C’è chi, dopo un incidente devastante, vede chiudersi definitivamente una porta. E chi, invece, riesce a trasformare il dolore in una nuova partenza. Emiliano Malagoli appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Pilota motociclistico, fondatore dell’associazione Diversamente Disabili e tra i principali promotori del motorsport inclusivo in Italia, Malagoli ha saputo trasformare una tragedia personale in un progetto capace di restituire fiducia, autonomia e passione a centinaia di persone con disabilità. Dopo l’incidente del 2011 che gli è costato una gamba, Emiliano ha scelto di non fermarsi. Anzi, ha deciso di tornare in pista, affrontando paure, riabilitazione, interventi chirurgici e una nuova relazione con il proprio corpo e con le protesi. Da quel percorso è nata una realtà che oggi rappresenta un punto di riferimento nazionale per chi sogna di rimettersi in sella, non soltanto a una moto, ma alla propria vita. In questa intervista ci racconta la forza mentale necessaria per rialzarsi, il valore dell’inclusione vera nello sport, il ruolo della tecnologia e delle aziende come BMW, ma anche le fragilità e le sfide quotidiane che continuano ad accompagnarlo. Una conversazione intensa, autentica e potente, che parla di disabilità, libertà e seconde possibilità… a 300 chilometri orari.

Emiliano Malagoli

Nel 2011 un grave incidente ha segnato un punto di rottura nella tua vita, tra interventi, dolore e un lungo percorso di riabilitazione: qual è stato il momento in cui hai capito che saresti tornato a essere, prima di tutto, un pilota?
Più che il momento in cui ho capito che sarei tornato ad essere un pilota, direi il momento i cui ho deciso che quella sarebbe stata la strada per superare il problema e riprendermi in mano la mia vita. Fin dai primi giorni in ospedale ho capito che mi dovevo porre grandi obiettivi per trovare dentro me stesso le motivazioni che mi permettessero di non abbattermi e piangermi addosso. Tornare in moto è stata una grandissima motivazione.

Dopo oltre un anno sei tornato in pista, contro ogni previsione: cosa hai provato la prima volta che hai rimesso le mani sul manubrio? Era più paura, desiderio di riscatto o senso di libertà?
Il desiderio di riscatto è stato altissimo ho sfruttato questa opportunità per tirare fuori il meglio di me, ciò che non ero mai riuscito a fare nella mia vita precedente. Sono stato tanti anni della mia vita a trovarmi scuse o alibi per i m iei insuccessi, essere riuscito a tornare alle gare dopo un anno mi ha dato la possibilità di dimostrare soprattutto a me stesso le grandi possibilità che fino a quel giorno non avevo mai sfruttato.

Prima dell’incidente la moto era passione e competizione: oggi, alla luce del tuo percorso umano e sportivo, che significato ha per te salire in sella?
Oggi per me risalire in sella è poter trasformare le nostre paure in opportunità,  fare questo permette di scoprire le nostre potenzialità troppe volte bloccate proprio dalle nostre paure. Tutto questo grazie alla moto riesco poi a portarlo nella vita di tutti, mi permette di vedere ogni difficoltà come un qualcosa per il mio miglioramento.

Dalla tua esperienza personale è nata Diversamente Disabili: quando hai capito che la tua storia poteva diventare un’opportunità concreta anche per gli altri?
Fin da subito, ho visto che per me tornare in moto era stata la miglior cura post incidente, tornando in moto mi sono riappropriato della fiducia in me stesso, della mia autostima……e se aveva funzionato con me poteva funzionare anche per gli altri, tornare in sella alla moto per tornare in sella alla vita.

In questi anni avete accompagnato centinaia di persone a riscoprire la moto: c’è una storia o un incontro che ti ha colpito così tanto da cambiare anche il tuo modo di vedere il tuo percorso?
La storia Isabella , la mamma di Jacopo, un ragazzo amputato tornato in sella e poi che ha iniziato a gareggiare. Alla fine della sua prima gara, nonostante la sua paura e tensione nel vedere suo figlio in pista a 300 km/h è venuta da me e Chiara, ci ha abbracciato e ci ha detto : Grazie di avermi ridato mio figlio” E’ stato da pelle d’oca, li ho capito che dovevo dedicare la mia vita a fare questo, dare la possibilità ad altri di riprendersi in mano la loro passione, la loro vita grazie alla moto. Questo mi ha permesso di dare un significato ancora più bello a ciò che mi era accaduto, vedere la perdita della mia gamba come la cosa che avrebbe permesso di cambiare e migliorare la loro vita. Li ho trovato il mio posto del mondo, il senso della mia seconda possibilità.

Il motorsport inclusivo che hai contribuito a sviluppare non è solo partecipazione ma competizione reale: cosa significa davvero, per te, inclusione nello sport?
Per me fare inclusione è permettere alle persone con disabilità di esprimere il loro massimo potenziale indifferentemente dalla loro situazione fisica. Questo va fatto nello sport, nel lavoro, nella vita di tutti i giorni. Non fermarsi all’apparenza, ma permettere di sviluppare al massimo tutto ciò che una persona può sviluppare.

