Con Frequenza Fondamentale, Matteo Scapin ci invita a guardare la musica elettronica come uno spazio di creatività, relazione e inclusione, capace di superare barriere e dare voce alle differenze. Attraverso la storia di Zoe e il suo lavoro con Music4All, Scarpin ci accompagna in una riflessione su disabilità, tecnologia e accessibilità, ricordandoci che ogni persona ha qualcosa da esprimere, se trova lo spazio per farlo. In questa intervista abbiamo parlato di musica, pregiudizi e partecipazione, ma soprattutto dell’importanza di imparare ad ascoltare, perché l’inclusione comincia quando a tutti viene data la possibilità di risuonare.
Parole d’Autore è una rubrica dedicata agli scrittori e alle loro storie. Ogni puntata offre un’intervista esclusiva, svelando l’ispirazione, il percorso creativo e i retroscena dietro la nascita di un libro.

Nel libro definisci la musica elettronica uno spazio “democratico”, capace di superare barriere legate al corpo, al linguaggio e alle modalità con cui ciascuno comunica. Quanto può essere concretamente uno strumento di accessibilità e partecipazione, soprattutto per le persone con disabilità?
Per me la musica elettronica può essere uno spazio davvero accessibile perché non chiede a tutti di fare le cose nello stesso modo. Si può suonare un pad, premere un tasto, muovere un cursore, usare un sensore o semplicemente intervenire su un suono. Ognuno può trovare il proprio modo di partecipare, anche quando ci sono difficoltà motorie, cognitive o legate alla comunicazione.
Nel lavoro che porto avanti con Music4All ho visto quanto la tecnologia possa diventare un ponte. Gli strumenti digitali permettono di adattare l’esperienza musicale alla persona, e non il contrario. Questo significa che anche chi non ha mai studiato musica, o chi non riesce a utilizzare uno strumento tradizionale, può creare un suono, modificarlo e sentirsi parte di quello che sta succedendo. Non si tratta semplicemente di “fare musica” con una persona con disabilità, ma di creare le condizioni perché possa avere un ruolo attivo, esprimersi e scegliere. La tecnologia, in questo senso, può togliere alcune barriere e lasciare spazio alla relazione, alla creatività e alla possibilità di sentirsi ascoltati.
Zoe è una ragazza in carrozzina, ma nel libro non viene definita soltanto dalla sua disabilità. Quanto era importante per te raccontarla prima di tutto come persona, con le sue passioni, la sua personalità e la sua voce?
Era fondamentale. Zoe è una ragazza in carrozzina, ma non volevo che la sua disabilità diventasse il centro della sua identità. Prima di tutto è Zoe: ha il suo carattere, le sue passioni, le sue paure, le sue idee e il suo modo di stare con gli altri.
Anche nella vita reale, quando incontriamo una persona con disabilità, spesso la prima cosa che vediamo è proprio la disabilità. Io invece volevo provare a spostare lo sguardo. Nel libro Zoe è una ragazza che ama la musica, che ha delle competenze, che può avere dubbi e insicurezze, ma anche qualcosa da dare agli altri.
Per me raccontare l’inclusione significa anche questo: non mettere una persona dentro una storia soltanto perché ha una disabilità, ma darle uno spazio in cui possa essere semplicemente se stessa.
In “Dare spazio agli altri” utilizzi il linguaggio della produzione musicale per parlare della necessità di lasciare spazio alle idee e alle persone. Secondo te, cosa dovrebbe “abbassare il volume” la nostra società per permettere davvero a tutti di essere ascoltati?
Secondo me dovremmo abbassare soprattutto il volume del giudizio. Spesso una persona non smette di parlare perché non ha nulla da dire, ma perché ha paura di essere giudicata.
Nella musica, se tutti i suoni sono al massimo, alla fine non riesci più ad ascoltare niente. Anche nella vita credo sia così: dobbiamo imparare a lasciare spazio, ad ascoltare davvero e ad accettare che non esista un solo modo giusto di comunicare.
Parli di “filtrare il pregiudizio”. Dove finisce il pregiudizio personale e dove comincia, invece, una responsabilità sociale e politica nel contrastare discriminazione ed esclusione?
Secondo me il pregiudizio nasce spesso da quello che non conosciamo. Il primo passo è personale: imparare a mettere in discussione il nostro modo di guardare gli altri.
Poi però c’è una responsabilità collettiva. Scuola, istituzioni e società devono creare condizioni concrete perché nessuno venga escluso. Penso all’accessibilità, alle opportunità, al linguaggio, ma anche alla possibilità di partecipare davvero.
Io credo che le due cose debbano andare insieme: possiamo cambiare il nostro sguardo, ma dobbiamo anche costruire ambienti in cui le differenze non diventino un ostacolo.
Nel libro l’errore, il glitch e persino ciò che apparentemente non funziona possono trasformarsi in qualcosa di nuovo. C’è stato un tuo “glitch” personale o professionale che, col tempo, hai scoperto essere diventato una risorsa?
