Disabili a Gaza: dramma nel dramma

Vita.it pubblica un’intervista a Yousef Hamdouna è direttore dell’area Gaza di Educaid, una ong italiana che ha proprio nella Striscia un Centro per la vita indipendente rivolto alle persone con disabilità

La situazione, nella Striscia di Gaza, è sempre più drammatica. Ai civili, rimasti senz’acqua e senza corrente elettrica, Israele ha chiesto di spostarsi verso sud, verso due zone che dovrebbero essere sicure, utilizzando dei corridoi umanitari. Yousef Hamdouna è direttore dell’area Gaza di Educaid, una ong italiana che ha proprio nella Striscia un Centro per la vita indipendente rivolto alle persone con disabilità. Insieme ad Aifo, Dpi-Italia e Fish, EducAid ha costituito la Rete italiana disabilità e sviluppo-Rids che vuole valorizzare le esperienze e progetti che mettono al primo posto il rispetto dei diritti umani delle persone con disabilità nei programmi di cooperazione indirizzati ai Paesi in cerca di sviluppo, basato sull’osservanza dei principi sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite.

Nelle emergenze infatti la situazione delle persone con disabilità è ancora più complicata, tanto che Fish ha chiesto l’apertura di corridoi umanitari per loro. Hamdouna viaggia spesso tra Gaza e Italia per lavoro ed era qui sabato scorso, quando è esplosa la guerra: in un’intervista concessa a vita.it racconta che che le cose, a Gaza, non stanno esattamente come vengono raccontate.

Persone in fuga da Gaza
Qual è la situazione, oggi, nella Striscia di Gaza?

Partirei da un aggiornamento rispetto a quanto viene detto nei media italiani rispetto all’apertura di due corridoi umanitari per far spostare le persone verso sud. Mi stupisce, sinceramente, perché non ci sono corridoi umanitari. In più, in realtà non c’è nessuna zona, nessun centimetro della Striscia che sia al sicuro: dicono di andare al sud, quando la maggior parte dei morti e dei feriti per i bombardamenti della notte scorsa era proprio lì, a Khan Yunes. Ieri alcune persone sono state bombardate mentre si muovevano per strada: pariamo di 70 morti e 150 feriti tra coloro che stavano fuggendo dal nord secondo le indicazioni dell’esercito israeliano.

Ci sono, poi, anche moltissimi civili che non riescono a spostarsi: le macchine non funzionano, si tratta di distanze lunghe da percorrere sotto le bombe. Chi ha il coraggio di uscire dalla propria casa – che pure non è un luogo sicuro – per andare a piedi, sotto le bombe, per camminare per otto ore per raggiungere il sud? In più c’è anche un problema di spazio: nella Striscia di Gaza ci sono 2,3milioni di persone, che già ci stanno strette. Come fanno ad ammassarsi tutti in una città? Le persone che sono già arrivate stanno dormendo per strada, abbiamo notizie di alcuni che stanno tornando indietro, non sanno dove stare. Ieri pomeriggio l’ospedale pediatrico nella zona est di Gaza è stato tutto evacuato, perché era stato bombardato con bombe al fosforo bianco.

Due ore fa sono arrivate notizie dell’ordine di evacuare due ospedali perché li vogliono bombardare. È un attacco contro i civili e non c’è nessuno che se ne occupi. La mia collega si è spostata cinque volte, poi ieri è stata caricata su un camion pieno di persone, con bambini e donne; durante il viaggio sono stati bombardati, ma per fortuna lei e i suoi figli si sono salvati e adesso si trova con loro in una scuola della agenzia delle Nazioni unite per il soccorso e l’occupazione-Unrwa dove non c’è nemmeno una coperta, non c’è nulla, i bombardamenti sono proprio lì accanto e vengono colpite le case. Muoiono moltissimi civili, ci sono migliaia di persone sotto le macerie, che la protezione civile non riesce a salvare senza attrezzature.