Le moto adattate e l’innovazione tecnologica sono fondamentali nel vostro lavoro: quanto conta la tecnologia e quanto, invece, la forza mentale di chi decide di rimettersi in gioco?
Sicuramente la forza mentale è la prima cosa su cui ogni nostro atleta deve contare, ma anche nei normodotati, senza forza mentale non puoi ambire a niente di grande e duraturo, il desiderio interno a volte deve andare anche contro la logica e la fisica. L’innovazione e la tecnologia sono di grande supporto nel nostro sport, lo studio di vari adattamenti sulle moto e la realizzazione di protesi o modifiche ad Ok permettono ai ragazzi di migliorare tantissimo le loro prestazioni.

Il progetto SpecialMente e la collaborazione con BMW hanno dato una spinta importante alle vostre attività: quanto è decisivo oggi il ruolo delle aziende per trasformare l’inclusione in qualcosa di concreto?
Il ruolo di Specialmente e Bmw è stato e sono tuttora fondamentali nelle nostre attività come le altre partnership che abbiamo. Ci permettono di creare eventi, supportare i nostri atleti ma allo stesso tempo ci rendono credibili di fronte alle altre aziende ed alle istituzioni. Per questo penso sia determinante il ruolo delle aziende per creare inclusione, lo possono fare direttamente oppure indirettamente attraverso associazioni come la nostra. Mi piace dire che l’inclusione non si racconta ma si fa, ed i nostri partner lo fanno alla grande, sono veramente orgoglioso delle aziende che stanno al nostro fianco, hanno i nostri valori e la nostra visione.

Emiliano Malagoli con Alex Zanardi

Recentemente hai affrontato un nuovo intervento legato alla tua condizione: come vivi oggi il rapporto con il tuo corpo, con le protesi e con un percorso che continua a evolversi nel tempo?
Ho imparato a conoscere il mio corpo molto più di prima, sicuramente l’allenamento quasi giornaliero mi permette di andare spesso oltre i miei limiti fisici. Questa è un’arma a doppio taglio perché da un lato mi mantiene in ottima forma, ma dall’altro mi fa chiedere troppo a me stesso con intensità ed obiettivi fuori dalla mia situazione fisica. Questo a volte comporta problematiche e stress al mio moncone ed all’altra gamba dove ho ferri e viti. Dovrei imparare a gestirmi meglio, ma il mio motto ormai è diventato “ Meglio fare e poi pentirsi, che pentirsi di non aver fatto!!

Guardando al futuro, quale direzione senti più urgente: far crescere ancora il motorsport inclusivo o contribuire a cambiare più profondamente la cultura della disabilità nella società?
Secondo me sono 2 cose che vanno a braccetto, una non esclude l’altra. Sicuramente far crescere il motociclismo per disabili è per me oggi di fondamentale importanza, ampliarlo a più nazioni possibili ed a tutte le persone che hanno questa passione. Facendo questo riusciamo allo stesso tempo cambiare la cultura della disabilità nella società, dimostrare ed urlare che essere disabile non significa inferiorità, ma adattabilità, opportunità, non valutare le persone dalla situazione fisica ma piuttosto cosa riescono a fare nella loro situazione fisica. Se tutto questo lo facciamo a 300km/H su una moto allora le 2 cose si uniscono completamente.

Se potessi dire qualcosa al te stesso di prima dell’incidente, senza rivelargli cosa accadrà,   quale consiglio o pensiero gli lasceresti?
Emiliano non fermarti davanti le difficoltà, non fermarti davanti ai no, ma utilizza tutto questo per tirare fuori il massimo da te stesso per andarti a prendere ciò che realmente ti rende felice ed orgoglioso.

Ascoltare Emiliano Malagoli significa comprendere quanto il confine tra limite e possibilità sia spesso molto più mentale che fisico. Nelle sue parole non c’è retorica, ma esperienza vissuta: dolore, fatica, paura, cadute e una continua scelta quotidiana di non arrendersi. La sua storia dimostra che la disabilità non cancella identità, passioni o ambizioni. Può cambiarne la forma, il percorso, il modo di affrontarle, ma non necessariamente il valore. Attraverso Diversamente Disabili e il motorsport inclusivo, Malagoli ha costruito qualcosa che va oltre lo sport: uno spazio dove le persone possono ritrovare fiducia in sé stesse e scoprire capacità che forse credevano perdute per sempre. Ed è forse proprio questo il messaggio più potente della sua esperienza: non essere definiti da ciò che manca, ma da ciò che si sceglie di fare con quello che si ha. Anche quando la strada sembra impossibile. Anche quando bisogna affrontarla a 300 chilometri orari.

(Immagini dal profilo Facebook di Emiliano Malagoli)

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