La Commissione Affari Costituzionali del Senato ha approvato all’unanimità un disegno di legge costituzionale che introduce il termine “disabilità” nell’articolo 3 della Costituzione e sostituisce la parola “minorati” nell’articolo 38. Un passaggio simbolico e culturale che rafforza il riconoscimento dei diritti e della dignità delle persone con disabilità.

Disabilità costituzione

La lingua non è mai neutrale. Le parole che una società sceglie di utilizzare raccontano il modo in cui essa guarda alle persone, ai loro diritti e al loro ruolo nella comunità. Per questo motivo il voto unanime espresso il 17 giugno dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato rappresenta molto più di una semplice modifica terminologica: è un passaggio culturale e politico destinato a lasciare un segno nella storia dei diritti delle persone con disabilità in Italia.

La Commissione ha infatti approvato il disegno di legge costituzionale, a prima firma del senatore Antonio Guidi, che interviene direttamente su due articoli della Carta fondamentale della Repubblica. Da una parte viene inserita esplicitamente la parola “disabilità” nell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce il principio di uguaglianza; dall’altra viene eliminato dall’articolo 38 il termine “minorati”, sostituito dall’espressione “persone con disabilità”.

Una Costituzione che parla il linguaggio del presente

L’articolo 3 della Costituzione è uno dei pilastri della nostra democrazia. Stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.

Con la modifica approvata in Commissione, alle parole “condizioni personali e sociali” si aggiunge il riferimento esplicito alla disabilità. Non si tratta di una semplice aggiunta formale. La presenza della parola “disabilità” all’interno dell’articolo che fonda il principio di non discriminazione assume un forte valore simbolico e giuridico. Significa riconoscere in modo chiaro che la discriminazione fondata sulla disabilità è una delle forme di esclusione che la Repubblica deve contrastare.

Ancora più significativa appare la modifica dell’articolo 38, dove il termine “minorati” viene finalmente sostituito con l’espressione “persone con disabilità”. Una parola che apparteneva a un’altra epoca, figlia di una concezione della disabilità centrata sulla menomazione e sul deficit, lascia il posto a una definizione che mette al centro la persona prima della sua condizione.

Dal modello assistenziale al modello dei diritti

Per comprendere il significato di questa riforma bisogna guardare al percorso compiuto negli ultimi decenni dal movimento delle persone con disabilità. Per molto tempo la disabilità è stata interpretata quasi esclusivamente attraverso il cosiddetto “modello medico”. La persona veniva identificata principalmente con la propria menomazione e il problema sembrava risiedere esclusivamente nel suo corpo o nella sua condizione fisica.

Negli anni, grazie alle battaglie delle associazioni e delle persone con disabilità, questa visione è stata progressivamente superata. Oggi si parla sempre più di “modello sociale della disabilità”, secondo il quale il vero ostacolo non è la condizione individuale, ma l’insieme delle barriere fisiche, culturali, sociali e comunicative che impediscono la piena partecipazione alla vita collettiva.

Una svolta decisiva è arrivata nel 2006 con l’approvazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009. Quel documento ha affermato con forza che le persone con disabilità non sono destinatari passivi di assistenza, ma cittadini titolari di diritti umani e libertà fondamentali. È proprio a quei principi che si ispira la modifica costituzionale approvata dal Senato.

Le parole non bastano, ma contano

Naturalmente qualcuno potrebbe obiettare che cambiare una parola non modifica automaticamente la vita delle persone. È vero. Le persone con disabilità continuano a confrontarsi quotidianamente con problemi enormi: barriere architettoniche, difficoltà nell’accesso al lavoro, carenze nei servizi di assistenza, ostacoli nella mobilità, nella scuola e nella partecipazione sociale.

Tuttavia sarebbe un errore sottovalutare il valore delle parole. Le parole costruiscono immaginari, influenzano le politiche pubbliche e contribuiscono a determinare il modo in cui una società percepisce una determinata realtà. Quando la Costituzione utilizza un termine superato e stigmatizzante, trasmette inevitabilmente una visione del mondo che non corrisponde più alla sensibilità contemporanea. Al contrario, utilizzare l’espressione “persone con disabilità” significa adottare un linguaggio rispettoso, coerente con gli standard internazionali e con il principio fondamentale della dignità umana.

Un elemento particolarmente significativo è rappresentato dall’unanimità con cui il provvedimento è stato approvato in Commissione. In un periodo storico caratterizzato da forti contrapposizioni politiche, il fatto che forze parlamentari diverse abbiano trovato un accordo su questo tema dimostra come il riconoscimento della dignità delle persone con disabilità possa e debba rappresentare un terreno comune.

Il percorso non è concluso

L’approvazione in Commissione non rappresenta ancora il traguardo finale. Trattandosi di una modifica costituzionale, il testo dovrà affrontare un iter parlamentare complesso, passando prima all’esame dell’Aula del Senato e successivamente alla Camera dei Deputati, secondo le procedure previste per le revisioni della Costituzione. Ma il segnale politico e culturale è già molto chiaro.

La Repubblica italiana si prepara a compiere un gesto atteso da anni: aggiornare il linguaggio della propria Carta fondamentale affinché rispecchi una concezione della disabilità fondata sulla dignità, sull’autonomia, sulla partecipazione e sulla piena cittadinanza. Non risolverà da solo i problemi che ancora limitano la vita di milioni di persone con disabilità. Ma rappresenta un passo importante verso una società che non definisce più le persone attraverso le loro limitazioni, bensì attraverso i loro diritti. E, in una democrazia matura, questo non è affatto un dettaglio.

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