasciano il segno perché nascono da un’urgenza onesta, quella di raccontare ciò che molti fingono di non vedere. Palermo, la mafia, la disabilità, la politica, la paternità: ogni tema toccato da PIF diventa un invito a non voltarsi dall’altra parte.La sua forza è la semplicità, il suo stile è la disarmante autenticità. E in un Paese spesso anestetizzato dal cinismo, la sua voce – dolce, irritata, ironica – è più necessaria che mai. Perché la democrazia non è un automatismo, e la libertà, come lui stesso dice, va conquistata. Ogni giorno.
Fai una donazione una tantum
Fai una donazione mensilmente
Fai una donazione annualmente
Scegli un importo
In alternativa inserisci un importo personalizzato
Apprezziamo il tuo contributo.
Apprezziamo il tuo contributo.
Apprezziamo il tuo contributo.
Una risposta