Sì, sicuramente. Il mio “glitch” più grande è stato forse sentirmi per molto tempo fuori dagli schemi. Non ho seguito un percorso lineare e spesso mi sono chiesto se quello che facevo avesse davvero un senso.
Col tempo ho capito che proprio quella parte “fuori posto” mi ha permesso di mettere insieme musica, tecnologia, didattica e inclusione in un modo che mi rappresenta.

La dedica a Filippo è particolarmente intensa: scrivi che ti ha insegnato che la vita non si misura dalla perfezione delle sue note, ma dalla forza con cui decidiamo di farla risuonare. Quanto c’è di Filippo nell’origine e nel significato profondo di questo libro?
C’è tantissimo. In realtà, senza Filippo probabilmente questo libro non sarebbe nato così. Filippo è una persona che conosco da molti anni e il nostro rapporto mi ha insegnato a guardare le cose in modo diverso. La sua presenza mi ha fatto capire che non dobbiamo cercare la perfezione nelle persone, ma ascoltare quello che hanno da dare. La dedica nasce proprio da questo. Frequenza Fondamentale parla di musica, ma sotto sotto parla di persone, di differenze e di relazione. Filippo è dentro questo significato, perché mi ha insegnato che anche una “nota” diversa dalle altre può avere un valore enorme, se le dai lo spazio per risuonare.
Nel libro il passato viene raccontato attraverso la metafora del sampling: qualcosa che non deve essere semplicemente riprodotto, ma trasformato per costruire il futuro. Pensi che anche la disabilità debba essere ripensata non come qualcosa a cui adattarsi, ma come una possibilità per ridisegnare la società?
Sì, è proprio questo il senso del sampling che ho usato nel libro. Prendi qualcosa che esiste già, lo ascolti, lo trasformi e gli dai un significato nuovo.
Credo che anche la disabilità possa portarci a fare questo: non limitarsi ad adattare una società già costruita, ma chiederci se quella società funziona davvero per tutti. Spesso una persona con disabilità ci mostra semplicemente che una certa regola, uno spazio o uno strumento è stato pensato per un solo tipo di persona.
Dedichi una parte del libro alla possibilità di produrre musica gratuitamente attraverso computer, tablet e smartphone. Quanto può essere importante abbassare le barriere economiche e tecnologiche per permettere anche ai ragazzi più fragili o con disabilità di esprimersi?
Secondo me è fondamentale. La musica non dovrebbe dipendere da quanto puoi spendere per uno strumento o per uno studio. Oggi anche un computer, un tablet o uno smartphone possono diventare strumenti creativi molto potenti. Per un ragazzo con disabilità questo può fare una differenza ancora più grande, perché la tecnologia permette spesso di trovare modalità di espressione che con uno strumento tradizionale sarebbero più difficili.
Nel mio lavoro con Music4All lo vedo continuamente: quando abbassi le barriere, scopri che spesso la voglia di creare c’era già. Bisogna solo dare alla persona lo strumento giusto per poterla tirare fuori.
Tu lavori anche attraverso attività educative e formative: quanto è importante, nei tuoi progetti, passare dal parlare di inclusione al creare concretamente occasioni in cui persone diverse possano fare, creare e collaborare insieme?
Per me è fondamentale. Parlare di inclusione è importante, ma credo che la differenza vera si veda quando si creano occasioni concrete per stare insieme e fare qualcosa.
Nei miei progetti cerco proprio questo: mettere le persone nella condizione di creare, collaborare e ascoltarsi, senza che la disabilità sia il punto di partenza o il limite dell’esperienza.
Quando si fa musica insieme succede qualcosa di molto semplice: ognuno porta il proprio suono e, alla fine, diventa parte di qualcosa che da solo non avrebbe potuto creare. È lì che, secondo me, l’inclusione smette di essere una parola e diventa un’esperienza.
Se ognuno di noi ha una propria “frequenza fondamentale”, quale pensi sia quella che vuoi far risuonare oggi attraverso il tuo lavoro e quali sono i progetti che vorresti trasformare in nuove tracce del tuo percorso?
Credo che oggi la mia frequenza fondamentale sia l’idea che la musica possa creare connessioni. È quello che cerco di portare avanti sia nella mia musica sia nei progetti legati all’inclusione e alla formazione.
Con Frequenza Fondamentale ho unito queste due parti del mio percorso e mi piacerebbe continuare proprio in questa direzione, portando il libro nelle scuole, incontrando ragazzi e creando nuove occasioni per parlare di musica, differenze e ascolto. E poi c’è tutto il lavoro di Music4All, che vorrei continuare a far crescere. Mi interessa soprattutto trasformare quello che ho sperimentato finora in nuovi progetti, nuove collaborazioni e nuove esperienze. Un po’ come fare musica: non sai mai esattamente dove ti porterà il prossimo suono, ma sai che vuoi continuare ad ascoltare.
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