Chi è disabile, poi, fa ancora più fatica a spostarsi…

La maggior parte dei miei colleghi a Gaza sono persone con disabilità: possiamo immaginare come la difficoltà sia raddoppiata per spostarsi da un posto all’altro. Ieri è toccato a mia madre, che è allettata. Fortunatamente siamo riusciti a spostarla da Gaza City verso sud: non da un posto pericoloso a uno sicuro, ma da un posto pericoloso a un altro pericoloso, per assurdo. Ci sono moltissime persone, però, come mio fratello, che attualmente non riescono a spostarsi. Cosa gli succederà? Nessuno lo sa.

Non c’è nessun tipo di aiuto, quindi, nemmeno per le persone disabili?

Nessuno sta aiutando nessuno là, nemmeno le Nazioni Unite riescono a fare qualcosa. Non ci sono squadre che la lavorano sul campo in situazione di emergenza, neanche il Comitato internazionale della Croce Rossa riesce a garantire una goccia d’acqua per chi sta in una scuola. Io ricevo messaggi dai miei colleghi, che chiedono dove possono trovare una coperta per coprire i figli perché sta iniziando a fare freddo, altri domandano dove possono trovare un pezzo di pane. E questa è la situazione di chi è riuscito ad andare nei centri di rifugio, lasciando le proprie abitazioni. Alcuni, quindi, dicono che non sono disposti a vivere a queste condizioni e che, piuttosto, preferiscono rimanere a casa.

I miei colleghi mi hanno comunicato ieri che preferiscono morire abbracciati alle loro famiglie anziché essere spostati in maniera forzata. Tanti sono morti, famiglie intere. Uno ha perso la sorella, rimasta sotto le macerie con il marito e quattro figli. Un’altra collega, la direttrice del Centro per la vita indipendente, ha perso 12 cugini che vivevano insieme. Tutti, anche mia sorella, mi chiedono: «Ma non si sta muovendo niente? Non c’è nessuno che parla? Nessuno parla di tregua sui media italiani, di un cessate il fuoco?». Io cerco il più possibile di non dire loro cosa si dice dei palestinesi qua, nonostante tutto: che sono dei terroristi o che, grazie ai corridoi umanitari, i civili sono al sicuro. Stiamo anche perdendo i contatti con moltissime persone, perché Gaza è rimasta senza energia elettrica e senza una goccia d’acqua per decisione di Israele.

Ora si parla di portare aiuti, ma prima di tutto i palestinesi hanno bisogno di rimanere vivi: famiglie intere sono state eliminate dall’anagrafe, lo Shifa Hospital, l’ospedale principale, è diventato una grandissima tomba, si vedono solo cadaveri, che non si riescono nemmeno a seppellire. Le persone vengono messe in condizione di rimanere lì e morire o di andarsene. Ma dove vanno? Se aprono il confine con l’Egitto cosa sarà, un’altra Nakba (esodo forzato, ndr), un altro trasferimento dalla propria terra?

È una tragedia enorme, di cui stanno facendo le spese i civili e che si fa fatica a descrivere a parole?

Speriamo che ci siano invece le parole. Perché non sono finite le parole quando si parlava della guerra in Ucraina. Qua invece sì, perché chi parla viene accusato di essere a sostegno del terrorismo. Non c’è nessuno che abbia il coraggio di dire quello che sta succedendo. Capisco la complessità della questione, ma mi chiedo come mai chi parla dei civili che non hanno nessuna colpa viene tacciato come sostenitore di Hamas. C’è qualcosa che non va, perché che differenza c’è tra un civile di qua e un civile di là? Nessuna. L’Europa ha dato giustamente tutti i diritti a tutti gli sfollati ucraini. Però quando si tratta di 2,3milioni di persone che vengono bombardate giorno e notte e che muoiono sotto le macerie delle loro case, che non hanno acqua, non hanno corrente, che vengono spostate da una parte all’altra, dov’è il mondo? C’è una doppia bilancia, non esiste equità e giustizia nemmeno nell’essere vittime. (lavocedelpopolo.it)

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