Nonostante leggi e tecnologie, oltre il 77% dei film italiani non è accessibile alle persone con disabilità sensoriali. L’accessibilità culturale resta un miraggio, tra ritardi normativi, ostacoli tecnici e barriere culturali da abbattere. Serve un cambiamento di prospettiva
In Italia, quasi 13 milioni di persone convivono con una disabilità. Molte vivono sole, spesso senza accesso ai servizi essenziali. Tra le privazioni meno visibili, ma profondamente sentite, c’è quella dell’accesso alla cultura e in particolare al cinema. Un diritto negato, non per mancanza di norme o tecnologie, ma per disattenzione, disorganizzazione e, soprattutto, per una cultura ancora troppo poco inclusiva.
Secondo l’Osservatorio Audecon (Accessibilità e inclusione dell’audiovisivo), il 77,5% dei film italiani usciti nel 2024 non era accessibile alle persone con disabilità sensoriali. Solo un’esigua minoranza – poco più del 20% – offriva sottotitoli o audiodescrizioni fruibili tramite strumenti come l’app MovieReading, che consente agli spettatori ciechi o sordi di seguire un film direttamente sul proprio smartphone.
Una fotografia impietosa, che mostra come, nonostante i proclami e le leggi in vigore da anni, l’accessibilità culturale sia ancora un privilegio, non un diritto garantito.
Le leggi ci sono. Ma non bastano.
L’Italia, sulla carta, non è impreparata. Con la Legge Cinema n. 220/2016, l’accessibilità delle opere audiovisive è stata riconosciuta come elemento imprescindibile per ottenere il tax credit – un incentivo fiscale per chi produce film. Inoltre, il recente European Accessibility Act, entrato in vigore nel 2025, obbliga tutte le aziende europee a rendere accessibili prodotti e servizi. Eppure, dopo quasi dieci anni dalla legge, la maggior parte dei film italiani non è fruibile da chi ha una disabilità visiva o uditiva.
Secondo Vera Arma, fondatrice di Audecon, il problema non è solo la mancanza di strumenti, ma la tempistica sbagliata o le modalità di diffusione inadeguate. Le audiodescrizioni e i sottotitoli ci sono, ma spesso arrivano troppo tardi o non vengono comunicati correttamente al pubblico.

Quando l’accessibilità è vista come un peso
C’è poi un nodo culturale difficile da sciogliere: l’accessibilità è ancora percepita come un onere, non come un’opportunità. Come ha sottolineato Maurizio Borgo, Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità: “Si fa l’errore di pensare alle persone con disabilità come soggetti passivi a cui dare ausili. Invece sono protagonisti attivi della vita culturale del Paese.” E lo sono anche del mercato. L’inclusione rappresenta un potenziale economico non ancora intercettato dalla filiera cinematografica. Parliamo di milioni di potenziali spettatori desiderosi di vivere l’esperienza del cinema, non solo di ricevere assistenza. Perché non progettare ogni prodotto audiovisivo fin dall’inizio con l’accessibilità come standard?
Un ruolo attivo per tutta la filiera
La responsabilità non è solo delle case di produzione. Lo ha ribadito anche Francesco Fiorillo, dirigente della Direzione generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura: “Tutti i contributi previsti dalla Legge Cinema sono vincolati all’accesso delle persone con disabilità al cinema. C’è un ruolo attivo non solo del produttore, ma dell’intera filiera.” Dalla sceneggiatura alla distribuzione, passando per le sale cinematografiche, tutti devono collaborare per garantire che sottotitoli e audiodescrizioni siano pronti, funzionanti e comunicati in modo chiaro e tempestivo al pubblico.
Le proposte: osservatorio, formazione, qualità
Durante il convegno organizzato a Roma, sono emerse numerose proposte operative. Le associazioni di categoria – come ENS, UICI, Fiadda, Blindsight Project – hanno chiesto la creazione di un osservatorio permanente sull’accessibilità culturale, con il potere di inviare segnalazioni e richiamare le case di produzione inadempienti. Solo con sanzioni e controlli sistematici si potrà garantire l’effettività del diritto.
C’è poi il tema della qualità. Come ha sottolineato Laura Raffaeli, presidente di Blindsight Project: “Fare audiodescrizioni o sottotitolazioni senza qualità è l’oltraggio oltre la beffa”. Non basta fornire un servizio: dev’essere fatto bene. E qui entra in gioco anche la formazione. L’introduzione della figura dell’Access Coordinator, già attiva in Inghilterra, rappresenta un passo decisivo. Si tratta di professionisti – spesso con disabilità – che supervisionano la realizzazione di contenuti accessibili in ogni fase della produzione. In Italia questa figura è ancora poco riconosciuta, ma potrebbe segnare una svolta concreta.
L’esperienza degli utenti: “Vado al cinema solo se il film è accessibile”
La testimonianza di Giuliano Frittelli (UICI) riassume bene la frustrazione di chi vorrebbe vivere il cinema, ma si trova davanti a scelte obbligate: “Nella mia vita sarò andato al cinema al massimo venti volte. Vorrei poter scegliere un film perché mi piace, non solo perché è l’unico accessibile.” Una frase che dovrebbe scuotere chi progetta e finanzia il comparto audiovisivo. Perché non si tratta solo di offrire un servizio, ma di garantire un diritto: quello alla partecipazione culturale, all’intrattenimento, alla bellezza.
Accessibilità: da diritto astratto a prassi concreta
Il problema oggi non è la mancanza di norme. Lo ha detto chiaramente anche Mario Mazzetti (Anec): “Il quadro normativo è chiaro. L’ambiguità non esiste. Serve solo renderlo effettivo.” E per farlo occorrono azioni coordinate, investimenti nella formazione, strumenti tecnologici diffusi e funzionanti, ma soprattutto una svolta culturale. L’accessibilità non è una gentile concessione: è un parametro di qualità democratica, un indicatore del livello di civiltà di una società. Il cinema può e deve essere un linguaggio universale, in cui ogni spettatore – vedente, cieco, sordo, udente, normodotato o disabile – possa trovare emozione, riflessione, svago. Perché inclusione significa dare a tutti la possibilità di ridere, piangere, pensare, sognare davanti a uno schermo. E oggi, quel sogno, è ancora troppo spesso negato.
Cos’è MovieReading?
MovieReading è un’app gratuita sviluppata in Italia che consente alle persone sorde e cieche di seguire un film al cinema tramite smartphone o tablet. L’app sincronizza i sottotitoli o le audiodescrizioni con l’audio del film proiettato in sala, permettendo così una fruizione personalizzata e discreta. Funziona solo se le produzioni hanno fornito i materiali accessibili. Attualmente, però, l’app supporta solo una parte dei titoli in uscita.
Conclusione
Se vogliamo davvero parlare di inclusione nel settore culturale, non possiamo più tollerare che l’accesso ai film sia una rarità per milioni di persone. Il cambiamento non è solo possibile, è necessario. E riguarda tutti: istituzioni, operatori culturali, tecnici, spettatori. Perché il diritto alla cultura è un diritto di cittadinanza piena. Anche al cinema.
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